Lo scandalo è registrato in una macchina da presa eterna. Incontrare Ugo Nespolo

Ugo Nespolo, La galante avventura del cavaliere dal lieto volto, 1967. copia

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Pensiamo al tratto dominante dell’arte contemporanea carico di etilismi e velleità estetizzanti, pensiamo al prevalere dell’invenzione sull’esecuzione, ad esempio all’inimitabilità, chiave di una certa tendenza che schiaccia l’opera in una dichiarazione poetica in cui si tenta di oltrepassare la soglia dell’oggetto determinato per accedere all’idea. In generale si può dire che l’arte non abbia mai perso di vista l’istanza di superamento dell’oggettualità naturale, ma che è originariamente alla ricerca di possibilità altre rispetto all’orizzonte dato, e la decostruzione dell’oggettualità è sempre stata al centro del gesto artistico. L’arte realizza questa perpetua riformulazione delle cose mediante l’avvicendarsi delle forme che continuamente ridisegnano i confini degli oggetti e di un intero contesto. “Il segreto della forma, – scrive Simmel – sta nel fatto che essa è confine; che essa è la cosa stessa, e nello stesso tempo il cessare della cosa, il territorio circoscritto in cui l’Essere e il Non-più-essere della cosa sono una cosa sola”.

Nel passaggio dalla mimesis alla creazione pura, l’arte ricalcando il dramma del primo novecento annuncia il distacco, l’impossibilità del configurare, la progressiva difficoltà di relazione con il reale. Si può anche esaltare l’arte astratta, figurativa o no, come punto culminante dell’evoluzione sprituale di una civilità ma a patto di ravvisare in questa condizione i podromi di una possibile barbarie ritornata. È nel divellare del concetto dal reale che ritorna l’ironia nel suo significato greco di ricerca, alla ricerca di un sostituto dell’oggettualità, dell’immagine e della forma. La strada dell’ironia, “attraverso la quale Klee si collega a Bosch e a Bruegel” (Argan), la ricerca di nuove conformazioni, di nuove composizioni capaci di sopperire il venir meno della figura a cui l’arte conduce. In questo contesto appare la forza della maestria compositiva delle tarsie e delle sculture in legno modellato oggetto della mostra a palazzo Reale di Milano di Ugo Nespolo.

Affaccendato in una ricerca persino manuale “Amo usare il magazzino delle arti come fonte di ispirazione” e il “reale intorno”…  l’artista torinese riattiva il potere delle forme semplificate in un atteggiamento di non violenta ricerca dell’essenziale ma di affettuoso avvolgimento delle cose. La riduzione degli elementi reali a figurine non è soltanto una schematizzazione ludica, può essere letta innanzitutto come la percezione dell’oggetto allo stato di traccia, di residuo. In Musei ad esempio, esposti a Milano, Nespolo raccoglie una serie di valori formali di un museo e li accosta come tracce stratificate in cui si perde il carattere monumentale per lasciare spazio a un atteggiamento di disponibilità nei confronti del reale. Ugo Nespolo nella lavorazione del colore e dei materiali di primo uso invita a una certa “castità dello stile”, e libero dal dogma di un pensiero che si vorrebbe sempre nuovo, sempre originario, colloca l’opera nei caratteri di vivibilità e frequentabilità dell’esperienza in cui il corpo non è una cosa ma una situazione: è il nostro modo di fare presa sul mondo.

La metro a Torino (2006)  restituisce alla città di Torino nella subitaneità del lirismo corrosivo dei colori accattivanti parti della sua meraviglia senza il bisogno di rimandare ad altro. In Nespolo, non più l’artista genio ma  l’artista artigiano, deposito di un sapere, mette in movimento la profondità della superficie: l’esperienza della mortalità in una maniera non tragica, non totalmente patetica. “Noi non vediamo le stelle, le stelle in generale – scrive Florenskij – bensì le stelle dell’Orsa maggiore” vediamo sempre in figura, immaginiamo la cosa, la mettiamo in immagine, e se il sapere consuma l’oggetto è nel residuale, nella riserva non violentata dal movimento della conoscenza che Nespolo attinge. Per l’artista l’arte è un annuncio reiterato e nondimeno volta per volta smentito, che rimane come qualcosa di passato, poiché è presagio della scomposizione e dissoluzione futura dell’oggetto. Preludio all’istanza scientifica, l’arte fa di ogni sua produzione un Argo dai mille occhi, perchè l’oggetto possa essere visto dappertutto, sotto ogni prospettiva possibile. I mille occhi divorano letteralmente l’oggetto e nulla sta più di contro al sapere: non si dipinge, non si scolpisce, non si compone per copiare la natura, bensì per insinuarsi negli oggetti, per conoscerne le più intime strutture, in quelle “soglie di vibrazione” in cui penetrare per trasformarne l’essenza.

Les mots et les choses concert fluxus art total. Galleria Il Punto, Teatro Stabile di Torino, Sala delle Colonne, Torino, 26, 27 e 28 aprile 1967 (pieghevole). copia

Les mots et les choses concert fluxus art total. Galleria Il Punto, Teatro Stabile di Torino, Sala delle Colonne, Torino, 26, 27 e 28 aprile 1967 (pieghevole). 

Performance Fluxus, GAM copia

Performance Fluxus, GAM 

Ugo Nespolo, dal film_ Un Supermaschio, 1975_76. copia

Ugo Nespolo, dal film Un Supermaschio, 1975_76. 

Ugo Nespolo, Good Morning Michelangelo, 1968, film 16 mm, Centro Sperimentale di Cinematografia, Cineteca Nazionale, Archivio Ugo Nespolo. copia

Ugo Nespolo, Good Morning Michelangelo, 1968, film 16 mm, Centro Sperimentale di Cinematografia, Cineteca Nazionale, Archivio Ugo Nespolo. 
 

L’artista secondo Nespolo non deve far finta di essere al di sopra di tutti, su di un terreno privilegiato dove celebra una messa in scena che solo lui capisce ma deve invece impegnarsi in una veicolazione più orizzontale, in un connubio poietico con le pratiche “basse”. Dice l’artista: L’arte deve uscire dal vicolo cieco in cui si è cacciata, riducendosi a fenomeno autoreferenziale, che interessa pochi. L’artista non è un “idiota di genio”. L’artista deve evitare il ripiegamento su se stesso, l’autistico ripiegamento su di se, essere artisti oggi significa abbracciare il proprio tempo, frequentarlo, farsi trapassare. Questo oggi per Nespolo è ancora possibile solo e soltanto se un interagire reciproco tra cultura alta e bassa, solo allora l’arte  sarà ancora capace di dire qualcosa, entrando nelle case delle persone, mostrandosi nelle piazze delle città. La Nespolo Factory è un grande magazzino da rigattiere che oggi è un museo in piena regola. L’artista ammanta i suoi lavori di abilità tecnica  e sperimenta l’esuberanza cromatica della Pop Art in istallazioni oggettuali, dipinti, performance, sculture combinando elementi eterogenei: forme industriali, mani prelatizie, vetri policromi, ecc.; L’ufficio di Nespolo, la Factory di Torino è un imponente raccolta di oggetti, sedie, cineprese, strumenti musicali, juke-box, robot, libri e pupazzi.. è il trionfo del feticismo come educata riposta al narcisismo in cui Nespolo come Superman si aggira nella fortezza della solitudine.

Qual è il punto di frizione, di connessione, tra l’arte e la società oggi? Nessuno. Oggi se vai alla Biennale di Venezia o a Documenta di Kassel, qualsiasi cosa tu veda l’artista ti vuole dire che quella è un opera d’arte. E tu non sai perché, non sei in grado di giudicare se lo sia oppure no! Che cos’è un’opera d’arte? Questa è la domanda che oggi tutti ci facciamo. In mancanza del “binario” c’è il deserto colmo, c’è tutto. Ma il tutto è anche il contrario di niente. Se tutto è opera d’arte anche niente è opera d’arte. Questo può anche voler dire che siamo di fronte alla sparizione dell’arte e forse non sarebbe neanche un male. L’arte non ha alcun risvolto culturale, l’unico aspetto a richiamare l’attenzione generale sono i prezzi che realizzano alcune opere nelle case d’asta. Altre volte prevale l’aspetto scandalistico, se non fosse che non interessa più a nessuno guardare il Papa colpito dalla meteorite o cose simili che equivalgono a sparare le frecce nella mortadella. Certe derive concettuali sono orami totalmente insignificanti e prive di alcun fondamento culturale. L’arte è un mondo cinico, un mondo di guerra autoreferenziale, affare che serve l’ideologia dominante, in cui persino ciò che ancora non si è pensato, compreso nello schema della riproducibilità meccanica  mostra il concetto di stile autentico per quello che è : l’equivalente estetico del dominio. Per l’artista ci si deve rassegnare: anziché liberare l’arte così intesa, aumenta la sudditanza, propone finte evasioni della realtà e riproduce eternamente le forme della cultura dominante.

Cos’è per lei contemporaneo, si può ancora parlare di avanguardia? l termine avanguardia non si può più usare non ha senso, è un termine militare che sta a significare: un gruppetto posto in avanti che scopre delle cose nuove. Dopo Duchamp non ha più senso storico. Del contemporaneo non penso né bene né male, non penso. Non vedo delle cose nuove. Ma anche qui, il termine nuovo .. era un termine che si usava quando si era schiavi del più nuovo del nuovo. Oggi la citazione stessa è del vecchio, tutta la transavarguardia è basata sulla citazione del vecchio, e anche qui il nuovo non c’è. Quest’epoca, di fine della post-modernità, in cui si presume che tutto possa essere arte, corre il rischio che nulla lo sia.. Arthur Danto lo insegnava, non conta che il significato sia morto, arte e artisti ci sarebbero stati ma il loro significato sarebbe stato ininfluente.

Cosa determina un’opera d’arte oggi? Al giorno d’oggi, detto da chi il mercato lo fa, è il mercato stesso, l’unico valore, l’essenza dell’arte. L’identificazione del valore con il prezzo, porta  a degli effetti deleteri, nessuno crede che Jeff Koons valga come quattro Caravaggio, due Canaletto o cinque Picasso, nessuno crede a questo. Oggi una potenza economica è una potenza culturale, la Cina per esempio, imponendo il suo prezzo partecipa a questo scenario in modo intelligente.. ed è così che l’arte è un optional sociale. Ha visto Artissima recentemente? può dirne male, può dirne bene? No. Per i futuristi non aveva senso un oggetto nuovo in un mondo vecchio occorre un mondo nuovo.. l’arte è un bel decoro sociale, per chi crede di investire bene i suoi soldi, per chi vuole arredare il suo salotto per credere di essere up today. Non dico sia né un bene né un male. Questa é una constatazione… L’opera è sempre stata una merce tra le merci, ma ora, ha perso anche la sua “funzione”, il ruolo nella vita sociale, vado in Cina o Rio e vedo le stesse cose. L’arte non insegue più la bellezza, perché è passata.. se guardo il mio telefonino, vede : è più bello. Non ha niente di peggio di prima l’arte .. ora il suo ruolo è solo è marginale. L’arte aveva un nucleo di comunicazione non scritto e non detto, un quadro di Vermeer lo aveva… ora se vedo qualche ombrello aperto caso, dopo Duchamp non mi scandalizzo. Dopo De Dominicis che espone un mongoloide alla Biennale di Venezia, abbiamo visto di tutto. Mi chiedo se gli artisti abbiano ancora ragione di esistere. La zattera della Medusa aveva un’ influenza, aveva un nucleo… certo, abbiamo fatto Fluxus a Torino, e un certo cinema sperimentale, che non ho mai commercializzato quello sì che è stato vitale. Ora l’arte ripete semplicemente le strutture economiche, e gli artisti mi chiedo, devono reinventarsele? una volta c’erano dei canoni, la chiesa, un principe… ora il museo è un baraccone. C’è da riflettere?

Nespolo vede nell’idea dello stile come coerenza estetica una fantasia retrospettiva, un pensiero retrodatato, la norma di cui il portatore storico, simbolico, idealtipico è il soggetto che impegnato a emanciparsi dal timore e dall’autorità per affermare la propria autonoma identità razionale, la propria libertà, è preso in giogo nell’unità dello stile del linguaggio musicale, pittorico e verbale  in cui qualsiasi discontinuità o distorsione in atto è ridotta a dominio episodico dell’a-sistematico, stigma sanguinoso della struttura di volta in volta diversa del potere sociale. L’opera d’arte mediante l’inserimento dell’immagine nelle forme socialmente tramandate paventa di fondare la verità,  assolutizzando le forme reali dell’esistente e stereotipizzando ogni cosa, subordina tutti i rami della produzione intellettuale all’unico scopo di otturare i sensi degli uomini, dal momento in cui escono dal lavoro a quello in cui timbrano il cartellino il mattino dopo. Così posta l’arte è priva di ogni potenziale emancipativo, è una messa in scena del dominio che mostra il volto nel cinismo degli salotti borghesi, nell’autonarrazione dei critici reazionari e nello scetticismo accorto e pragmatico dei relativisti accademici. Per l’artista Nespolo quanto più è complicato e sottile l’apparato sociale a cui il sistema produttivo ha adattato da tempo il corpo che lo serve, tanto più povera è l’esperienza di cui questo corpo è capace. Questa è la maledizione del progresso incessante, in cui incessante è la regressione e senza speranza, non è la realtà, ma il sapere che – nel simbolo – si appropria la realtà come schema e così la perpetua. La regressione oggi per Nespolo, è l’incapacità di udire con le proprie orecchie qualcosa che non sia stato ancora udito, di toccare con le proprie mani qualcosa che non sia stato ancora toccato. Molta arte contemporanea inneggia alla liberazione dal simbolico e facendosi orrore, abiezione, mutilazione oscena, rappresenta ancora il reale a partire dal simbolico  e confonde la libertà con la ripetizione coatta del godimento, facendo del reale un diminuito,  smarrendo l’esperienza etica. Non basta tagliarsi un braccio, scivolando nell’abiezione, far morire di fame un cane alla Biennale come Guillermo Habacuc Vargas, occorre nascere e sorgere nella ferita, essere per incarnarla perché ci sia atto creativo.. questo per  Nespolo è il cinema (Buongiorno Michelangelo; Un Supermaschio) resistenza vitale e eccedenza, materia di corpo sfinito nell’inverificabilità della propria incomunicabilità in cui si iscrive la figura dell’infigurabile come tale.

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