2016. Il tempo di Pamela Diamante

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Dal 5 maggio al 20 giugno, Pamela Diamante è in mostra a The Open Box di Milano, spazio non profit ideato da Valentino Albini, Andrea Francolino, Gaspare Luigi Marcone e David Reimondo, col progetto espositivo 2016. La produzione di Pamela Diamante si presenta in modo diversificato, in base ai livelli di analisi da cui nascono i singoli lavori: dal video e dalla fotografia all’installazione, il “medium” viene eletto per una ricerca fenomenica dentro la realtà, divenendo un nuovo universo semantico. La mostra a cura di Giulia Bortoluzzi e Maria Villa, è la terza personale dell’artista dopo quelle del 2016, de sti no alla Galleria Rossmut di Roma e Off/On al Centro de las Artes Visuale del Dipartimento Provinciale di Matanzas, Cuba.

2016 è il titolo del progetto che presenti a The Open Box di Milano, e anche di uno dei lavori in mostra, un video montato su di uno schermo nero, di quelli usati per la segnaletica nelle stazioni o negli aeroporti, nel quale scorre l’anno 2016 condensato in 119 minuti. Nel video il tempo si ferma 326 volte per tre secondi, interrompendo la frequenza dell’andamento regolare delle ore e dei giorni. Lo scorrere veloce del tempo ha quindi un ruolo essenziale, e viene definito come ”metafora della sovrabbondanza delle informazioni che eccede la capacità umana di memorizzarle”.  Nella vita quotidiana che ruolo credi che abbia realmente lo scorrere del tempo?
Tramite un’astrazione l’uomo ha creato dei parametri convenzionali con cui misurare il tempo, ma il suo valore, inteso come dote morale e la velocità di scansione con cui si consuma, acquisiscono delle variabili molto soggettive su cui si basa la nostra percezione. Personalmente percepisco lo scorrere del tempo come in un countdown continuo. Un giorno mi soffermai a pensare che la luce solare impiega all’incirca 8 minuti per giungere sulla terra, quindi è come se appartenesse al passato, ed è molto strano pensare che, nel rapporto vitale che l’uomo ha con la luce, ci sia uno sfasamento temporale che annulla il concetto di presente. Per questo, il mio tempo scorre velocissimo ed è come se mi sentissi perennemente in ritardo su qualcosa; fortunatamente, però, esiste la corrente elettrica.

Nel video, lo scorrere del tempo si interrompe e il contatore centrale progredisce all’accadere di catastrofi tecnologiche e ambientali, come terremoti, alluvioni, eruzioni vulcaniche, esplosioni di fabbriche, perdite di petrolio, crolli d’infrastrutture… tutti disastri catalogati e ricavati dalle banche dati del Centre for Research on the Epidemiology of Disasters in Belgio. Secondo te, si può utilizzare la disgrazia, il dolore, e il terrore umano causati dalle catastrofi come strumento di unità di misura temporale?
Gli eventi, di qualsiasi entità siano, ci aiutano a dare un significato al tempo. Pronunciamo delle date appartenenti al passato solo in correlazione a un avvenimento mentre, agli occhi del mondo, i sentimenti umani si consumano con il compimento dell’evento stesso. In 2016, infatti, il punto di tensione generato dall’interruzione del tempo è di soli 3 secondi, questi secondi non racchiudono solo il manifestarsi dell’evento ma anche ciò che comporta, le sue conseguenze, dopodiché tutto riparte come se niente fosse accaduto.

Sia nel video 2016 che nelle tre immagini fotografiche esposte (di un alluvione in Pakistan, del terremoto di Amatrice e dell’uragano Matthew ad Haiti) si riflette su come questi eventi vengono oggi trasmessi, sia attraverso la parola sia con le immagini, mettendo a volte in crisi la veridicità stessa dei fatti. Quanto è realmente imprescindibile riuscire in primis ad accettare, e, in seguito ad analizzare il sovraffollamento di informazioni a cui si viene sottoposti?
Di fatto, da quando l’informazione è diventata mero prodotto, ne siamo bombardati in maniera diretta e indiretta, possiamo direttamente e consapevolmente scegliere il medium e i tempi di esposizione, ma c’è tutta la parte più inconsapevole, quella “in-diretta”, ossia l’informazione che riceviamo nei punti di transito come stazioni, aeroporti, centri commerciali, dove l’informazione è talmente sintetizzata da ridursi all’apprendimento di un titolo, oppure i flussi a scorrimento dei social network e delle widget news sui dispositivi cellulari o tablet, capaci di generare saturazione cognitiva per la continua sovrabbondanza. In questo scenario, sembra che il grande messaggio globale sia la conoscenza, dobbiamo essere informati su ciò che sta accadendo, ma quanto e cosa realmente sappiamo?

A chi si rivolge il tuo lavoro? Lo definiresti un invito alla riflessione? Un invito a non accettare tutto ciò che passa attraverso i media come verità assoluta?
Nell’epoca della Post-Verità penso che il vero problema saranno le sue conseguenze, non ciò in cui crediamo oggi, ma quello che ricorderemo domani. Se da un lato il progresso tecnologico e l’intelligenza artificiale ci hanno reso più pigri, dall’altro questa sovraesposizione e la spettacolarizzazione dell’informazione ci ha resi più superficiali nei confronti dell’informazione stessa. Conseguentemente, questo ha permesso a soggetti come Paul Horner di guadagnare 10 mila dollari al mese grazie alla diffusione di fake-news con siti Paid To Click che si alimentano da tutte le condivisioni fatte sui social. Ritengo che sarebbe un atteggiamento molto anacronistico esporre un giudizio morale su questa condizione; è parte della nostra realtà e ognuno di noi, passivamente o attivamente, ha contributo nel crearla e renderla possibile. Il mio lavoro si compone di una prima fase analitica nella quale formulo dei concetti e creo dei punti di forza estetici, se il risultato è capace di indurre una riflessione allora vuol dire che avrò instaurato un rapporto con lo spettatore; dopotutto, una delle teorie più belle della meccanica quantistica è che tutto dipende dal ruolo dell’osservatore ed è l’osservatore che può influire su ciò che osserva.

Il tuo lavoro, quasi per esorcizzare le possibili emozioni negative dovute a questa consapevolezza, evoca il pensiero che F. Nietzsche espone nella “Nascita della Tragedia” (1871), per il quale lo spettatore, davanti allo spettacolo della tragedia altrui si sente sollevato. Credi ci possa essere un parallelismo tra 2016 e la sensazione moderna secondo la quale “questo è soltanto uno spettacolo”?
Credo che le catastrofi siano particolarmente interessanti per la forza con cui si manifestano e, oltretutto, hanno il potere di evocare il male più assoluto, l’apocalisse, una paura che accompagna da sempre il genere umano e il successo dei film hollywoodiani a tema apocalittico lo controprova. Nel rapporto tra soggetto/spettatore e oggetto/immagine è il punto di distanza che paradossalmente crea attrazione; che siano immagini reali o simulate, il soggetto attiva un processo catartico che si risolve mediante la rassicurazione nel rapporto con lo schermo, limite in cui si racchiude l’immagine, scudo e finestra sul mondo. Questo è lo spettacolo del mondo.

2016
The Open Box, Milano
(a cura di) Giulia Bortoluzzi e Maria Villa

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Pamela Diamante, 2016, The Open Box, Milano 2017. Ph Valentino Albini

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Pamela Diamante, 2016, The Open Box, Milano 2017. Ph Valentino Albini

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Pamela Diamante, 2016, The Open Box, Milano 2017. Ph Valentino Albini

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Pamela Diamante, Senza titolo, 2017, dettaglio trittico.

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Pamela Diamante, 2016, The Open Box, Milano 2017. Ph Valentino Albini

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Pamela Diamante, Via Farini In Residence, Milano 2017. Ph Federica Boffo 

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Magdalini Tiamkaris

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