The Abramović Method

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Ancora una volta Marina Abramović conferma il suo legame con Venezia, in particolare con la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. Già protagonista dell’esclusivo party di L’Uomo Vogue andato in scena la sera precedente all’apertura dell’edizione 2013 del Festival, l’artista era in laguna anche per la presentazione del nuovo documentario The Abramović Method.

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The Abramović Method, PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano, March 21 – June 10, 2012, photo Laura Ferrari
 

Evento speciale della sezione Venice Days, il film è stato presentato in anteprima mondiale lo scorso 30 agosto durante una serata promossa da Fondazione Furla a Villa Zavagli, rinominata Villa degli Autori durante i giorni della Mostra del Cinema. Si rinnova così anche la collaborazione con la regista Giada Colagrande, che già l’anno scorso aveva sfilato sul tappeto rosso veneziano al fianco dell’artista serba per la presentazione di Bob Wilson’s Life and Death of Marina Abramović.
The Abramović Method è stato girato durante lo svolgimento dell’omonima mostra-performance tenutasi al PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano dal 21 marzo al 10 giungo 2012, la prima per Marina Abramović dopo la retrospettiva al MoMA del 2010. Il “metodo” si basa su idee che l’artista ha sviluppato in seguito ad alcune delle più celebri performance realizzate durante la sua carriera. Abramović dice di aver compreso come il pubblico non solo completi l’opera d’arte ma che questi due elementi siano inseparabili se si tratta di performance art.
La mostra a Milano dello scorso anno ha quindi rappresentato la prima applicazione del “metodo”: il pubblico non si limita più ad assistere ma vive la performance attraverso pratiche di meditazione e di ascolto del corpo con l’obiettivo di trovare equilibrio psicofisico. Coinvolgimento del pubblico diventato sempre più centrale nell’attività dell’artista, tanto da arrivare a fondare il MAI – Marina Abramović Institute, la cui apertura è prevista per il 2015 a Hudson, New York e che si propone di presentare e preservare lavori performativi a cavallo tra arte, musica, teatro e scienza.

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Marina Abramović at The Abramović Method, PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano, 2012, photo Laura Ferrari
 

Anche la stanza allestita per la proiezione veneziana ricordava la performance. Gli spettatori venivano invitati a indossare un camice, fatti accomodare su sedie a sdraio bianche e muniti di cuffie per l’ascolto. Il cortometraggio di 25 minuti, spoglio di ogni scelta registica, illustra il concetto della mostra-performance e ne documenta le fasi, intervallando brevi interviste a un esiguo numero di frequentatori dell’arte contemporanea e dintorni che presero parte all’evento. Minutaggio considerevole per Victoria Cabello, protagonista del flusso di coscienza a più voci portatore delle sensazioni mistiche che sembrano aver pervaso gli intervistati. Non pervenute le testimonianze delle altre svariate migliaia di persone che svolsero la performance nei successivi tre mesi.
Non includere nella narrazione la grande maggioranza di coloro che animarono fisicamente la mostra stupisce e delude. L’aura di Marina Abramović aveva forse prodotto l’illusione di poter assistere a qualcosa di simile al toccante The Artist Is Present di Matthew Akers del 2012? Un frettoloso confronto potrebbe far apparire The Abramovic Method poco più di uno spot pubblicitario per il neonato MAI. Cosa non del tutto fuori luogo data la manifesta intenzione della stessa artista di concepire il documentario come un modo di fissare nel tempo la prima applicazione del “metodo” e un’opportunità di divulgarlo.
Un’urgenza di divulgazione che sembra premere in maniera inedita a Marina Abramović, chiave di lettura per le recenti collaborazioni con Jay-Z, Lady Gaga, James Franco e Vogue. Ricerca di visibilità che in un primo momento sembrerebbe curiosa se manifestata da un’artista che dice di aver scoperto che il tempo non esiste e che già da più di un decennio occupa meritatamente una pagina nei manuali di storia dell’arte.
Tuttavia, è la stessa Abramović a promuovere la collaborazione con chi sia interessato al suo lavoro e di conseguenza permettere al grande seguito delle stelle dello spettacolo di scoprire la sua attività. Scoperta con possibilità di trasformarsi in supporto, si veda la recente campagna di finanziamento del MAI promossa su Kickstarter.com. Il senso di una rinnovata ricerca di visibilità pare allora meglio comprensibile, al riparo da ogni possibile anacronismo. Con un Lido di Venezia accecato dai flash da tappeto rosso come sfondo, Marina appare brillante interprete del contemporaneo e già pienamente impegnata nella proiezione futura della sua eredità umana e artistica.

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Marina Abramović on the red carpet at 70. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, la Biennale di Venezia 2013, photo Massimiliano Zoppo
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Simone Monsi

Simone Monsi currently lives between Italy and London, working as visual artist and contributor for art magazines. He is interested in digital culture, anime and Damien Hirst, and dislikes airports. Prior to joining Juliet Art Magazine, he worked as Press Assistant at Frieze Art Fair in London, UK. Simone holds a BA in History of Art and New Media from Università di Parma, Italy.

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