La commedia dell’Arte. Adriano Costa

La Commedia dell'Arte

La caratteristica più peculiare e permanente, il suo aspetto più noto, è costituito dai personaggi nettamente definiti e quasi immutabili detti “tipi fissi”. Così Konstantin Miklasevskij definisce, nei primi decenni del secolo scorso, la Commedia dell’Arte, il genere teatrale di origine italiana, da cui Adriano Costa mutua il titolo per la propria mostra inedita presso lo spazio milanese Peep-Hole.L’artista brasiliano, la cui ricerca si distingue spesso nell’affrontare tematiche di stampo socio-economico attraverso un’originale e delicata reinterpretazione del linguaggio minimalista, nella sua prima personale in Italia, indaga alcuni fra i più diffusi stereotipi culturali radicati a livello globale. L’assunzione, più o meno implicita, è quella che esitano ruoli precostituiti nel rapporto tra Occidente e Paesi in via di sviluppo le cui implicazioni contribuiscano a mantenere inalterata la relazione di subalternità fra due realtà che ancora affrontano l’eredità di un passato coloniale. Il lavoro di Costa si interroga anche sulla propria condizione biografica: quella di artista sudamericano celebrato dal Primo Mondo. La propria situazione personale diventa paradigma di una visibilità decretata dalle stesse logiche del mercato mondiale che confinano invece altri individui a mantenersi invisibili entro le barriere della clandestinità e dell’illegalità. L’artista di San Paolo indaga il dualismo tra ciò che deve essere mostrato, in nome di un’apparenza, alla cui imposizione anche il sistema dell’arte non sembra sottrarsi, è ciò che è mantenuto sommerso, più per la progressiva assimilazione da parte di una certa ipocrisia collettiva, che per reale inaccessibilità.

Ad aprire la mostra è l’opera International Division of Labour: appesa alla parete, una targa in bronzo, celebra, non senza un’amara nota sarcastica, la “Brasilian wax“, la nota tecnica di depilazione che ha contribuito a rafforzare e diffondere in tutto il mondo l’immagine più frivola e superficiale della terra d’origine dell’artista. La severità formale dell’opera scultorea contrasta nettamente con l’oggetto di cui si rende supporto commemorativo. Costa rivela così come dietro i luoghi comuni, consolidati spesso dalle logiche commerciali, si celi in realtà un Paese in cui è tradizionalmente radicata una profonda morale protestante. La mostra prosegue nella seconda stanza, dove una vasta pedana, composta da otto rigorosi moduli rivestiti in finto marmo nero, solleva a pochi centimetri da terra una composizione astratta in cui si alternano borse e altri accessori di lusso contraffatti, talvolta nei loro stessi involucri (International Division of Labour_2). In quello che si può considerare un ready-made, l’artista, contravvenendo alla propria tradizionale poetica anti-monumentale, riserva un piedistallo a oggetti che, acquistati direttamente da venditori ambulanti clandestini, sono prove tangibili di una mercificazione dell’illegalità falsamente ritenuta sommersa. La tematica dell’inautenticità ricorre anche nella scelta dei materiali: finte sono le borse, finto é il marmo che riveste la pedana. In questa scelta formale si evidenzia una certa attitudine propria delle classi medie dei Paesi emergenti a rinnegare la propria identità estetica in nome della mimesi di stilemi occidentali distanti e irraggiungibili.

L’intervento conclusivo si carica di un’emotività più intensa rispetto alle opere precedenti.  Quindici stele, ottenute da una mescola di cemento, sabbia e terra rossa, riempiono lo spazio della terza stanza, disponendosi in semplici successioni ritmiche, con un esplicito riferimento all’estetica minimalista. Ogni elemento rivela un dato biografico ben preciso: distinguendosi dagli altri nello sviluppo della dimensione prevalente, corrisponde all’altezza raggiunta indossando i tacchi, da ciascuna delle transessuali brasiliane incontrate dall’artista a Milano per questo progetto. Il minimalismo compositivo è declinato attraverso un’inaspettata scelta nei materiali: gli elementi in laterizio, celebrazione del genius loci, con i propri toni caldi e terrosi e la propria intrinseca friabilità, assumono una dimensione materica più emotiva e testimoniano una costante condizione di precarietà. How to Be Invisible in High Heels è il titolo emblematico di questo lavoro: all’imponenza e alla corposa materialità degli elementi, corrispondono solo simulacri d’identità negate dalla stato di clandestinità.

L’impressione finale è quella che l’artista abbia messo da parte il vitalismo e i riferimenti organici, propri di alcune sue precedenti produzioni, facendo prevalere la desolazione di oggetti che tracciano le nuove declinazioni dell’ingiustizia sociale. La targa commemorativa, il marmo nero della pedana, le stele simili a lapidi, sembrano essere pervasi da una sottile inquietudine funerea. La forte dimensione critica di questo intervento si riconcilia però nell’attento equilibrio formale, nella sottile ritmica della composizione e nell’originalità espressiva dei materiali capaci di rivelare una delicata dimensione biografica ed emotiva.

Francesca Spaini 

Peep-Hole
25 settembre – 8 novembre 2014

La Commedia dell'Arte

Adriano Costa, La Commedia dell’Arte, Exhibition view, Peep-Hole 2014

International Division of Labour

Adriano Costa, International Division of Labour_2, Peep-Hole 2014

International Division of Labour_2

Adriano Costa, International Division of Labour_2, Peep-Hole 2014

How to Be Invisible in High Heels

Adriano Costa, How to Be Invisible in High Heels, Exhibition view, Peep-Hole 2014

The following two tabs change content below.
Juliet Art Magazine is a contemporary art magazine

Rispondi