Afterimage. Rappresentazioni del conflitto

1. Robert Capa, Vu 23 settembre 1936

„Perché mamma fanno vedere queste cose di morti?“ chiede un bambino di fronte a November, il film di Hito Steyerl che racconta la storia di un’immagine, il ritratto di Andrea Wolf, combattente tedesca dell’esercito femminile del PKK e intima amica dell’artista, che, dopo alcuni anni dalla scomparsa della donna, diviene il simbolo dei sostenitori della causa curda in Germania.

Perché, dunque, ci fanno vedere queste immagini di guerra e distruzione? Come queste immagini continuano a suggestionarci anche una volta scomparse dal nostro campo visivo? In che modo esse influenzano le sorti della guerra e, in un’accezione più ampia, in che modo la rappresentazione, dalla fotografia fino ai più sofisticati strumenti odierni, influenza la realtà? Infine, in che modo gli artisti, creatori di rappresentazioni per eccellenza, si relazionano con queste problematiche, contribuendo, a loro volta, ad approfondirne la complessità? Queste domande si pone e ci pone la mostra Afterimage. Rappresentazioni del conflitto, curata da Valeria Mancinelli, Chiara Nuzzi e Stefania Rispoli, vincitrici del bando per giovani curatori del Mart, che s’inserisce nel più ampio programma Mart / Grande Guerra 2014, dedicato al Centenario della Prima Guerra Mondiale.

A partire dalla celebre fotografia di Robert Capa Morte di un soldato repubblicano (1936), che ritrae un combattente nel momento in cui cade a terra, colpito a morte, la cui veridicità é ancora in corso di discussione, la mostra articola una riflessione sul carattere mediatico assunto dalle Guerre nel corso del ‘900 fino a oggi. Lo fa attraverso il video The specialist di Eyal Sivan (1999), duro per la materia trattata, magistrale nell’ efficacia del montaggio; l’artista, utilizzando il materiale video originale del processo Eichmann a Gerusalemme (1961), evento mediatico per eccellenza, realizza un lungometraggio che segue il linguaggio della fiction. Non piú Storia, né documentario ma, tradendo le regole della narrazione, la rappresentazione originale viene trasfigurata e diviene un racconto intimo e psicologico del processo e del suo protagonista.Altri lavori che proseguono questa ricerca sono Videograms of a Revolution di Harun Farocki (1992) che racconta la rivolta rumena contro il dittatore Ceauşescu attraverso le immagini televisive che l’hanno documentata in diretta e, a tratti, fortemente condizionata, e War Pages di Thomas Kilpper (2006), una collezione di giornali composti da articoli post- 11 settembre che trattano il ruolo assunto dai media nella diffusione delle strategie del terrore e nella progressiva militarizzazione della politica. La rappresentazione della guerra comprende, inoltre, un’indagine sulle sue conseguenze, quali l’emigrazione, raccontata dalle opere di Mohamed Bourouissa, e, con un’attenzione particolare agli effetti del colonialismo italiano di epoca fascista, nei lavori di Leone Contini e Adelita Husni-Bey. Alcuni artisti ritraggono il paesaggio della guerra (Pietro Mele, Camilla de Maffei) e la guerra vista dagli occhi dei civili (Bisan Abu-Eisheh, Francesco Mattuzzi, Abigail Sidebotham), altri restituiscono l’esperienza del conflitto filtrato dal loro stesso sguardo (Democracia, Lamia Joreige, Cindy Sherman, Nikki Luna, Aung Ko, Anetta Mona Chisa & Lucia Tkáčová).In questo scenario di guerre in differita, esperite sempre e comunque attraverso lo schermo della loro rappresentazione, coglie di sorpresa l’opera di Fabrizio Perghem 23.10.14 | 11:47 | Trento (2014) che, ispirandosi alla struggente bellezza delle immagini d’alta quota della Prima Guerra Mondiale in Trentino, costruisce una bomba, pronta a scoppiare nel corso della mostra, a base di erba trentina, incapsulata in una scultura di vetro e separata dal campo dello spettatore da una parete in plexiglas. Il tema centrale della mostra – la rappresentazione del conflitto – viene, dunque, attraversato in maniera trasversale e indagato secondo diversi aspetti e punti di vista. Esso diventa l’occasione per parlare della nostra capacità di mantenere un approccio critico nei confronti del flusso d’immagini che quotidianamente ci investe e del ruolo degli artisti di “sopperire là dove la storia e la documentazione viene meno, aiutandoci a immaginare l’inimmaginabile e inducendoci a considerare come etica la scelta che ogni volta compiamo nel guardare o meno quanto ci viene posto sotto gli occhi”[1]. Afterimage é una mostra densa, intelligente, attuale, corredata da un ottimo catalogo con testi critici delle curatrici e contributi esterni.

Afterimage. Rappresentazioni del conflitto
a cura di Valeria Mancinelli, Chiara Nuzzi e Stefania Rispoli
Galleria Civica di Trento
26 Ottobre 2014 – 2 Febbraio 2015

[1] Valeria Mancinelli, Chiara Nuzzi, Stefania Rispoli, Afterimage, cat. della mostra, pag.8

1. Robert Capa, Vu 23 settembre 1936

Robert Capa, Vu 23 settembre 1936, Collezione privata, Budapest

Thomas Kilpper, War Pages, 2006, Courtesy l'artista e Nagel-Draxler Gallery, Colonia, Berlino

Thomas Kilpper, War Pages, 2006, Courtesy l’artista e Nagel-Draxler Gallery, Colonia, Berlino

Leone Contini, Il sole sorge ad Occidente, 2013-14, Courtesy l' artista

Leone Contini, Il sole sorge ad Occidente, 2013-14, Courtesy l’artista

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Paola Bonino

Paola Bonino ha studiato Lettere Moderne e Arti Visive e si è specializzata in pratica curatoriale presso l' École du Magasin (Grenoble), dove ha co-curato la mostra ‘From 199C to 199D’ Liam Gillick. Attualmente, fa parte della direzione artistica di Placentia Arte (Piacenza).

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