Ai Weiwei. “Evidence”.

1)	Stools, 2014  Wooden stools  © Ai Weiwei. Fotos © Reschke, Steffens & Kruse, Berlin/Köln

Con oltre tremila metri quadrati di superficie espositiva, ha aperto da poco presso il Martin Gropius Bau di Berlino la più grande retrospettiva sinora dedicata all’artista e dissidente politico Ai Weiwei. Evidence, questo il titolo dell’esposizione, è stata molto attesa e definita dal Direttore del Martin Gropius Bau una mostra concettuale ma soprattutto una mostra politica. Su una Cina stretta tra consumismo e totalitarismo ma anche sui rapporti tra Oriente e Occidente.

1)	Stools, 2014  Wooden stools  © Ai Weiwei. Fotos © Reschke, Steffens & Kruse, Berlin/Köln

Ai Weiwei, Stools, 2014, Wooden stools © Ai Weiwei. Fotos © Reschke, Steffens & Kruse, Berlin/Köln 
 

Nel lavoro di Ai Weiwei, attivismo politico e pratica artistica sono imprescindibili l’uno dall’altra. Ricorrente è sempre la rielaborazione, spesso in chiave seriale e minimalista, degli aspetti più attuali e controversi riguardanti l’attualità politica, economica e ambientale della Cina. A quest’aspetto, si unisce l’utilizzo di materiali tradizionali come marmo e giada, da cui vengono ricavate calchi di oggetti originali dalla forte valenza storica o simbolica, e l’appropriazione di pezzi d’arte antica appartenenti alle dinastie Ming e Qing, distrutti, manipolati o resi volutamente irriconoscibili al fine di suscitare una reazione da parte dello spettatore. Così, in Evidence, il calco in marmo delle Diaoyu Islands, piccolo arcipelago al centro di un’accesa disputa territoriale tra Cina e Giappone, concettualizza la brama di supremazia delle due super potenze e al tempo stesso la rende fisicamente tangibile.

Circle of Animals, 2011   © Ai Weiwei. Foto © Mathias Völzke

Ai Weiwei, Circle of Animals, 2011 © Ai Weiwei. Foto © Mathias Völzke 
 

La critica al patriottismo è anche al centro del lavoro che figura dodici teste animali ricoperte d’oro, raffiguranti lo zodiaco cinese. Le teste originali, che decoravano la fontana dell’antico Palazzo d’Estate di Pechino, costruita dai gesuiti nel XIII secolo, furono depredate dai soldati inglesi e francesi durante la Guerra dell’Oppio. Alcune di queste, sono riapparse nel 2008 a Parigi durante una vendita all’asta della collezione di Yves Saint Laurent, causando grande scalpore tra le autorità culturali cinesi che ne hanno chiesta a gran voce la restituzione perché tesoro nazionale. Secondo Ai Weiwei, al contrario, le teste animali del Palazzo d’Estate non sono parte della cultura cinese e non hanno alcun valore artistico. Quanto, in queste prese di posizione, ci sia di realmente autentico e quanto invece sia solo parte del suo continuo farsi beffa del sistema, un atteggiamento che l’ha sempre contraddistinto, non è dato sapersi. Volutamente, l’artista alimenta il suo mito e la sua contraddittorietà. Non è un caso che fondamentali per la sua formazione siano stati gli anni passati negli Stati Uniti, dal 1981 al 1993. In America Ai Weiwei ha potuto studiare i veri maestri della contestazione e del ready made, Marcel Duchamp e Andy Warhol in primis.

) Han Dynasty Vases with Auto Paint, 2014  Vases from the Han Dynasty (202 b. C. – 220 A. D.) and auto paint   © Ai Weiwei. Foto © Mathias Völzke

Ai Weiwei, Han Dynasty Vases with Auto Paint, 2014. Vases from the Han Dynasty (202 b. C. – 220 A. D.) and auto paint  © Ai Weiwei. Foto © Mathias Völzke 
 

In Han Dynasty Vases with Auto Paint, otto vasi Neolitici sono stati ricoperti con vernici cromate, secondo le palette di colori utilizzate dalle case automobilistiche tedesche. Come scritto di recente dal critico del Guardian Jonathan Jones, per quanto queste provocazioni catturino la crescente alienazione del mondo industrializzato cinese nei confronti del suo stesso passato, e stimolino a interrogarci su quali basi si decide cosa ha valore e cosa no, a lungo andare si rivelano fragili proprio dal punto di vista concettuale.

Ai Weiwei, Beijing, 1977   © Ai Weiwei

Ai Weiwei, Beijing, 1977 © Ai Weiwei 
 

In mostra, è dato naturalmente spazio alle vicende personali dell’artista: dalle manette in giada al video musicale che simula le condizioni dei suoi 81 giorni di prigionia, rilette in chiave pop. La parabola discendente che ha riguardato i rapporti tra Ai Weiwei e il governo cinese, il suo arresto e detenzione illegale, nel 2011, il divieto di esporre i lavori in patria, le telecamere di sorveglianza all’ingresso dello Studio, sino alla confisca del passaporto e al divieto di lasciare il Paese, è stata trasformata in questi anni dal controverso attivista in una grossa campagna pubblicitaria, auto-referenziale e condotta prevalentemente sul web. Un’icona internazionale, si dice, per dare voce a quanti, in Cina, subiscono ogni giorno gli abusi del potere. Seppur vero che Ai Weiwei ha perso buona parte della sua libertà personale, è tuttavia innegabile che l’artista sia ormai diventato un vero e proprio brand. Sarà anche per questo motivo che, in conclusione, Evidence non ci riserva grandi sorprese?

Barbara Cortina

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