Alighiero Boetti a Roma

Alighiero Boetti, Roma, Palazzo Taverna 1971, Archivio Incontri Internazionali dÔÇÖArte, Foto Massi

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«Boetti aveva l’illusione che Roma fosse già Palermo e Palermo fosse già Il Cairo», racconta la sua prima compagna Annamarie Sauzeau, ricordando l’artista che amava viaggiare (soprattutto in Afghanistan) e che si sentiva sempre come «uno straniero, un soggiornante».

Alighiero Boetti, Roma, Palazzo Taverna 1971. Archivio Incontri Internazionali d’Arte. Foto Massimo Piersanti, Courtesy Fondazione MAXXI
 

La mostra, allestita nelle sale del museo MAXXI di Roma dal 23 gennaio al 6 ottobre 2013, piuttosto che seguire una linea di successione cronologica, prende spunto dal particolare rapporto che legava Alighiero e Boetti (così l’artista scelse di chiamarsi nel 1968, come due persone) alla capitale. Ne emerge altresì il metodo Boetti, il suo particolare modo di ragionare nel suo personale universo.
L’allestimento inizia con l’opera dell’inglese Jonathan Monk, una ripresa fissa di un lago nel deserto afgano, dove Boetti avrebbe desiderato che le sue ceneri fossero disperse. La ripresa, affidata da Monk a un locale per motivi di sicurezza, è anche la prova di quanto Alighiero sia riuscito non solo a creare il mito di se stesso, ma anche a diventare oggetto della ricerca di altri artisti.

Jonathan Monk, Untitled and Unfinished (Afghanistan), 2004. Courtesy dell’artista, Collezione AGI, Verona e Sonia Rosso, Torino
 

Proseguendo nella sala sono esposte due opere realizzate a Torino in cui si nota la scelta concettuale diversa dalla successiva esplosione di colori “romana”. Libertà ammirabile nella sala in cui sono esposti i 51 arazzi quadrati, uno diverso dall’altro, in cui l’anima giocosa di Boetti finalmente prende forma, pur rimanendo all’interno di una griglia. Esposti per la prima volta al Centre Pompidou di Parigi e mai in Italia, i 51 arazzi alternano frasi di Boetti in alfabeto latino con le poesie in farsi, appositamente realizzate dall’afghano Sufi Berang, conosciuto e frequentato assiduamente a Peshawar.

Alighiero Boetti, Exhibition View, Foto Flaminia Nobili 
 

Seguono due lavori degli anni ottanta, due grandi carte preludio di quelle successive sulle orme. Si nota un delicato accenno alla pittura, che sappiamo Boetti non amare. Nelle altre opere intitolate Ormesi vedono impronte di scarpe, un piede dopo l’altro come quello di un’acrobata-funambulo, un passo che l’artista diceva aver avuto nel corso della sua vita da giocatore. Esposti ci sono anche due tappeti, gli ultimi lavori, che evocano l’immagine dell’universo così come nella simbologia persiana. Questi tappeti sono un regalo ai familiari e un testamento. Vi sono raccolti tutti gli elementi di studio, i simboli e le forme riconoscibili dell’opera di Boetti.

Alighiero Boetti, Exhibition View, Foto Flaminia Nobili 
 

Da segnalare anche l’opera intitolata “TUTTO” che secondo la curatrice rappresenta l’idea della frammentazione, che anche se visivamente piacevole agli occhi può anche nasconderne una parte inquietante. Dentro ci sono tutti gli elementi, gli oggetti che ci circondano. “Noi ci riconosciamo nella moltitudine del nostro essere e la nostra identità è data da questa molteplicità, però nel momento in cui identifichiamo un filone specifico del nostro essere perdiamo l’unità” , sottolinea Leonardelli.
Non mancano due delle famose mappe, che Boetti faceva eseguire da ricamatrici afghane, per rappresentare il suo concetto della bellezza del mondo in sé, sottolineato in una delle frasi presente in una di esse quella del ’71 “Metter al mondo il mondo”. Il mondo cambia e nella mappa degli anni ‘84 al posto della bandiera afghana, con l’invasione russa, l’Afghanistan rimane bianco, senza un riferimento preciso. Le ricamatrici ci scrivono sopra in arabo il nome del  partito riformista.

Alighiero Boetti,Tutto, 1989. Collezione privata, Roma. Courtesy Fondazione Boetti, Roma © Alighiero Boetti by SIAE 2002
 

Sono state inserite anche le opere dei suoi compagni di viaggio, Luigi Ontani e Francesco Clemente. Di Ontani, è visibile parte di una ricerca fatta insieme a Sargentini tra il ’77 e il ’78 “In viaggio verso l’India”, con il suo particolare modo di mascherarsi.
Ontani ritrova a Madras un modo di trattare la fotografia esportato dall’Occidente: la fotografia acquarellata e il fotomontaggio. 
Le opere in mostra di Francesco Clemente appena diciottenne nel 1970 e tutte della seconda metà degli anni Settanta, sono caratterizzate da un disegno lineare e preciso, ci rivelano un artista diverso da quello della Transavanguardia: esprimono una intimità totale con la poetica boettiana.

Alighiero Boetti, Mappa, 1971-73. MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo, Roma. Foto Roberto Galasso, Courtesy Fondazione MAXXI 
 

 

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Giusy Lauriola è un’artista visiva che vive e lavora a Roma. Nel corso del suo percorso artistico ha indagato questioni pubbliche, come la guerra in Iraq, sottolineando temi come l'indifferenza al dolore degli altri, i bisogni indotti e il potere della pubblicità. Come strumento di lavoro utilizza la fotografia rielaborata, contaminata dalla pittura e stampata su plexiglas. Per mantenere viva la sua passione ha iniziato l'attività di giornalista come collaboratrice per Julietartmagazine e per Romasettimanale.

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