All these images all these sounds. In conversazione con Jonas Mekas e Francesco Urbano Ragazzi

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«Io cammino e i miei occhi sono come finestre aperte; vedo le cose, le cose mi vengono incontro». Il passaggio, il passo, il segno, la traccia, il palmo; là dove c’è un cumulo di rifiuti è passato l’uomo, e nel temibile ignoto al di là del limite si afferma la visione in fenomeni (piogge, luci di un marciapiede, fiori in giardini primaverili). Poeta e cineasta, Mekas, cerca un’oasi del cuore non raggiunta né dal pensiero né esaurita dall’animalità del corpo. Rivolto alla poesia, al gioco, il cinema così inteso parla una lingua che Mekas sceglie di non parlare, procede attraverso un ritorno al senso dell’azione, in un experimentum mentis: invece di riportare l’esperienza a un comune denominatore forzandola di farla rientrare in cassetti già sistemati,  sorge nel vuoto come struttura particolare. La vita sguscia via, e la mente in fondo non è che l’ultimo fiore: «La mia solitudine è immensa, dolorosa, e senza speranza»; è così, nello smarrimento assoluto, che Mekas acquista la sua prima Bolex 16 mm, oggetto che riflette la superficie di ogni sguardo: «Non sono un soldato, né un partigiano. […] Sono un poeta».

In fuga dell’Europa nel 1949 si ritrova a New York; pioniere dell’arte contemporanea e regista sperimentale, figura chiave del New American Cinema nel 1954 assieme al fratello Adolfas fonda la rivista d’avanguardia Film Culture, che diventerà uno dei più grandi centri al mondo per la conservazione e lo studio di film e video: l’Anthology Film Archive. Collabora con il «Village Voice» e 1961 organizzerà la Film-Makers’ Cooperative. Inizialmente critico del cinema sperimentale americano Mekas studia con Hans Richter e segna la seconda generazione del cinema d’avanguardia d’oltreoceano. Realizza i primi film tra cui: Guns of the Trees e The Brigvincitore al Festival del Cinema di Venezia nel 1964 come miglior documentario.

Nel 1969 Mekas troverà una comunità, quella di cineasti esuli dal cinema industriale dei grandi investimenti economici e, tra il 1965 e il 1968, comincerà il montaggio del suo primo cinediario: Walden. Sin dal primo intertitolo «reel one» s’impone un’uscita immediata dal patto d’illusione; scorrono in una serie di fotogrammi, gli amici di Mekas: Allen Ginsberg, Andy Warhol, Ken Jacobs, Hans Richter, John Lennon, Yoko Ono. Dimentichiamo la costruzione di una trama, le norme del cinema narrativo saltano, siamo al di là di una storia coerente con un inizio e una fine, viviamo l’autenticità della prima persona, nel primo piano degli occhi dell’autore in cui il tutto circola liberamente.

Walden, un racconto diaristico, a un intertitolo «A New York era ancora inverno», segue un inquadratura di due persone di spalle che trascinano un bambino su una slitta. «Ma il vento era pieno di primavera» e un’immagine in movimento di rami secchi precede l’autore, seduto, che suona una fisarmonica. Lasciamo la metropolitana accompagnati da Chopin e siamo in mani femminili mentre annaffiano dei gerani di un davanzale di Manhattan. La voce di Mekas comparirà per la prima volta dopo dieci minuti di film – «Faccio film di famiglia, quindi vivo. Vivo, quindi faccio film di famiglia» – a cui seguirà l’inquadratura di due fotografie di quelli che intuiamo essere i genitori di Mekas: «Mi dicono che dovrei sempre cercare, ma io sto semplicemente celebrando quello che vedo».

Nel 2006, a un anno dalla nascita di You Tube apre jonasmekas.com, una sorta di video diario online, e nel 2007 caricando giorno per giorno brevi filmati sul suo sito realizza 365 Day Project. La sua ultima mostra, The Internet Saga, curata dal duo italiano Francesco Urbano Ragazzi, esplora le dinamiche della rete attraverso lavori dal forte carattere diaristico quali In an Instant it All Came Back to Me and Online Diary.

A Gennaio in occasione della mostra tenutasi a Palazzo Gallery “All these images all these sounds” abbiamo incontrato il duo Francesco Urbano Ragazzi e Jonas Mekas. “All these imagages all these sounds”: quali sono i nodi del discorso e le singolarità emerse nel dialogo tra voi e Mekas?
I presupposti della mostra, “All these images all these sounds” nascono come traduzione e sviluppo poetico di un progetto tenutosi quest’estate a Venezia in occasione della Biennale: The Internet Saga, una serie di spazi articolati in interventi di natura diversa, tra piattaforme web e due sedi espositive: Palazzo Foscari Contarini, un edifico del XVI secolo diventato di recente di un “fast food”, e Spazio Ridotto, un nuovissimo project space dedicato alla videoarte. “It’s challenging enough to say — The Internet Saga with Jonas Mekas”;  abbiamo invitato lui per riflettere sull’attualità  e le possibilità aperte dalla rappresentazione dell’internet piuttosto che un nativo digitale, perché riteniamo che Mekas sia stato un precursore di nuovi orizzonti ed espansioni della realtà. Nel caso della Biennale, il progetto ha avuto luogo in un fast food e una volta ottenuta l’autorizzazione dall’azienda che non riceve soldi dalla nostra esposizione, la mostra si è sviluppata in termini di haking. Noi non volevamo aggiungere niente allo spazio, alcun volume, volevamo fosse effimera insistendo sulla dimensione temporale di quel tipo di spazio (fastfood) che solitamente è aperto per molto tempo della giornata a stimoli, dove può accadere qualsiasi cosa e la temporalità può essere dilatata. Qui è nata l’idea di non aggiungere alcun volume e di lavorare su delle forme quasi subliminali: abbiamo cambiato 4 schermi nello spazio e abbiamo inserito dei video, un corpus di lavori che Jonas ha realizzato: 3 montaggi che si sviluppano in tre piani, uno dei quali è il sito web “the internet saga”.

Secondo la vostra collaborazione, quali sono gli aspetti dell’internet che a oggi incidono nell’immaginario collettivo e nei processi di individuazione?
Oggi tutti viviamo in una costruzione dell’immagine e ne siamo consapevoli. Contribuiamo quotidianamente alla messa in scena della realtà ma, rispetto agli anni ’50 ne conosciamo le logiche che la regolano. Jonas Mekas è stato un precursore del nostro modo di intendere la vita mediatica. Oggi siamo tutti mekassiani potremo dire. L’home movie, l’home video ci appartiene di più, in modo più attivo, rispetto agli anni ’50. Con il  New American Cinema e la sua fondazione Mekas, dicendo “Io voglio portare la vita nel cinema” è stato un precursore. Il suo lavoro vuole parlare della rappresentazione del quotidiano in cui la vita, è questo oggetto intorno al quale giriamo costantemente intorno. Mekas vuole parlare della vita, poco gli importa dei colossal, dei budget. Registra film per un totale di quaranta ore, carica in internet filmati registrati quotidianamente prima dell’esordio popolare di youtube, offrendo nuove possibilità narrative interessanti. Fino al 2008 la metafora di internet era legata alla navigazione, la rete, lo spazio, la metafora evocata era un agorà nuova, che rappresentava una prospettiva spaziale, noi vogliamo raccontare di una prospettiva temporale. Ciò che interessa a noi non è colmare le distanze: ci sta bene forse non vederci, ci sono forse delle possibilità interessanti nel non stare insieme fisicamente, in cui si aprono delle possibilità narrative differenti. Dal wish you were here, slogan da cui nasce il cellulare, al wish you were now. È un modo per guardare ciò che sta succedendo in una maniera positiva. Non ci interessa una retorica negativa, che lamenta lo svuotamento dei rapporti. Noi condividiamo il momento, e ci sembra talvolta che la presenza fisica possa divenire un feticcio, non necessaria. Si aprono delle possibilità nuove, ancora da esplorare, si apre una nuova dimensione performativa, un nuovo tempo, non vogliamo cadere in un discorso retorico della svalutazione dei rapporti. Si apre una nuova dimensione che si va espandendo. La creazione delle immagini non vuole essere un culto dell’immagine.  Il lavoro di Mekas ha una funzione politica forte, riporta una dimensione umana a un calore, una concretezza legata alla terra. Il suo è un lavoro di comico e un lavoro di cinema. Non vuol essere una creazione, è semplicemente una relazione al quotidiano, si possono mescolare momenti storici e momenti banali, a volte può inserirci in una grande storia e a volte no, inserendoci semplicemente nel flusso delle stagioni. Ciò che Jonas fa, a partire dagli anni ’60 è rappresentare la felicità giorno per giorno. Il suo intento è stato quello di collocarsi nel qui ed ora, nella celebrazione dell’adesso, nella pienezza di un reale in divenire in cui non c’è alcun aspetto apocalittico.  Fragments of paradise, la ricerca di frammenti di paradiso, in una compenetrazione tra vita e realtà. Vita e cinema sono un grande organismo, in cui non ci sono parcellizzazioni o scomposizioni del sé che la vita capitalistica comporta. C’è una specie di congiungimento, pur nella dimensione frammentata, nella dissoluzione dell’io.

Abbiamo fatto alcune domande anche a Jonas Mekas. Che tipo di necessità o sentimenti trovano origine nel progetto Internet saga?
La versione originale veneziana della Saga è stata determinata dai due spazi messi a disposizione, e del mio attuale interesse a esplorare nuovi modi di utilizzare i singoli fotogrammi e i loro raggruppamenti. Fino a ora gli ho stampati su carta. Ma la situazione a Venezia, ideata da Francesco Urbano Ragazzi, mi ha fornito l’occasione di saltare negli spazi architettonici. I risultati e le possibilità le ho trovate molto eccitanti.

Cosa lega il suo lavoro alla collaborazione con Francesco Urbano Ragazzi?
Il senso di avventura e di gioia di vivere del collettivo Francesco Urbano Ragazzi coincide perfettamente con quello che cerco oggi nel mondo, e nel mondo dell’arte. Abbiamo avuto un rapporto di lavoro perfetto, adatto alle esplorazioni e direzioni più imprevedibili.

Quali bisogni e messaggi veicola la tua arte?
Il messaggio è visivo, rende la presenza di alcuni spazi visivamente, quasi fisicamente, più felici. Soprattutto uno spazio come un Burger King che viene utilizzato dalle persone per sedersi e consumare un pasto rilassato. Soprattutto perché io lavoro solo con i momenti felici, le immagini felici, i colori.

1976,-178-min

1976, 178 min. 16mm, color and black & white

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Diaries, Notes and Sketches, Walden, Jonas Mekas (1969)

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Diaries, Notes and Sketches, (Walden) at Anthology Film Archives

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Jonas Mekas

The-Life-of-a-Happy-Man---Jonas-Mekas-(2012)

The Life of a Happy Man, Jonas Mekas (2012)

As-I-Was-Moving-Ahead-Occasionally-I-Saw-Brief-Glimpses-Of-Beauty---Jonas-Mekas-(2000)

As I Was Moving Ahead Occasionally I Saw Brief Glimpses Of Beauty, Jonas Mekas (2000)

Jonas Mekas: As I was Moving Ahead, Occasionally I saw Brief Glimpses of Beauty

Jonas Mekas on Britney Spears Shaving her Head

Jonas Mekas / “Meanwhile, a butterfly flies”

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