Analogue Reflections

La home page del sito (analoguereflections.eu).

Un gruppo di ex studenti dell’Isia di Urbino hanno dato vita ad Analogue Reflections, un progetto performativo di ricerca artistica che riflette sul rapporto e il condizionamento dell’uso del digitale nella realtà quotidiana. Da poco attivi sul territorio nazionale e in rete, li abbiamo incontrati per farci raccontare la loro esperienza.Analogue Reflections è il nome che avete scelto per il vostro progetto di riflessione attorno a certi comportamenti legati al digitale, perché?
Il titolo che abbiamo scelto, Analogue Reflections, sfrutta l’ambiguità della sua traduzione. Il continuo rinvio tra le due possibili trasposizioni, “riflessi analogici” o “riflessioni sull’analogo”, consente d’interpretare l’intima essenza del progetto performativo, lasciando volutamente il significato ultimo dell’opera in un alone d’incertezza.

Spesso pensiamo al rapporto tra analogico e digitale solo in termini di acquisizione del primo, nel vostro caso il processo è inizialmente inverso. Da dove deriva questa necessità di riportare al di fuori dal digitale un’esperienza o un comportamento che nasce all’interno di uno spazio non fisico?
Quando abbiamo iniziato a ragionare sull’assurdità di alcune modalità di comportamento di uso quotidiano sulla rete abbiamo cercato una modalità di rappresentazione che esaltasse al massimo il loro lato grottesco, senza modificarle nella loro integrità. Una boutade di Riccardo, sull’immaginare di riunire di fronte a sé tutti gli amici di Facebook e parlare con tutti loro nello stesso luogo, ci folgorò, rese a tutti evidente la macroscopica distanza che separa ancora digitale e analogico. Immaginammo di restituire alle azioni più comuni della sfera digitale una corporalità: uscire in strada e informare senza motivo i passanti sul nostro spuntino, approvare i gesti delle persone vicine con rapidi “mi piace”: comportamenti obiettivamente folli nel mondo analogico. Questa disparità, non certo deplorevole, meritava una riflessione, in special modo sulla consapevolezza, a oggi mancante, che accompagna le nostre azioni sociali. Abbiamo allora iniziato a tradurre in gesti fisici alcuni comportamenti digitali “ambigui” per mostrarne il lato grottesco e renderne più evidenti i significati d’interazione.

In che modo la performance art è entrata all’interno di questo processo de-digitalizzante?
Restituire una corporeità alle interazioni digitali significa permearle dello spazio e del tempo delle relazioni umane. L’inconsistenza e l’atemporalità del flusso informatico dovevano essere limitate nella contiguità fisica dei poli del flusso comunicativo: solo la performance, con la compresenza di tutti gli attori della comunicazione nel medesimo spazio e nel medesimo tempo, era capace di restituire l’essenza di questa volatilità e, allo stesso tempo, il coinvolgimento emotivo necessario a stimolare la riflessione personale. Il ritmo seriale, forzatamente uguale e mai medesimo, rende ancora più impalpabile ogni singolo gesto, destinato a rimanere solo come traccia nell’esperienza dello spettatore.

Come vi relazionate di conseguenza con lo spazio fisico del museo e in che modo concepite la presenza dell’istituzione?
Quando abbiamo proposto ai Musei Civici di Pesaro il nostro progetto, hanno immediatamente accettato di collaborare. La loro disponibilità nei confronti delle nostre esigenze e il loro entusiasmo crescente per il progetto sono stati elementi fondamentali per il successo nella realizzazione. Lo spazio messo a nostra disposizione era quello delle esposizioni temporanee a Palazzo Mosca. Abbiamo potuto distribuire nel percorso le diverse “scene” in diversi spazi a loro congeniali, dedicando a ognuna il giusto ambiente di riflessione. Il rapporto è stato quindi totalmente libertario nei nostri confronti e questo è stato uno stupore per noi, dal momento che il progetto non si presentava d’immediata comprensione, per il pubblico, per via dell’alto grado di astrazione, e in secondo luogo perché la nostra proposta è arrivata loro già “chiusa”, fatta e finita; la curatela rimaneva completamente a nostro carico. Questo avrebbe potuto rappresentare un grosso punto critico nel confronto con un’istituzione museale; fortunatamente così non è stato (e per questo ringraziamo ancora Palazzo Mosca e i suoi coordinatori).

Volete raccontarci di questa prima esperienza? Com’era strutturata l’azione e come hanno reagito gli spettatori?
Alla “prima” di Analogue Reflections, dalle 18 fino a sera, i nostri tredici attori-collaboratori hanno inscenato le sei performance da noi ideate senza interruzioni. I visitatori venivano forniti, all’ingresso, di un supporto cartaceo a forma di libretto e di una matita. L’opuscolo aveva sia lo scopo di aiutare la comprensione di ciascuna performance, sia quello di raccogliere le riflessioni del lettore; ma nessuna di queste due funzioni era esplicita e univoca: la guida era formulata solamente in una sequenza di domande, e suggeriva ai lettori di raccogliere anche gli stessi pensieri in forma di domanda. Questo perché la nostra volontà era che la spiegazione non fosse “stabile” e “definitiva”, ma che lasciasse spazio all’accrescersi di riflessioni; allo stesso modo anche i pensieri appuntanti in domande avrebbero lasciato spazio ad altri dubbi ancora, senza mai arrivare a una lettura definitiva. Per questo stesso motivo abbiamo anche deciso di evitare di dare un titolo a ogni scena, ma di riferirci a ognuna come Analogue Reflection, al singolare, con a seguito una numerazione progressiva. Le reazioni dei visitatori sono state una sorpresa anche per noi: in ogni stanza, per quanto affollata, regnava il silenzio, l’atmosfera era raccolta e riflessiva. Quasi tutti hanno utilizzato il libretto come strumento personale, e all’uscita era innegabile la presenza di sensazioni positive. Molti, come richiesto alla fine, hanno tenuto con sé il libretto, mandando al nostro indirizzo, in seguito, le scansioni delle pagine che con i pensieri che volevano condividere.

Come mai avete deciso di ritornare poi nello spazio digitale? Avete parlato di “versione digitale della mostra”… cosa vuol dire per voi “versione”?
Una volta terminata l’esperienza ai Musei Civici di Pesaro ci siamo trovati allo stesso tempo soddisfatti per come si erano svolte le cose, ma anche inappagati: ci sembrava limitante che quell’esperienza, con il potenziale che avevamo appena iniziato a intravedere, finisse lì. Allora abbiamo ri-trasposto l’esperienza avvenuta all’interno degli spazi del museo, di nuovo nello spazio digitale (su analoguereflections.eu), in modo che le scene, i gesti degli attori, potessero essere visti da un bacino di utenti più grande, in qualsiasi momento. A seguito di ogni video (riguardanti le sei performance) il visitatore virtuale viene posto davanti alle domande esplicative-generative, proprio come con l’opuscolo alla mostra, e fornito di spazio dove appuntare i suoi pensieri. Purtroppo però, sebbene tutta la ri-traduzione nella sfera digitale, sia avvenuta con la massima cura da parte nostra, dobbiamo ammettere i risultati non sono gli stessi. Parzialmente perché l’esperienza ricreata non è dotata della stessa forza coinvolgente dell’esperienza analogica, parzialmente probabilmente perché non riusciamo a pubblicizzarla a sufficienza. Abbiamo quindi, allora, deciso di prolungare ulteriormente la mostra nuovamente nel mondo fisico, trasformandola di fatto da “una” a “una serie” di esposizioni; fermo restando infatti che il “problema” da noi individuato potrebbe potenzialmente riguardare la maggioranza delle persone, abbiamo ipotizzato che la nostra esperienza potesse essere utile ad altre persone che volessero generare una riflessione su questi temi. Abbiamo creato un manuale, che potesse fornire tutte le direttive e i suggerimenti (insieme e tutti i prodotti grafici utili) a chiunque volesse ripetere la nostra esperienza, con l’obiettivo di “curare” un’ulteriore gruppo di visitatori-pazienti.

Nel vostro sito mettete a disposizione dei “manuali” per ricreare le performance, rimandando a un sistema aperto. Ritenete che la caratteristica di essere “open”, “modificabile”, “variabile” sia una prerogativa o comunque un vantaggio del digitale?
Il nostro progetto ambisce a divenire una “terapia” e per questo crediamo che gli effetti benefici debbano interessare il maggior numeri d’individui. Per questo motivo il manuale “aperto”, distribuito su analoguereflections.eu, permetterà di raggiungere un bacino di fruitori ben più ampio di un qualunque artefatto stampato, per definizione immobile. La variabilità e la possibilità d’intervento continuo rimangono alcune delle prerogative del mondo digitale, ma elevarle a vantaggio dipende dal contesto d’intervento e dagli obiettivi che ci si prefigge.

Come vi siete costituiti come gruppo? Chi siete e cosa fate oltre ad Analogue Reflections?
Abbiamo studiato insieme nel corso di laurea specialistica all’Isia di Urbino, dove il progetto è nato, grazie anche a Marco Tortoioli Ricci, professore che ci ha dato la spinta iniziale per questo progetto. Abbiamo competenze simili ma leggermente diverse, ognuno ha sviluppato il suo compito durante l’evoluzione del progetto e tuttora ci dividiamo i compiti tra sito, diffusione, gestione materiali raccolti, ecc. Le quattro persone artefici del progetto, fino a ora nascoste da un cumulativo “noi”, sono: Giuseppe Digeronimo, Adelaide Imperato, Cecilia Piazza e Riccardo Rudi. Giuseppe si è diplomato con una tesi di ricerca sul collezionismo dei Libri d’artista, e attualmente cura la comunicazione dell’Università Iuav di San Marino. Adelaide si è diplomata con una tesi di progetto su una interfaccia per uno strumento di scrittura per una notazione in Lingua dei Segni, collabora oggi con l’archivio storico della Biennale di Venezia per la messa in sicurezza e il riordino del fondo fotografico. Cecilia ha deciso di rimandare il diploma al prossimo anno, dedicando tempo a una serie di esperienze-gavetta in alcuni studi di Graphic design, tra cui l’italiano Tassinari/Vetta e l’olandese Lust; mentre Riccardo si è diplomato con una tesi sull’editoria del futuro, e attualmente studia all’Akademie der Bildenden Künste di Monaco, nella classe di Olaf Nicolai. Vorremmo aggiungere, in ultimo, un ringraziamento a tutti gli attori che si sono uniti, a titolo gratuito, a questo progetto, permettendoci di mettere in scena la prima sessione del progetto a Pesaro: Agnese Bertozzi, Fabio Castangia, Riccardo Cavallaro, Gianni Cecchetti, Simona Disca, Francesca Di Giovanna, Davide Giorgetta, Vanessa Maoloni, Gianfranco Morganti, Susy Mariani, Antonino Rizzo, Arianna Smaron, ed Eglė Vitkutė.

La home page del sito (analoguereflections.eu).

La home page del sito (analoguereflections.eu)

Un particolare di Analogue Reflection n.6.

Analogue Reflection n.6

L'attore di Analogue Reflection n.4 davanti alla parete con cui interagisce durante la sua performance.

L’attore di Analogue Reflection n.4 davanti alla parete con cui interagisce durante la sua performance. 

Una schermata della sezione

Una schermata della sezione “Manual” del sito, dove vengono fornite tutte le indicazioni e i documenti necessari per ricreare l’esperienza espositiva di nuovo nel mondo fisico.

Una scansione di una doppia pagina dell'opuscolo che una visitatrice ha usato come supporto per la propria riflessione (e che ha deciso di condividere in seguito con l'archivio del progetto).

Una scansione di una doppia pagina dell’opuscolo che una visitatrice ha usato come supporto per la propria riflessione (e che  ha deciso di condividere in seguito con l’archivio del progetto).

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