Andrea Bianconi. Fantastic Planet

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Intervista ad Andrea Bianconi in occasione della sua mostra Fantastic Planet al CAMeC di La Spezia, visitabile fino al 30 settembre 2018.

Emanuele Magri: Mi sembra che questa mostra, con opere dal 2011 ad oggi, sia in fondo nata tutta da una freccia, a sua volta nata dal disegno che è la base del tuo lavoro, è così?
Andrea Bianconi: La freccia è un simbolo a cui sono arrivato pian pianino, è una specie di sintesi interiore, volevo un simbolo della condizione umana. La freccia è una linea con le ali: tu hai la libertà di prendere una decisione ma poi hai l’obbligo di rispettarla una volta che l’hai scelta. Quindi la freccia mi mette nella condizione di rappresentare l’essere umano. La freccia in questo senso la ritroviamo sempre e dappertutto: quando respiriamo, mangiamo, viviamo, sentiamo il battere del cuore, tutto ha una direzione così come il sorgere del sole, il tramonto, una foglia che cade. La freccia è un simbolo universale.

Niente di bellicoso, dunque?
No, la freccia non è un’arma, è solo una direzione. L’uomo può decidere di prendere una direzione e ha la libertà e il vincolo di seguirla.

Come è strutturata la mostra?
Mi piaceva strutturare la mostra come una specie di viaggio: ho deciso di chiamarla Fantastic Planet e ho preso Dante come guida. La freccia è anche un’idea di percorso, di viaggio. Io voglio fare questo viaggio e voglio capire che cos’è un paradiso, un purgatorio, un inferno. E ho capito che questi tre mondi sono compresi anche nei nostri attimi, cioè capita che viviamo in un attimo l’inferno e l’attimo dopo il paradiso. Io penso di essere sempre nel purgatorio, sono sempre in una condizione intermedia con due elastici che mi tirano ai due estremi.

Perciò la mostra è concepita con le tre stanze che si susseguono?
Sì, comincia con l’Inferno in cui comunque c’è già una tensione verso il paradiso. È un inferno della persona. Ci sono specchi con gabbie davanti in cui puoi vedere il rapporto con te stesso, ti vedi nello specchio in gabbia e si mette in moto un meccanismo di dubbio.

Nella stanza del purgatorio ci sono dei bellissimi disegni in cui la freccia diventa ombrello, pioggia, una serie di omini…
Il purgatorio è una fase di stallo, è un momento in cui devi cercare dov’è la freccia, in un ombrello, in un paesaggio, a volte la freccia ce l’abbiamo davanti agli occhi ma non la vediamo.

E il paradiso?
Nel paradiso ho voluto prendere un’ala come simbolo, perché nella parola inglese drawing, cioè disegnare, c’è dentro wing, cioè ala, la libertà che è dentro a un nostro gesto.

Per te il disegno è stato dunque un mezzo di liberazione, uno strumento di conoscenza?
Esatto. Poi c’è la stanza nera, dove c’è l’opera luminosa. Ho voluto inserire la luce in qualche modo e per inserirla ho dovuto farla uscire dal percorso delle frecce. Potevo chiamarla stanza di decompressione, la stanza in cui la persona è con sé stessa, o con un oracolo.
Poi ho voluto mettere altre due cose. Sulle scale un uomo nero che tiene un mazzo di frecce come fosse un mazzo di fiori come dire che dopo tutto questo percorso c’è la parte ottimistica del viaggio, infatti ho titolato l’opera The Gift, perché poter decidere è un regalo. Poi c’è all’entrata la valigia che ho fatto due giorni prima dell’inaugurazione, c’era bisogno di una valigia per questo viaggio: un bagaglio in cui si trova l’uomo, degli occhiali, delle visioni, una bacchetta magica, ecc. disegnato tutto con le frecce.

Tornando indietro, i tuoi inizi?
Io nasco come performer, ho sempre cercato di indagare e analizzare i rapporti fra le persone, le culture, le cose. Ho cominciato indagando il rapporto tra me e mia moglie: abbiamo preso i nostri abiti di matrimonio, ci siamo messi due gabbie in testa e abbiamo ballato la canzone del nostro matrimonio per vedere se ci conosciamo veramente. Poi ho voluto affrontare il rapporto tra culture: sono andato a Shangai dove ho fatto una manifestazione radunando ottantotto giovani per capire come vivono la tradizione cinese. Alla Biennale di Mosca ho voluto confrontarmi col potere: eravamo otto persone vestite con gabbie e piatti da batteria davanti alla Piazza rossa. quando suonavamo il verde tutti entravano e quando suonavamo il rosso nessuno entrava. Era una personificazione del semaforo. Poi ho indagato il rapporto con il paesaggio: per un museo fuori New York, nell’Hudson Valley, avevo fatto una performance in cui giravo con una bicicletta con dietro una gabbia, ed era il modo di relazionarmi col paesaggio. E due mesi fa, al museo Vestfossen Kunstlaboratorium di Oslo ho indagato la relazione tra gli oggetti: ho costruito un enorme flusso di 15 metri lungo le scale del Museo fatto di corde e tantissimi oggetti di uso quotidiano facendoli risuonare come fossero tanti strumenti musicali. Io ero il direttore e musicista.

Recentemente hai fatto una performance a Palermo all’inaugurazione di Manifesta 12.
Trap for the minds: di fronte a uno specchio mi sono messo trenta maschere una sopra l’altra fino a che non potevo assolutamente più vedere. L’avevo fatta anche a New York e a Houston.

A questi lavori è dedicato il libro Performance 2006-2016, e poi…
E poi il mio ultimo libro Solo, appena uscito, pubblicato da AmC Collezione Coppola, curato da Catherine de Zegher curatrice del Moma di New York, con una sua intervista sul mio lavoro.

Infine, la performance che hai fatto qui al Camec all’inaugurazione della mostra?
La mia ossessione è se esiste o no questo Fantastic Planet. Quindi ho scritto uno spartito musicale e un testo che i musicisti del Conservatorio hanno suonato con il soprano Felicita Brusoni che intervallava queste musiche con dei suoni di voce per capire se questo pianeta esiste o no.

Se dovessi dunque in estrema sintesi definire la tua ricerca, dalla performance a questa mostra?
Direi che sono un cacciatore di relazioni.

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