Andreas Fischer: The Head of the Clock.

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The Head of the Clock, la prima personale di Andreas Fischer alla Galleria Johann König di Berlino, è da non perdere. Andreas Fischer (nato a Monaco nel 1972, vive e lavora a Düsseldorf) non costruisce tradizionali sculture ma elaborate e, tuttavia, imperfette macchine mobili, frutto di un complesso assemblaggio di oggetti di uso quotidiano, vecchi elettrodomestici e altri materiali di recupero ai quali, al pari di un moderno demiurgo capace di dominare il tempo e la realtà circostante, infonde vita a suo piacimento.

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Installation view: Andreas Fischer, the Head of the Clock, Johann König, Berlin, 2014. Courtesy Andreas Fischer and Johann König, Berlin. photo: Roman März
 

Ritroviamo in quest’operazione una fascinazione tipicamente infantile per i congegni costruiti a mano, come egli stesso ricorda. Ma troviamo, anche, gli insegnamenti del suo maestro alla Kunstakademie di Düsseldorf, Georg Herold, in particolare la predilezione per l’utilizzo di materiali poveri, il forte senso di humour e la capacità di stimolare l’attenzione del visitatore e influenzarne la percezione. In questo senso Andreas Fischer ha compiuto un ulteriore passo avanti: le macchine create dall’artista tedesco agiscono come degli attori sulla scena. Come ci si avvicina a esse, un sensore origina il funzionamento di un motore che a sua volta mette in moto una serie d’ingranaggi, fa partire un audio, accende tubi fluorescenti o aziona aspirapolveri. Ciò che sorprende è la natura fondamentalmente umana di queste sculture cinetiche. Per definizione, una macchina è costruita per svolgere un determinato compito. I movimenti delle macchine di Andreas Fischer sono, invece, privi di ogni funzionalità, sono destinati a ripetersi in maniera autistica all’infinito o si bloccano all’improvviso, le bocchette degli aspirapolvere si alzano, si torcono a destra e a sinistra, cercano di svolgere il loro lavoro ma aspirano solo aria.

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Andreas Fischer, Lochheber, 2013. Wood, steel, aluminum, copper, plastics, speaker, earplugs, hammer, plumb line, motor of a hospital bed, lampshade, electronics for choreography. Courtesy Andreas Fischer and Johann König, Berlin. Photo: Roman März
 

Talvolta, esse non esitano a porre considerazioni a carattere esistenziale. E’ questo il caso di un lavoro concepito appositamente per questa personale, Spezi, termine dialettale tedesco che si utilizza per denotare un amico molto speciale. Protagonisti sono due congegni per la pulizia, uniti tra di loro da un meccanismo a cerniera. Una voce sullo sfondo recita: “Noi due siamo qualcosa di veramente speciale, assolutamente, assolutamente speciale”. Improvvisamente la situazione degenera, i toni si alzano, diventano più autoritari. Gli arti artificiali cominciano a pendolare avanti e indietro. La voce insiste e ossessivamente ripete: Questo è l’unico modo di vedere le cose”, e, con ancor più forza, “Dai, ammettilo!”.
In Richter (giudice), sempre del 2013, una sedia da scrivania è appesa al soffitto all’incontrario, con lo schienale rivolto verso il basso. Le ruote sono state sostituite da piccoli ventilatori mentre una bocchetta aspiratrice si protende, come una proboscide, verso lo spettatore. Come si entra nella stanza appositamente costruita per ospitare questo lavoro, una voce comincia a scandire una cantilena che gioca con la combinazione della parole ‘right’, e ‘the uprighted’. Secondo Paola Malavassi, autrice di diversi testi su Andreas Fischer, Richter è una riflessione sulle tematiche del potere e della giustizia. L’aspetto paradossale insito nel fatto che la sedia sia sospesa sottosopra, sembra, a chi scrive, che l’artista – sulla scia di un precedente lavoro del 2012, A Good Deal – abbia voluto lanciare un avvertimento contro le conseguenze che un uso degenerato o populistico dell’autorità possono comportare.

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Andreas Fischer, Der, der bis 3 zählt, 2010. Machine. Courtesy Andreas Fischer and Johann König, Berlin
 

Il lavoro di Andreas Fischer segue una sua propria logica interna, arguta e alle volte di difficile interpretazione. La tradizionale visione del rapporto uomo-macchina, in cui la tecnologia è vista come un’entità alienante, è stata superata. Siamo ugualmente lontani anche dall’idea – si pensi alla figura del computer Hal 9000 in 2001 Odissea nello spazio – del congegno elettronico che cerca di ribellarsi all’uomo e sopraffarlo in astuzia e violenza. Niente di tutto ciò. Le macchine di Andreas Fischer – con il loro aspetto retro e malinconico – sono state costruite per assomigliare a noi, nei nostri limiti.

Barbara Cortina

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