Appuntamento in Studio #4 Giovanni Oberti

Giovanni Oberti

Giornata primaverile, Milano è più frenetica del solito, risucchiata dal vortice dei numerosi eventi che ospita e che ospiterà. Mi trovo in città in un periodo di grande fermento culturale, tra le esposizioni fieristiche di MiArt e il Salone Internazionale del Mobile e per completare – ampliando su scala globale il contributo agli eventi e al transito di pubblico che inevitabilmente invaderà ogni dove del capoluogo lombardo – tra meno di 10 giorni ci sarà l’inaugurazione dell’EXPO 2015 dal titolo Nutrire il Pianeta, Energia per la vita. Ne approfitto a questo punto per uno studio-visit con Giovanni Oberti che vive a Milano. Dalla Stazione Centrale mi dirigo verso sud, sono puntualmente in ritardo, invio un “Wapp” a Giovanni avvisandolo e mentre cammino cerco di percorrere a ritroso la cronologia del nostro primo incontro.

Se i ricordi non mi tradiscono mi pare d’aver conosciuto Giovanni a Venezia nel 2011, era l’edizione numero 54 della biennale, curata da Bice Curiger, ed eravamo a uno dei numerosi party notturni che popolano la città lagunare durante la settimana inaugurale della kermesse. Introdotti da un amico comune passammo l’intera serata tra prosecco, musica e discorsi sull’arte, quando i selfie erano ancora autoritratti e la street view di Google Maps non era ancora arrivata a districarsi tra le calli e le gondole.
Classe 1982, bergamasco di nascita e milanese di adozione, biologicamente più adulto rispetto all’età dimostrata, magro gentile, dall’abbigliamento casual e “purtroppo” scarpe rigorosamente della Nike. Non che io sia contro le Nike ma sostengo che le Puma e le Adidas siano più comode e accattivanti. Ma torniamo a Milano, in zona Corso Lodi, sospendendo temporaneamente i ricordi per raggiungere lo studio di Oberti. Suono al citofono e viene ad accogliermi al portone, – allo studio si accede attraversando il cortile del palazzo – dopo aver varcato la soglia d’ingresso odo un rap italiano abbastanza “cattivo” sia nei beat che nel testo, non l’ho mai sentito ma sembra interessante, perciò chiedo a Giovanni di fornirmi qualche informazione più dettagliata in merito. Intanto non posso non notare tantissimi libri, cataloghi, fogli, matite e varie scatole, di sicuro non sembra lo studio di un artista che si sporca le mani, anzi nell’ordinato disordine, l’atmosfera percepita è piacevole e la musica pure.

Gino Pisapia: Come e da dove nasce la tua passione per il rap?
Giovanni Oberti: Sono amante di tutte le discipline dell’Hip-Hop, anche se ormai pratico solo la quinta (cit. ZONTA FEAT NEX CASSEL – LA QUINTA DISCIPLINA). Lo dico per riallacciarmi al discorso delle Nike. Il rap nello specifico l’ho conosciuto ai tempi del liceo, un mio compagno di classe comprava i CD e li ricopiava su audiocassetta a chiunque fosse pronto a sganciare qualche “migliaio di lire”. Ne ascolto molto ma non quello di radio e tv, quello è “Hip-Pop” e si slega decisamente dalla forma culturale ab origine del genere. Non voglio farti il nome di una traccia in particolare, i pezzi ai quali sono legato cambiano a seconda delle circostanze e poi mi piace molto variare l’ascolto. Mi piace cambiare idea… , – il pezzo che stavamo ascoltando è di un giovane produttore romano, Sick Luke. Negli stessi anni del liceo mi sono avvicinato ai graffiti e alla street culture, ero un “writer” poco abile e soprattutto non ho mai amato la pittura. Da allora mi sono limitato a osservarli di città in città. In realtà artisticamente sono cresciuto molto in famiglia. Fin da bambino i miei genitori mi portavano in giro per esposizioni, mostre, musei e architetture (sono figlio di architetti), i loro insegnamenti sono stati indispensabili affinché riuscissi a maturare una buona autonomia di idee e posizioni, suggerendomi che un elemento di non trascurabile importanza è costituito dall’esperienza acquisita nel tempo. Ho studiato al liceo artistico e poi all’Accademia di belle arti di Bergamo. Dopo l’accademia mi sono trasferito a Milano e ho iniziato a lavorare a fianco di un artista che da allora mi è stato molto d’aiuto, Luca Vitone. Lavoro come assistente ad alcuni dei suoi progetti e dal momento in cui si è trasferito in Germania, gestisco il suo archivio e ho la possibilità di sfruttare il suo studio milanese (Grazie Luca). Da quando sono arrivato a Milano non ho mai smesso di confrontarmi con la città, le sue strade e i suoi abitanti, la città mi ha dato e continua a darmi molto, spero un giorno di poterle lasciare qualcosa in cambio.

Gino Pisapia: Dopo questa iniziale fase di gestazione formativa, mi sembra che la tua ricerca abbia seguito orientamenti parzialmente diversi. Da cosa deriva questa scelta?
Giovanni Oberti: Da quando ho iniziato quest’avventura nell’arte ho sempre ritenuto che la cosa più importante fosse il vuoto che separa noi da ciò che stiamo guardando, si tratti di opere d’arte, architetture, o qualunque altro oggetto sul quale posare lo sguardo, dalla televisione a un libro fino a un paesaggio… Non mi sono mai interessato troppo solo all’opera o allo spettatore ma a quel rapporto che si viene a creare mentre il secondo osserva la prima. Da allora la mia ricerca si basa prevalentemente sul significato di osservare. Solo opera e spettatore non sono sufficienti affinché la rappresentazione assuma significato. Indispensabile affinché questo accada è il vuoto che li separa e una buona dose di tempo dedicato alla fruizione. Nel mio lavoro tendo a dare molta importanza a cosa propongo, m’interesso all’idea e alla sua realizzazione attraverso l’impiego di materiali comuni che abitano il nostro quotidiano. 

Giovanni Oberti

Senza titolo (Vanitas), 2010. Presso Basilica di S. Maria Maggiore, Bergamo. Deumidificatore, vaso in plastica, fiori recisi, aria, acqua, polvere Dimensioni ambientali. Courtesy dell’artista. Fotografia Floriana Giacinti

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Senza titolo (Oggetti dipinti), 2013. Specchiera, carta, matita, polvere. 120 x 80 cm. Courtesy dell’artista. Collezione Privata, Bergamo. Fotografia Floriana Giacinti

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La scatola dei colori di un pittore, 2012. Scatola di latta, polvere 32 x 25 cm. Courtesy dell’artista. Fotografia Floriana Giacinti

Onorarono

Onorarono, 2015. Particolare, Scatola di cioccolatini vuota in plastica d’orata, 26 x 36 cm. Courtesy dell’artista 

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Film No 508396, 2014. Provino trovato, 10 x 15 cm. Courtesy dell’artista. Collezione privata, Firenze

Gino Pisapia: Nel tuo lavoro hai più volte affrontato il tema del tempo, quello ciclico nelle clessidre, quello lineare e aperto nei bicchieri con il calcare, quello arbitrario del ricordo nei rullini trovati. Cos’è per te il tempo?
Giovanni Oberti: Il tempo è una dimensione nella quale provare a concepire e misurare il trascorrere degli eventi, in un certo senso la vita stessa che ci separa dalla fine. Lo intendo come parte integrante del vuoto di cui parlavo prima. Per un attento osservatore il tempo è una cosa di cui tenere sempre conto. Lavoro molto con la fotografia, in quel caso il tempo ha un valore enorme e non solo relativo alla buona riuscita dello scatto. Una delle chiavi di lettura del mio lavoro è sicuramente l’idea di rappresentazione del tempo come se non scorresse ma come traccia residuale di ciò che è stato. La clessidra per esempio è un simbolo che mi è molto utile, è un orologio a polvere che riempiendosi e svuotandosi ci permette di dare una misura abbastanza precisa del tempo che scorre. Una misura fatta di vuoti e di pieni.

Gino Pisapia: Si è recentemente inaugurata La Biennale Giovani di Monza, alla quale partecipi, selezionato da Elio Grazioli, mi illustreresti l’opera che hai presentato?
Giovanni Oberti: Conosco Elio Grazioli dai tempi dell’Accademia, è alle sue traduzioni e ai suoi libri che devo molto. L’ho coinvolto in maniera attiva nella mostra personale che ho tenuto presso Careof nel 2010 e da allora la mia stima nei suoi confronti è cresciuta a dismisura. Quando mi ha invitato a elaborare un progetto per la mostra di Monza ho subito pensato di voler esporre qualcosa di nuovo e mai uscito dallo studio. La mostra è incentrata su di un tema molto ampio, legato all’Expo, questo tema è l’energia. Quindi ho estratto dal cassetto uno di quei progetti mai realizzati e l’ho scomposto fino a ottenere una sola coppia di oggetti che in relazione tra di loro evidenziano il vuoto che li separa. Il progetto completo prende il nome di Onorarono ed è composto da quattro coppie di oggetti trovati in relazione tra loro. Ogni coppia è formata da un oggetto appeso a parete e uno posizionato a terra di fronte al primo. Come si può percepire dal titolo, che è un palindromo, non esiste un metodo corretto di osservazione dell’insieme, ogni oggetto conserva una propria autonomia nonostante questo entri in relazione con un altro oggetto che posizionato di fronte ne modifica le relazioni con l’intero spazio che li ospita. Il vuoto che li separa è Onorarono.

Gino Pisapia: So che a breve inaugurerai un progetto speciale per il Kunstverein di Monaco. E’ possibile avere delle anticipazioni su cosa ci sarà in mostra?
Giovanni Oberti: La mostra verrà inaugurata il 24 aprile 2015 nella project room del Kunstverein di Monaco di Baviera. Sarà prevalentemente visibile dall’esterno del museo, attraverso una grande finestra che si affaccia sul centralissimo Hofgarten. Per la prima volta ho deciso insieme al direttore del Kunstverein, Chris Fitzpatrick, di utilizzare un’opera come supporto per un’altra opera. Ho scelto di unire due vecchi lavori tecnicamente differenti che però condividevano le stesse suggestioni. Il primo è Senza titolo (Archi di dama) del 2012, una coppia di bicchieri di cristallo, di forma diversa, che ho riempito d’acqua e lasciato evaporare molte volte fino a una totale calcarizzazione delle superfici interne dei bicchieri. Questi sono posizionati sopra a un tavolino formato da una teca in cristallo che contiene alcuni agrumi disidratati e successivamente dipinti di grafite, parlo di Senza titolo (Oggetti dipinti) del 2008. È un’installazione proprio sulla visione e strettamente legata all’idea iniziale di mettere qualcosa tra noi e quello che stiamo guardando, una sorta di vetrina concentrica, dove lo spettatore è invitato a viaggiare con lo sguardo attraverso i piani visibili e i vari livelli di lettura. A vegliare su questa finestra vi sono due piccoli rami di dattero senza frutti che spuntano direttamente dal muro. Come due razzi visivi, distanti tra loro come due occhi, due occhi umani che timidi ma fervidi guardano fuori… Accompagna la mostra un multiplo d’artista in tiratura di 1000 copie prodotto grazie alla collaborazione offerta dal Süddeutsche Zeitung, giornale locale che ne ha realizzato le stampe sulla stessa carta normalmente usata per il quotidiano.

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Gino Pisapia

classe 1981, è critico d’arte e curatore indipendente. Il suo interesse principale si rivolge all'indagine, alla ricerca e all'approfondimento delle più recenti esperienze artistiche, legate alle infinite possibilità del contemporaneo. Il suo approccio alla curatela si muove tra innovazione e tradizione, tra antropologia e sociologia ma anche tra musica, cinema e performance. Tali interessi hanno orientato negli anni la sua ricerca verso obiettivi differenti capaci di mettere in luce una pratica curatoriale che accentra il concetto di collaborazione e costruzione dell'esposizione in stretta relazione con gli artisti.

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