Appuntamento in Studio #5 Raffaela Mariniello

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Il mio recente soggiorno napoletano mi ha portato a girovagare per le strade e i vicoli della città e del suo hinterland, tra la storia e la geografia di luoghi unici e per questo estremamente affascinanti, mosso forse dalla voglia di scoperta o semplicemente di conferma rispetto a quanto già visto o conosciuto. In uno dei tanti pomeriggi trascorsi nel capoluogo campano, ho incontrato Raffaela Mariniello (Napoli, 1961), donna tranquilla, calma, intelligente, riservata e attenta osservatrice, tecnicamente definita come fotografa – anche se credo che questa tipologia di categorizzazione della sua pratica possa non esaltarla – visto che la sua intera opera risente di momenti diversi, complessi, che definirei performativi involontari e scultorei programmati attraverso i quali formalizza le sue visioni iconiche. Performativi involontari perché il suo modus operandi la spinge ad assumere un atteggiamento d’attesa rispetto all’immagine che – pianificata nell’obbiettivo della sua mente – va a configurarsi costruendosi davanti all’obbiettivo reale della macchina fotografica; scultorei programmati invece perché spesso interviene fisicamente, mediante l’inserimento di elementi prelevati dallo studio o dal paesaggio circostante per metterli in relazione ai soggetti da fotografare. Inoltre i lunghi tempi di esposizione adottati nell’esecuzione dei suoi scatti le consentono di aumentare la distanza che intercorre tra l’oggetto osservato e il soggetto osservante, in termini non solo di spazio ma anche di tempo, offrendo alla visione un’inedita possibilità interpretativa rispetto all’ordinarietà dei soggetti che divengono straordinarie e mai banali epifanie quotidiane. Lo studio di Raffaela si trova a pochi passi dalla movida della Napoli da bere, lungo un percorso che collega la zona di Chiaia agli edifici collinari e all’area di Castel Sant’Elmo. A metà strada tra questi luoghi dai quali si gode di uno skyline interrotto – in primo piano – solo dalla torretta angolare della Palazzina Velardi, prima architettura liberty della città, un palazzo temporaneamente in ristrutturazione ospita lo studio di Raffaela. Lo spazio bianco, ordinato e caratterizzato da luci al neon posizionate a pavimento mi introducono nel mondo della Mariniello dove ho il piacere di “incontrare” oltre alle sue opere appese alle pareti, il suo gatto Rosinella, che rilassato giace su di uno sgabello attaccato al termosifone mentre seguita a guardarmi curioso. Anche se non amo particolarmente i gatti, Rosinella, mi sembra educata e ben curata, a un tratto con un balzo un po’ arrugginito, tipico di chi è appena stato svegliato, scende dallo sgabello e si ferma davanti a un grande lightbox con l’immagine di una giostra, iniziano così le mie curiosità e le conseguenti incalzanti domande.

Gino Pisapia: Credi che a Rosinella piacciano le tue opere e se si da cosa te ne accorgi?
Raffaela Mariniello: Rosinella, una gatta, è uno dei personaggi del testo teatrale Compleanno, di Enzo Moscato, uno spettacolo che amo particolarmente. La mia Rosinella ha la stessa discrezione della gatta dello spettacolo. Capisco da questa sua discrezione che apprezza il mio lavoro. È molto attenta alle cose che incrocia quando passeggia in studio, a volte ci sono oggetti, magari anche stampe fotografiche sul tavolo che non osa sfiorare.

Nel tuo lavoro solitamente procedi per cicli d’immagini. C’è un progetto al quale sei più legata?
Sì! Quello su Bagnoli (Bagnoli, una fabbrica – Electa Napoli, 1991) per almeno cinque ragioni che provo a elencare: è stato il primo progetto e l’assoluta inconsapevolezza della sua realizzazione. La giovane età (appena 28enne). La scoperta della fotografia notturna affrontata con lo spirito di un autodidatta. L’esperienza in una fabbrica (mi sentivo un’operaia). Sviluppare le lastre 10×12 e vederne tutta la loro bellezza, quando aperta la tanica …, poi arrivava la magia. È il caso di dire, un’epifania.

Cosa rappresenta per te lo studio? E l’archivio?
Lo studio è un luogo importantissimo, vivrei sempre qui, sogno ancora uno studio enorme, un capannone, con un piccolo soppalco con il letto in alto. Alterno momenti in cui avverto la necessità di stare nel mio studio a momenti in cui ho bisogno di andare in giro all’aperto, come se andassi a caccia per tornare a casa con la preda, un’immagine, un oggetto, una sensazione, una consapevolezza in più. Pensando all’archivio, invece, mi viene sempre in mente il detto napoletano che si riferisce al passato e ai ricordi: – “arape‘o cascione” – cioè aprire una vecchia scatola dove sono custodite le memorie. Il mio archivio quindi è piuttosto disordinato. Vecchie stampe fatte da me manualmente – e sono parecchie visto che ho lavorato 25 anni in camera oscura – si mescolano alle nuove stampe digitali ai pigmenti.

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Bagnoli, una fabbrica, stampa ai sali d’argento, 1991. Courtesy R.M e Studio Trisorio

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Capri teorema, stampa ai pigmenti su carta fineart, 2016. Courtesy R.M. e Studio Trisorio

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Capri teorema, stampa ai pigmenti su carta fineart, 2016. Courtesy R.M. e Studio Trisorio

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Souvenirs d’Italie light box, 2006-2012. Courtesy R.M e Studio Trisorio

Non amo particolarmente l’archivio, restituisce il senso del tempo che scorre e questo non mi fa sentire a mio agio, mantengo un certo ordine tra i negativi, ma per il resto è piuttosto alla rinfusa in una grande cassettiera di ferro, il “cascione” appunto. Non ho mai pensato di lavorare per la costruzione di una memoria, so che questo processo con la fotografia è inevitabile ma non è mai stato il mio scopo. Ho sempre pensato al contrario che la forza di un’immagine sta nel fatto che non ha né tempo né luogo, quando riesce in questo un’opera non ha età.

Nella tua pratica hai utilizzato il bianco e nero, il colore, il video. A quale di queste tecniche credi sia più aderente il tuo approccio?
Sono tecniche che scandiscono le diverse fasi del mio lavoro. Il bianco e nero appartiene indubbiamente a una stagione iniziale, per quanto vi sia ancora molto legata, è da qualche tempo che in diversi progetti sto sperimentando il colore attraverso l’elevata desaturazione della cromia per creare una sorta d’ibrido tra le due pratiche. Ho cominciato a utilizzare la fotografia a colori dal 2006, per il progetto Souvenirs d’Italie (Souvenirs d’Italie – Skira editore, Milano 2006), un viaggio nei centri storici italiani contaminati dalla contemporaneità. Lì il colore era necessario, per rendere l’idea di  kitsch, brillante e vivace per evidenziare la quantità di oggetti banali e spesso patetici che invadono le nostre città lasciando emergere il cattivo gusto che inganna la realtà. Il video invece parte da un rovesciamento della pratica fotografica, dove i lunghi tempi di posa, restituiscono liquida la materia delle immagini. Il video al contrario della fotografia mi permette di vedere tutto il movimento, non isola l’oggetto, non lo estrapola, scorre lungo tutto l’asse di una scena, infatti, spesso faccio carrellate, scorrimenti, cercando dei piani sequenza. Tecnica a parte m’interessa oggi poter raccontare una storia rovesciando la metodologia classica del cinema senza copione, testo e un preciso soggetto. Mi piace l’idea di poter riuscire a rimandare una sensazione in modo che chi guarda possa costruirsi il racconto da sé. Forse banalmente questo è lo scopo del cinema sperimentale…

Collabori ormai da oltre 20 anni con lo Studio Trisorio, storica galleria napoletana fondata nel 1974, com’è nato il vostro rapporto professionale e come si è sviluppato nel tempo?
Lucia e Laura Trisorio le conosco da quando ero giovanissima, avevo venti, venticinque anni, ho conosciuto anche Pasquale Trisorio, che era un uomo speciale. Oserei dire che con la galleria con cui si lavora, si faccia una specie di matrimonio, dunque c’è del buono e del cattivo come in tutte le relazioni. Devo alla galleria il fatto che il mio tempo sia diventato un valore aggiunto nel senso buono del termine. Lo Studio Trisorio inoltre mi ha sempre permesso di sperimentare, non ha mai posto un limite alle mie scelte, ha sempre appoggiato i progetti e le mostre in galleria. Da qualche anno poi, hanno acquisito un nuovo spazio bellissimo e molto grande, fare una mostra lì, è sempre un mettersi alla prova.

Solitamente chi scrive di te mette in evidenza il tuo legame con il territorio, un aspetto che a par mio è abbastanza scontato e doveroso per chi nasce in un posto che ama, credi pertanto che i progetti che hai sviluppato rispetto ad altri luoghi, diversi dalla tua terra, siano meno interessanti?
No, non credo per nulla che fuori dalla mia terra il lavoro sia meno interessante, soprattutto perché cerco sempre le stesse atmosfere nelle diverse città e spazi urbani in cui mi trovo. Come se il mondo sotto la mia lente fosse fatto in un unico modo. Sostanzialmente sono gli spazi urbani a cui manca una pianificazione logica e razionale i soggetti che m’interessano da sempre. Sono le città in cui tutto è precario, quelle che in fondo penso siano le più autentiche: da un certo punto di vista, le rivoluzioni, i conflitti sociali, una certa instabilità politica, rispecchiano un sentire umano più concreto. Napoli come tante città del Mediterraneo e del sud del mondo, fa parte di un’area geografica e mentale a sé, sono città dis-funzionali, molto difficili da vivere ma tanto energetiche e ricche dal punto di vista umano. Il legame con il territorio inoltre, mi permette di lavorare restando nel particolare, credo sia il microcosmo che rappresento nelle immagini a rendere l’idea dell’universalità. Penso che nella fotografia d’autore non si cerchi più di agire in modo originale, i fotografi che viaggiano in modo frenetico producono lavori pressappoco uniformi, ed è proprio questo che cerco di evitare.

In che misura credi che la tecnologia abbia cambiato la fotografia e quanto di questo cambiamento ha influito sulla tua ricerca?
Non ho mai avuto paura della tecnologia, credo che questa possa solo aiutare ad avere un buon risultato. Dopo venticinque anni di camera oscura, non ne potevo più, quando ho cominciato a informatizzare il modo di lavorare ho sentito un senso di libertà ma la conoscenza della camera oscura, ha contribuito alla comprensione del funzionamento dei programmi attualmente in uso nella fotografia. La maggior parte di questi come Photoshop, Lightroom, Aperture ecc. sono concepiti come una camera oscura, funzionano praticamente con gli stessi principi. Inoltre è molto interessante interagire con operatori che conoscono i programmi e con cui si diventa un tutt’uno. Non parlerei d’influenza sulla mia ricerca ma di possibilità, bisogna conoscere i limiti dell’analogico al quale di tanto in tanto non nascondo di tornare a utilizzare.

So che i tuoi progetti sono in continua evoluzione e che ultimamente stai lavorando a un video per una mostra, ci racconteresti di cosa si tratta?
Sì, certo, il prossimo 28 marzo si inaugura – presso la galleria Davide Gallo di Milano – una mostra collettiva, al femminile intitolata Didone dove verranno presentati il mio video e le opere di altre tre artiste napoletane, Marisa Albanese, Mariangela Levita e Rosy Rox, un bellissimo progetto. Siamo state invitate a riflettere con opere inedite e appositamente realizzate per la galleria attorno al tema mitologico di Didone. Pittura, scultura, installazioni e video parleranno del mito femminile e mediterraneo di Didone, intesa come simbolo di esilio, condizione spirituale ed emotiva, oltre che di vagabondaggio geografico. Attraverso una figura storica e mitologica dunque, si parla della realtà di oggi. Il video che ho realizzato per l’occasione è un viaggio nell’interiorità. Un lungo esilio costringe Didone in una terra sconosciuta in cui cerca riparo, abitando nella natura e lontana dagli agi del suo regno, si sente in uno stato di abbandono e prostrazione a causa della perdita di un amore. Tale condizione diventa una metafora in questo lavoro, infatti, cerco di riflettere sull’esistenza, sul senso della vita, percorrendo un viaggio interiore e profondo. Il lutto è una condizione con la quale negli anni tutti conviviamo, è parte della nostra realtà. Con i lavori video, Still in life 2014 e con Untitled 2017, tento di elaborare un momento difficile della mia esistenza, attraverso la forza dell’immagine. Credo che l’arte sia la sola dimensione capace di elaborare il lutto, è la risposta all’impotenza di un’esperienza drammatica. Nonostante il senso della vicinanza al personaggio sia del tutto allegorica, le parole de il lamento di Didone, un’aria dell’opera Dido and Eneas di Henry Purcell, che utilizzo nel video, risuonano come un pensiero che la donna compie a voce alta e a se stessa, cercando ancora una volta una ragione per continuare a vivere. È anche una sorta di autoritratto, la mia figura in forma di ombra rappresenta Didone stessa, si muove in una natura a volte anche ostile, con repentini cambi di scena, suoni e rumori che accompagnano le immagini. La ricerca sulla luce, alquanto evidente, resta centrale in questo video come del resto nella maggior parte del mio lavoro fotografico. Untitled 2017 è inoltre parte di un progetto video su cui sto continuando a lavorare, partendo da un habitat naturale, il percorso sfocia poi in una dimensione urbana che s’interfaccia alla natura stessa.

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Gino Pisapia

classe 1981, è critico d’arte e curatore indipendente. Il suo interesse principale si rivolge all'indagine, alla ricerca e all'approfondimento delle più recenti esperienze artistiche, legate alle infinite possibilità del contemporaneo. Il suo approccio alla curatela si muove tra innovazione e tradizione, tra antropologia e sociologia ma anche tra musica, cinema e performance. Tali interessi hanno orientato negli anni la sua ricerca verso obiettivi differenti capaci di mettere in luce una pratica curatoriale che accentra il concetto di collaborazione e costruzione dell'esposizione in stretta relazione con gli artisti.

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