Appuntamento in Studio #3 Danilo Correale

THE GAME, 2014, video still, 70min video, full HD, Courtesy the artist.

Se i precedenti incontri con gli artisti nel proprio studio avevano localizzato geograficamente i nostri spostamenti al centro – nord, post equinozio di marzo, che sancisce la fine dell’inverno decido che può esser cosa buona e giusta recarsi al sud del Bel Paese per godersi un po’ di sole e vedere che aria tira nel napoletano. Lo studio visit di oggi ci porta a Torre del Greco, secondo comune più popoloso d’Italia pur non essendo capoluogo di provincia, situato a sud di Napoli, città dove ha vissuto Danilo Correale, classe 1982.

THE GAME, 2014, video still, 70min video, full HD, Courtesy the artist.

Danilo Correale, The Game, 2014, video still, 70 min video, full HD, Courtesy the artist.
 

Credo di aver conosciuto Danilo sette/otto anni fa, a uno dei tanti opening che in quegli anni animavano Napoli, non che oggi siano meno ma l’atmosfera era molto diversa. L’immagine di Danilo è rimasta quasi invariata negli anni, scarpe da skater, jeans a vita bassa, t-shirt rigorosamente nera con stampe legate alla cultura punk, occhiali da vista con montatura spessa e berretto, ovviamente neri. Giunto alla stazione di Napoli Centrale, non di buon’ora, m’incolonno nella fila regolarmente disordinata che conduce alla stazione della Circumvesuviana, l’affascinante rete ferrata di circa 140 km che dal 1980 collega i paesi vesuviani e crea un anello intorno al vulcano. In 21 minuti e 10 fermate il treno puntuale arriva alla stazione di Torre del Greco, lì a pochi passi c’è lo studio “storico” di Danilo, visto che ormai vivendo tra l’Italia e New York, lo utilizza come laboratorio per i progetti europei e deposito degli affetti personali.
Situato al pian terreno di uno stabile costruito negli anni ’40, lo studio ricorda un basso, tipica abitazione napoletana con ingresso su strada, volta a botte ma in questo caso grande cinque/sei ambienti se consideriamo lo stanzino per lo sviluppo delle foto. Danilo sorseggia acqua da una bottiglietta, io intanto mi guardo intorno e distribuiti un po’ qua e là non posso fare a meno di notare casse da spedizione, tavole da skate, un proiettore 16 mm, attrezzature da bricoleur, un notevole numero di vinili, audio cassette, un vecchio stereo con grandi casse e un basso Honer a cinque corde di color ciliegio.

personal archive

La giornata è particolarmente calda, i motorini sfrecciano in strada guidati da ragazzini che  dimostrano a stento dieci anni e per la cronaca, noto che le strade sono pulite e libere dai rifiuti. Intanto cerco di sbirciare dappertutto e Danilo orgoglioso mi invita a esplorare la sua collezione di circa 300 vinili tra cui uno dei Wretched che mi sembra custodire con particolare cura, è dunque da parte mia obbligatorio chiedere spiegazione di tale affezione.

Gino Pisapia: Non conosco la band, chi sono, cosa fanno e perchè sei così legato a questo vinile?
Danilo Correale: Credo la conoscano veramente in pochi infatti, i Wretched sono stati un gruppo anarco-punk attivo negli anni del Virus, noto CSOA milanese sgomberato a metà degli anni 80. Nonostante non abbia mai vissuto direttamente quella “scena”, alla fine degli anni 90 (inizio 2000) ero molto attivo nel movimento Punk/HardCore Italiano, anni di cui conservo vividissimi ricordi. Credo di aver barattato questo vinile, non ricordo bene, ma sono sicuro di non averlo tradizionalmente pagato, come questo, molti dei vinili nella mia collezione, come quelli degli Active Minds, Los Vaticanos, DropDead etc. sono frutto di scambi tra amici, distributori, che in quegli anni riempivano le sale dei festival e dei concerti. Era una forma di economia fondata sullo scambio nel quale non vi era quasi mai l’obbligo di pagare in denaro, a volte poteva essere il baratto con una Tshirt, una toppa autoprodotta, qualche birra, un aiuto a caricare in auto la merce invenduta. Insomma era tutto molto meno irreggimentato, “libero e selvaggio”, proprio come il titolo di uno dei brani dei Wretched.

The 13th step 2012, postcards display, iridescent paint, 150 publications, variable dimensions. Courtesy Supportico Lopez, Berl

Danilo Correale, The 13th step 2012, postcards display, iridescent paint, 150 publications, variable dimensions. Courtesy Supportico Lopez, Berlin

 

G.P.: Quanto c’è del tuo passato “punk” nelle tue opere?
D.C.: Qualcosa sicuramente è rimasto, nella tensione costante a sovvertire le strutture entro il quale lavoro, che sia lo spazio della galleria, lo spazio museale, o nel caso degli ultimi progetti specifici, lo spazio relazionale, quello della produzione. Ciò che invece non è per nulla punk, se punk è anche inteso come improvvisazione, è la struttura della ricerca attraverso il quale definisco un progetto. Credo che uno degli aspetti fondamentali del mio lavoro sia proprio l’attenzione verso una rappresentazione che sia il risultato dal miglior’ bilanciamento possibile tra teoria e pratica, generando spazi di autonomia, attivando un percorso eversivo all’interno del processo di produzione e valorizzazione capitalistica.

G.P.: Mi racconteresti quello che per te è stato il progetto più complesso da realizzare ma allo steso tempo il più entusiasmante?
D.C.: Sicuramente il mio ultimo progetto, The Game, è stato tra quelli più impegnativi, non solo per la forma multidisciplinare dell’intero percorso, che si è diviso tra laboratori, allenamenti, un evento performativo, un film e una pubblicazione, ma per il contesto entro il quale ho lavorato, con operai e impiegati all’interno delle loro stesse aziende e con il supporto della Fondazione Ermanno Casoli, che da anni si occupa proprio del complesso rapporto tra arte e impresa. Non è stato facile sviluppare le idee alla base del progetto, non perché sia stato ostacolato, ma proprio perché volevo lavorare dall’interno di quei “percorsi disciplinari specifici” sovvertendoli. Ridisegnando le regole del gioco, negoziando tutti gli aspetti tesi alla costruzione di soggettività, che ci hanno portato all’evento finale, una partita di calcio a tre porte che si è tenuta l’8 Dicembre 2013.

THE GAME, 2014, video still, 70min video, full HD, Courtesy the artist

Danilo Correale, The Game, 2014, video still, 70min video, full HD. Courtesy the artist
 

G.P.: So che negli ultimi tempi ti stai dividendo tra l’Italia e New York. Quanto credi possa continuare questa spola e soprattutto cosa potrebbe offrirti in più NY rispetto all’Italia?
D.C.: Non credo che in questi anni di lavoro all’estero abbia mai cercato un “di più”, forse qualcosa di diverso, indispensabile per il mio modo di vivere, lavorare e essere cittadino. Sicuramente è difficile lavorare con metodo quando si è invitati a sviluppare percorsi di residenza all’estero, tuttavia per insistere in una pratica contro-egemonica è necessario delineare un percorso preciso, che riesca a intrecciarsi costantemente, malgrado la mobilità geografica, la quale credo sia oramai norma per gran parte dei professionisti.

G.P.: Quali progetti bollono in pentola?
D.C.: Lo studio dove lavoro a Brooklyn è soprattutto un incubatore di progetti e discorsi a cui sto lavorando parallelamente ad altri in via di chiusura come The Game. Le ricerche che sto portando avanti ora si fondano sullo studio di algoritmi e modelli di distribuzione, l’algoritmo inteso come estensione del processo di produzione economica. Vi è una certa tensione testuale e temporale nelle opere che sto realizzando, una delle opere sarà una grande installazione che ha richiesto 52 settimane di progettazione e incessanti correzioni, oltre a questo ho appena definito la pre-produzione di un ampia investigazione che si svilupperà tra Shenzhen e New York che spero potrà materializzarsi nella primavera 2015.

Il film/documentario The Game è stato presentato al pubblico il giorno 13 Giugno 2014 presso il cinema Nuovo Pendola di Siena.

Gino Pisapia

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Gino Pisapia

classe 1981, è critico d’arte e curatore indipendente. Il suo interesse principale si rivolge all'indagine, alla ricerca e all'approfondimento delle più recenti esperienze artistiche, legate alle infinite possibilità del contemporaneo. Il suo approccio alla curatela si muove tra innovazione e tradizione, tra antropologia e sociologia ma anche tra musica, cinema e performance. Tali interessi hanno orientato negli anni la sua ricerca verso obiettivi differenti capaci di mettere in luce una pratica curatoriale che accentra il concetto di collaborazione e costruzione dell'esposizione in stretta relazione con gli artisti.

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