Armin Linke, L’apparenza di ciò che non si vede

16-002956nuova

Sulla scia dell’“impulso archivistico” teorizzato nel 2004 da Hal Foster in An archival impulse, da oltre vent’anni la ricerca fotografica di Armin Linke (Milano, 1966) è finalizzata alla costruzione di un illimitato archivio del visibile che, a oggi, racchiude oltre ventimila immagini fotografiche scattate in diversi luoghi del mondo. L’intento è creare un atlante globale in continua espansione, capace di narrare e convogliare in un unico spazio, privo di precise coordinate geografiche, le attuali trasformazioni del mondo. Partendo da immagini di impianto fortemente spaziale, che mostrano il cambiamento del paesaggio da un punto di vista architettonico e naturale, l’autore muove alla ricerca di situazioni e contesti in cui centrale è la presenza dell’uomo, necessaria all’autore per capire la relazione tra quest’ultimo e le forme di un mondo in costante evoluzione. Tanto nelle fotografie quanto nei documentari, Linke ricorre a diverse tecniche di inquadratura, ripresa e montaggio per incrinare il limite tra l’oggettività della realtà osservata e la finzione, grazie anche al lavoro svolto sull’immagine nella fase di post-produzione. In uno spostamento continuo da luogo a luogo, Linke osserva, scatta e accumula il materiale fotografato in un archivio in costante divenire, attivo testimone dei cambiamenti geopolitici, economici e ambientali in corso. Davanti a questa immensa opera di catalogazione, peculiare è l’approccio dell’artista rispetto a una convenzionale fruizione dell’immagine da cui egli stesso invita a prendere le distanze. Mettendo in discussione una concezione statica dell’archivio come mero spazio di conservazione, Linke studia precise situazioni allestitive che ne aprano il contenuto ad un dialogo con il presente e con lo spazio in cui, di volta in volta, è presentata una parte.

Questo approccio è centrale in L’apparenza di ciò che non si vede, prima personale dell’artista in Italia presentata al PAC di Milano. Con la cura di Ilaria Bonacossa e Philip Ziegler la mostra, proposta in occasione della 12° Giornata del Contemporaneo e dedicata all’arte italiana, è la seconda tappa di un progetto più vasto e concepito come itinerante, alla base del quale c’è la volontà di ridefinire i limiti spaziali, per far dialogare il contenuto dell’archivio sia con diverse città europee sia con autorevoli studiosi invitati dall’artista a selezionare le fotografie per loro più interessanti, in relazione al rispettivo campo di ricerca. Dopo la prima tappa in Germania allo ZKM di Karlsruhe tra il 2005 e il 2007, che ha visto la partecipazione di Ariella Azoulay, Bruno Latour, Peter Weibel, Mark Wigley e Jan Zalasiewicz, la mostra al PAC si arricchisce dell’importante contributo di Franco Farinelli, Lorraine Daston e Irene Giardina. Con la presenza degli studiosi esterni, il progetto espositivo supera una presentazione ordinaria delle immagini fotografiche a favore di un procedimento più complesso, volto a ricontestualizzare il contenuto dell’archivio stesso e a collegare le oltre 170 fotografie selezionate a ulteriori teorie relative alla società contemporanea. In un susseguirsi di collegamenti, che riprende la struttura dei vasi comunicanti, un processo esterno all’archivio ne trasforma la fruizione, smantellando l’idea di una narrazione fotografica lineare. Grazie alle voci degli studiosi diffuse nello spazio si innesca una narrazione su più livelli: l’audio si sovrappone alla parte visiva, accompagnando le immagini e i testi scritti dal fotografo per creare uno spazio altro, attraversato da traiettorie visive e uditive che collegano le fotografie a riflessioni legate alla geografia, all’architettura, alla fisica o alla filosofia.

Centrale è l’allestimento della mostra, studiato per dialogare con l’architettura modernista del PAC e per invitare lo spettatore a muoversi senza seguire un percorso a priori. Il tradizionale allestimento lungo le pareti – che richiede una visione solitaria, statica e frontale – è stravolto da una visione d’insieme che considera la singola unità fotografica come parte di un sistema integrato sia su un piano visivo che concettuale. Il PAC è così attraversato da una serie di pannelli – isole intese come nuclei tematici piuttosto che autoriali – tra i quali il visitatore è invitato a spostarsi seguendo ciò che lo colpisce di più. In questo modo, in un percorso di fruizione sempre diverso perché personale, l’archivio stesso si racconta e si plasma in un’opera aperta dalle connessioni sempre diverse.

Armin Linke, Kawah Ijen Volcano, Biau (Jawa Timur) Indonesia, 2016 © Courtesy the Artist

Armin Linke, Maha Kumbh Mela, Allahabad, India, 2001 © Courtesy the Artist

Armin Linke, UNO, United Nations Organization, conference room Geneva Switzerland 2001 © Courtesy the Artist

Armin Linke, Whirlwind, Pantelleria, Italy, 2007 © Courtesy the Artist

The following two tabs change content below.

Michela Lupieri

laureata in Arti Visive allo IUAV di Venezia ha una specializzazione in arte contemporanea e pratica curatoriale. Dal 2011 è curatrice di Trial Version, progetto che ha contribuito a fondare insieme a un gruppo di professionisti del settore. Lavora come curatrice e critica.

Rispondi