Vedo gente, faccio la storica dell’arte. A proposito di Artestorie. Le professioni della storia dell’arte

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C’è un episodio celebre e molto citato del film Ecce Bombo di Nanni Moretti in cui l’indimenticabile personaggio di Michele Apicella chiede alla ragazza con cui sta uscendo cosa faccia per campare. Lei non aiuta con le sue risposte – «Beh, mi interesso di molte cose…» – e a lui proprio non va giù questa indefinitezza:

«E l’affitto? E i vestiti? Il mangiare? Questa sigaretta qui?», insiste perplesso. Il vivace scambio di battute tra i due mi è tornato in mente, credo non del tutto a torto, mentre leggevo la prefazione di Artestorie. Le professioni della storia dell’arte, volume di recente pubblicazione a cura di Maria Stella Bottai, Silvia Cecchini e Nicolette Mandarano. Obiettivo del libro è raccontare che cosa voglia dire essere storico dell’arte oggi, quali prospettive lavorative abbia un neolaureato e anche quanta inventiva occorra per farsi spazio tra i nuovi profili professionali. «Quante volte», ricordano le curatrici, «abbiamo farfugliato risposte che suonavano più come giustificazioni, tentativi di convincere il nostro interlocutore che lo storico dell’arte è una professione?». Quel dialogo morettiano potrebbe declinarsi, insomma, più o meno in questi termini: «Senti, me l’ero dimenticato, che lavoro fai?» «Lo storico dell’arte» «…E concretamente?».

Concretamente, ci viene spiegato, pare che negli ultimi anni le possibilità di impiego siano cresciute, almeno sul piano qualitativo. La stessa qualifica di storico dell’arte andrebbe oggi parzialmente rimessa in discussione, essendo utile a indicare non tanto una professione ben definita – e retribuita – quanto il titolo di studio, il percorso per così dire teorico intrapreso prima di entrare nel mondo del lavoro. Per questo il libro si sviluppa in forma antologica dando voce a una costellazione di figure che, pur accomunate dalla laurea, talvolta anche dalla scuola di specializzazione e dal dottorato, nel tempo hanno finito per affinare competenze assai diverse tra loro.

Artestorie è un volume agile, scandito da un percorso che alterna le professioni interne alle istituzioni a quelle indipendenti, e quelle tradizionali a quelle più recenti e ancora prive di un nome condiviso. Cinque le macroaree d’indagine (Formazione e ricerca, Il museo e la soprintendenza, Intorno e oltre il museo, Le opere e le immagini, Divulgazione e analisi dei pubblici), tante e diverse le esperienze raccontate: dal professore al sovrintendente, dall’educatore museale all’archivista, dal curatore al registrar, dal giornalista all’art advisor, dal blogger al digital media curator. Un’attenzione particolare è riservata alle nuove professioni che curano l’immagine e la comunicazione delle istituzioni sui nuovi media, alternando produzione di contenuti e costruzione di relazioni tra gli utenti-visitatori. Sarebbero proprio le potenzialità del web, unite a prontezza e originalità, ad aver ampliato l’offerta occupazionale per gli storici dell’arte.

Ma andiamo con ordine. Dopo la discussione della tesi o già nei mesi precedenti, nel limbo che è la ricerca e la stesura, lo studente di storia dell’arte comincerà a guardarsi intorno, ansioso di trovare la propria strada nel mondo. L’insegnamento superiore, quindi l’abilitazione, e la ricerca accademica, quindi il dottorato, sono ipotesi sempre gettonatissime eppure frustranti, tra l’inevitabile precariato e l’incognita della borsa di studio. Qualcuno coglierà l’opportunità di proseguire lo stage curricolare in un museo, in una galleria, in un archivio o in una redazione – ma chissà per quanto tempo, e se un compenso è poi previsto. E ci sarà pure chi, maledicendo il giorno in cui s’è iscritto, devierà su qualcos’altro, pur di mangiare. Una riflessione che emerge dalle pagine di Artestorie è appunto lo scollamento tra la teoria (tanta) e la pratica (poca) all’interno di un corso di Lettere che non ha tra gli obiettivi quello di offrire la preparazione tecnica per un mestiere. Ma allora cosa potremmo mai fare, noi che non sappiamo fare niente?

Un primo consiglio arriva da Anna Chiara Cimoli, che oggi si occupa di inclusione sociale nei musei: mettere da parte «quell’orgoglio vecchio stile per cui l’importante è la ricerca, tutto il resto viene dopo». Poi, come suggerisce Maria Chiara Ciaccheri nel suo testo dedicato al tema dell’accessibilità, «abbassare le resistenze per imparare da qualsiasi contesto». Ma soprattutto – questo mi pare il filo che tiene insieme i trenta saggi-racconti – non storcere il naso di fronte alla constatazione che, come per tutte le professioni, per un laureato in storia dell’arte sarà tanto più necessario integrare il proprio sapere con competenze mutuate da altri campi. Lo sa bene il curatore e chiunque, operando da freelance, si trovi a costruire il budget per un progetto, cercare fondi, fare ufficio stampa, avere la responsabilità di eventuali collaboratori ecc.

Avremo tutti il lavoro bellissimo che ci siamo scelti? Probabilmente no. La scorsa estate ho conosciuto un ragazzo e una ragazza tra loro doppiamente colleghi: storici dell’arte, promettenti curatori e allo stesso tempo impiegati nell’azienda per lo smaltimento dei rifiuti delle rispettive città. La sistematica mancanza di risorse nel settore dei beni culturali e la chimera del compenso periodico hanno reso sempre più necessaria la ricerca di altri canali di finanziamento. Pur non nascondendo questa e altre ombre del mestiere, Artestorie tratteggia in positivo la figura dello storico dell’arte: non polverosa e monolitica ma sfaccettata, aperta e in continua evoluzione, sensibile agli stimoli esterni e a essi in grado di adattarsi. Forse sono soprattutto gli studenti di domani ad aver bisogno di un libro come questo, affinché imparino presto come coniugare il proprio sapere specialistico a una visione pratica della disciplina.

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Artestorie. Le professioni della storia dell’arte
A cura di Maria Stella Bottai, Silvia Cecchini, Nicolette Mandarano
Cisalpino Istituto Editoriale Universitario, Milano 2016
236 pp., 23 €

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Roberta Aureli

Nata nel 1991, sono laureata in Storia dell’arte contemporanea all'Università La Sapienza di Roma; la mia tesi magistrale è pubblicata da Bulzoni (La campana di vetro. Trasformazione della «camera di compensazione per sogni e visioni» nelle pratiche artistiche contemporanee). Dopo uno stage presso una galleria romana e una prima esperienza come curatrice indipendente, attualmente frequento Campo16, il corso per curatori della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, e collaboro al corso magistrale di Storia dell’arte contemporanea di Antonella Sbrilli (Università La Sapienza, a.a. 2016/2017).

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