Atlante della dissolvenza. Intervista a Silvia Camporesi

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Atlas Italiae è il nome del poetico viaggio della memoria intrapreso da Silvia Camporesi attraverso i luoghi abbandonati di un’Italia nostalgica e cristallizzata nel tempo, incapace di opporsi alla progressiva perdita della sua identità storica e culturale. L’artista forlivese è maestra nel cogliere attraverso i suoi scatti le tensioni silenziose ancora presenti nei borghi disabitati, nelle architetture fatiscenti e nelle archeologie industriali sparse per la penisola, frammenti di ricordi perduti che vanno a comporre un ideale atlante della dissolvenza. In occasione della mostra in corso alla Galleria del Cembalo di Roma, che riassume il frutto di questa ricerca suggestiva attraverso un’ampia selezione di scatti visibili fino al 9 aprile, Juliet ha posto qualche domanda all’artista in merito ai contenuti principali dell’esposizione e alla poetica che contraddistingue il suo lavoro.

Atlas Italiae è il risultato di un progetto complesso, che l’ha vista percorrere l’Italia da nord a sud in cerca di paesi ed edifici abbandonati nel giro di un anno e mezzo. Può raccontarci qual è stata l’idea alla base del progetto e che ruolo gioca il concetto di memoria nel suo lavoro?
L’idea del progetto è nata dopo aver visto la foto di Fabbriche di Caregine, un paese sfollato e poi sommerso per la creazione di una diga. Il paese si trova nelle Alpi Apuane e nella foto era stato ritratto dopo uno svuotamento: sembrava un paese di cartone. Questa immagine ha animato la mia fantasia e dopo una breve ricerca ho scoperto che in Italia i paesi abbandonati sono tantissimi. Così ho intrapreso un viaggio per tutte le regioni italiane, selezionando luoghi abbandonati ma ancora carichi di memoria, m’interessava trovare edifici e paesi in cui ci fossero tracce di ciò che erano stati, qualcosa che mi riconducesse alla loro storia prima dell’abbandono. Pertanto non ho fotografato nude strutture o luoghi vandalizzati.

Le sue opere sono il frutto della sperimentazione di varie tecniche, dal kirigami (tecnica giapponese d’intaglio e piegatura della carta per ottenere forme tridimensionali a partire da un unico foglio) alla colorazione manuale delle fotografie. Ci parli della sua ricerca e degli interventi fatti per realizzare questa serie di scatti.
A metà del viaggio mi sono trovata a selezionare una grande quantità di foto, tutte molto diverse tra loro dal punto di vista di luci e colori e mi chiedevo come far dialogare, ad esempio, la foto di un paesaggio bianco e ghiacciato del nord Italia con un luogo soleggiato e dai colori caldi del sud. Così è nata l’idea della colorazione manuale: stampo in bianco e nero e restituisco alle immagini la quantità di colore affine al mio sguardo. Non m’interessa che l’intervento si veda, il mio obiettivo è ottenere un risultato ideale dal punto di vista delle tonalità. Oltretutto questa azione ha inaspettatamente anche un’elevata valenza concettuale: colorare fotografie di luoghi abbandonati è un po’ come rianimarli.

Da qualche anno il suo lavoro si concentra esclusivamente sul paesaggio. Perché ha scelto di abbandonare gradualmente l’inserimento della figura umana nelle sue fotografie?
Da quando mi è stato commissionato il lavoro su Venezia, nel 2011, ho perso interesse per la figura umana e mi sono dedicata agli spazi, al paesaggio. Nella serie dedicata a Venezia ho immaginato una città deserta, quasi sommersa dall’acqua, piena di nebbia. È come se la figura umana distrasse da una riflessione più profonda sul paesaggio, urbano e naturale. Così l’ho gradualmente messa ai margini e poi eliminata, e devo dire che questa scelta mi ha reso più libera. Fotografare le persone è complicato, c’è un tempo preciso per farlo, il paesaggio invece è lì, immobile, pronto, silenzioso.

Facciamo un piccolo passo indietro: qual è stato il suo incontro con la fotografia dopo un percorso accademico diverso, che l’ha portata a laurearsi in filosofia? E quali sono i maestri divenuti suoi modelli?
La filosofia mi ha portato a interessarmi di estetica, dunque di arte e in breve sono arrivata alla fotografia. Ci sono degli autori che mi hanno ispirato sopratutto agli inizi (Diane Arbus, Jeff Wall, Luigi Ghirri), ma nel tempo ho imparato a prendere ispirazione dalle fonti più disparate: libri, cinema, giornali, storie vere e sopratutto la pittura.

Hans Ulrich Obrist, curatore e co-direttore della Serpentine Gallery di Londra, è solito porre durante le sue “conversazioni” con gli artisti una domanda specifica, che mi piacerebbe fare anche a lei: qual è il suo progetto irrealizzato? Il suo sogno?
Per molti anni il mio sogno è stato quello di fare un viaggio in Italia per paesi abbandonati. Questo è rimasto irrealizzato fino a quando non sono riuscita trovare quindici collezionisti che lo hanno sponsorizzato, diversamente sarebbe restato un sogno. Sicuramente mi piacerebbe fare un lavoro sulle zone fredde del mondo… E questo, per vari motivi, credo rimarrà il mio progetto irrealizzato.

Atlas Italiae
20 febbraio – 9 aprile 2016
Galleria del Cembalo, Roma

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Silvia Camporesi, Castello, Rovasenda (Piemonte), 2015, dimensioni variabili

Silvia-Camporesi,-Hotel-Porretta-Terme-(Emilia-Romagna),-2015,-dimensioni-variabili

Silvia Camporesi, Hotel Porretta Terme (Emilia Romagna), 2015, dimensioni variabili

Silvia-Camporesi,-Hotel-Salsomaggiore-Terme-(Emilia-Romagna),-2015,-dimensioni-variabili

Silvia Camporesi, Hotel Salsomaggiore Terme (Emilia Romagna), 2015, dimensioni variabili

Silvia-Camporesi,-Veduta,-Isola-di-Pianosa-(Toscana),-2015,-dimensioni-variabili

Silvia Camporesi, Veduta, Isola di Pianosa (Toscana), 2015, dimensioni variabili

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Silvia Camporesi, Veduta, Roghudi (Calabria), 2015, dimensioni variabili

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Magalì Cappellaro

Da sempre appassionata di arte contemporanea e design, si diploma presso il Liceo Artistico Giovanni Sello di Udine e successivamente ottiene la laurea in Tecnologie per la Conservazione e il Restauro presso l'Università Ca' Foscari di Venezia. Particolarmente interessata allo sviluppo delle realtà non-profit in ambito artistico, collabora da anni con varie associazioni culturali di Udine, dove vive e lavora.

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