Axel Koschier: grammatica e criticismo del gesto pittorico

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Formatosi tra le università di Vienna e Berlino, oggi rappresentato dalla galleria Leslie Berlino, Axel Koschier (1980) è un artista austriaco in costante discussione con la tridimensionalità spaziale. Come racconta, vivere in territorio austriaco gli ha permesso di ereditare e nutrirsi di un “criticismo quasi esistenzialista” che si riflette, per esempio, nella continua messa in discussione del quadro, come oggetto, come mezzo, come linguaggio. Sviluppato recentemente un interesse per la tela come spazio di sperimentazione, la sua è una “ricerca dell’incolmabile distanza tra le componenti razionale e intuitiva, le quali giocano sempre un ruolo fondamentale nel processo creativo”.

I quadri di Axel Koschier non si estendono solo nelle dimensioni abituali, ma investono anche i nuovi mezzi di manipolazione digitale, che contribuiscono in alcuni casi a definirne la distanza: “In certi quadri posso trovare una distanza critica maggiore nei confronti del gesto pittorico, grazie alla manipolazione digitale, come la scansione, la stampa e la copia. Anche se queste tecniche lavorano alla creazione di un originale, con le proprie qualità tattili. Quando poi le opere vengono inserite in un contesto spaziale, si genera un ulteriore livello di comprensione, con riferimenti completamente diversi. Così compresi, i dipinti hanno insiti in se stessi una mole indefinita di contenuti autonomi, essendo o facendo parte di uno spazio piuttosto che di un altro”.

La questione sulla fisicità, o sulla distanza come manifestazione, allo stesso tempo, reale e astratta della presenza, rappresenta per Axel Koschier un tema centrale. L’opera viene quasi messa in scacco o falsificata nel tentativo di moltiplicarne i significati e farne emergere nuovi volti, nuove interpretazioni. “I quadri vengono prodotti e in certi casi presentati in luoghi espositivi con diverse qualità spaziali e in contesti eterogenei: come ci è arrivata lì, l’opera? Come appare? Dove andrà dopo? Cos’ha scaturito in chi guarda?” L’opera si moltiplica e si evolve non solo nella ricezione di chi guarda e dello spazio che l’accoglie, ma è mutevole anche nell’assumere diversi mezzi e materiali eterogenei. La firma e lo stile trascendono la scelta del mezzo espressivo, perché tutto parte da un unico gesto creativo.

“Mi disturba essere considerato un pittore come anche la volontà di creare uno stile necessariamente riconoscibile e replicabile. Ho l’impressione che alla base di ogni mezzo espressivo ci sia la stessa qualità dalla quale tutto origina. Partendo dalla materialità che associo alla pittura, posso tranquillamente espandermi nello spazio con un’installazione fatta di quadri e sculture, forse un video o una proiezione se voglio integrare il senso della temporalità. Bisogna pensare all’utilizzo dei mezzi espressivi come a una costante combinazione di lavoro di ricerca e la sua applicazione e sviluppo nel contesto di una mostra, in un luogo specifico. Volendo, potremmo fare un paragone con la cucina, col bilanciamento del gusto di un piatto dato dal contrasto tra i vari ingredienti. Considero i confini spaziali dello spazio espositivo come una sorta di scheletro, dal quale non si può veramente fuggire o nascondersi. Dentro questo spazio delimitato avvengono associazioni e riferimenti – tra gli oggetti, i visitatori e le loro rispettive qualità.”

Lo studio e influenza del cinema come motivo di narrazione e ordinamento del tempo, nello specifico l’intero corpo cinematografico di Yasujirō Ozu, sono presenti nel modo in cui anche lo spazio è concepito. Video, fotografia e film caratterizzano, infatti, gli esordi del giovane artista, interessato da una forte componente concettuale. Se agli inizi il tentativo era di formare opere finite e autonome in se stesse, il bisogno d’identità e compattezza è andato a perdersi favorendo una sperimentazione più ampia e con “diversi media. Senza tuttavia perderne la struttura, per lavorare in modo più libero e progettuale, porsi domande più precise ed elaborate”. Dal mezzo filmico a quello pittorico, la ricerca artistica di Axel Koschier è svincolata da una retorica superficialità e dalla paura di sperimentazione.

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Axel Koschier, Untitled, 2015, Linoleum print, Acetone frottage on Tyvek 30 x 21 cm. Courtesy Leslie, Berlin

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Axel Koschier, Untitled, 2015, Acetone frottage on Tyvek, 189 x 134 cm. Courtesy Leslie, Berlin

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Axel Koschier, Unitlted, 2015, Acetone frottage on parachute silk 40 x 30 cm. Courtesy Leslie, Berlin
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Giulia Bortoluzzi

graduated in contemporary philosophy/aesthetics, has been working in collaboration with various contemporary art galleries, theaters, private foundations, art centers in Italy and France. Is a regular art contributor for L’Officiel, editor assistant for TAR magazine, founder and editor for recto/verso and editor in chief for julietartmagazine.com

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