Balthus a Roma tra innocenza e ambiguità. Parte II

Japonaise à la table rouge, 1967-76

 “Amo le ore trascorse a guardare la tela, a meditare davanti ad essa (…) tutto viene riassorbito dal silenzio: prepara all’entrata delle forme sulla tela nel loro segreto, alle modifiche spesso appena abbozzate che fanno fluttuare il soggetto verso qualcos’altro di illimitato, di sconosciuto”. Memorie, Balthus 2001

Dipingere è rivelare un’idea di bellezza, è “innalzarsi verso la bellezza, allontanare la sventura e la sofferenza e ritrovare l’innocenza dell’infanzia”. È forse proprio nel percorso che si sviluppa nell’Accademia di Francia a Villa Medici, della quale Balthus è stato direttore e restauratore dal 1961 al 1977, che la dimensione spirituale e la ricerca metafisica della sua attività artistica si palesano, mettendo a nudo, attraverso cinquanta opere tra dipinti, disegni e fotografie, la personalità complessa e illuminata di un’artista che, utilizzando le sue stesse parole, aveva “il compito di trovare, al di là delle apparenze, delle forme visibili, l’invisibile delle cose, un segreto dell’anima”.

L’esperienza e il fascino italiani cominciano per il giovane Balthus nel 1926 in Toscana dove questo pittore alle prime armi, in viaggio con la sua bicicletta, si dilettava nell’immergersi nelle opere del ‘400 di Masaccio e Piero della Francesca per riprodurne le linee e i colori inimitabili. Queste prime esperienze marcheranno la sua pittura fino alla fine della sua vita, permettendogli di apprendere uno stile pittorico molto simile a quello degli affreschi italiani dell’epoca. Come nel Nu de profil (1973-77) in cui i colori pastello, quasi onirici, riproducono la dimensione eterea del sogno, di un’ulteriore dimensione rivelata dall’artista. Similmente, ne La chambre turque (1963-66) Setsuko, moglie dell’artista conosciuta nel 1962 a Kyoto, diviene protagonista in una ricerca di perfetto equilibrio tra contrasti, colori e geometrie, in una continua smania di perfezionismo. Gli arabeschi della camera turca, per la prima volta visibili al pubblico, con i suoi uccelli tropicali, le sue geometrie orientali e i richiami naturalistici a fiori e foglie di un altro mondo, permettono l’immersione nel  fascino di un sogno di luci e colori del quale Balthus aveva colto l’essenza, riprodotta oggi nella sua opera. È proprio quest’opera che nella sua sensualità e delicatezza rappresenta, oltre all’amore per la perfezione e innocenza di Setsuko che si riflette nello specchio, uno squarcio nella vita intima romana della coppia.

Nel boom della Roma anni ’60 e ’70 in cui il cinema e la letteratura facevano da condottieri delle aspirazioni di un’Italia esplosa e ricostruita, assetata di nuove ricchezze e ispirazioni, Villa Medici accoglieva in continuazione personaggi illustri del mondo dell’epoca da Visconti a Moravia, a Fellini e grazie ai delicati ed appassionati lavori di restauro intrapresi da Balthus stesso si apprestava a diventare lei stessa un’opera d’arte. Balthus compie un enorme studio sulla Villa e dedica molti dei suoi anni a Roma alla realizzazione di questo progetto i cui risultati permettono di percepire lo spirito invisibile dell’artista nell’aria delle sale e nello spazio dell’esposizione. Da vero creatore, riprodusse nella Villa il suo Rinascimento personale, facendola divenire una costruzione del suo immaginario fantastico nel reale. “Comincio sempre un quadro pregando. Atto rituale che mi dà così i mezzi di passare, di uscire da me stesso. Sono convinto che la pittura sia una maniera di pregare, una via di accesso a Dio”. Le sue ultime opere Senza titolo (2000 – 2001) raggiungono un maggiore livello di astrazione e metafisicità crescente con l’approssimarsi della morte. Nonostante questo, Balthus resta realista, crea un’atmosfera sensuale, a volte disturbante, un’ambivalenza costante nelle sue opere che lo rendono un artista complesso, a volte enigmatico, ma ricco nelle sue forme e colori di un forte desiderio di rivelazione e spiritualità dell’anima.

BALTHUS
Scuderie del Quirinale, La retrospettiva
Accademia di Francia a Roma – Villa Medici, L’atelier
24 ottobre 2015 – 31 gennaio 2016
A cura di Cécile Debray

Nu-de-profil-1973-77

Balthus, Nu de profil, 1973-77

Balthus, Pierre et Betty Leyris, 1932. © Balthus © MONDADORI PORTFOLIO/AKG Images

Balthus, Pierre et Betty Leyris, 1932. © Balthus 

Polaroid 1990-2000

Polaroid 1990-2000

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Alice Labor

Romana di nascita, Alice Labor è arte, viaggi, letteratura, diritti e politica. Parallelamente agli studi in Giurisprudenza nelle università di Oxford, Aix en Provence e Sapienza di Roma, ha collaborato con la Gagosian Gallery di Londra e con la rivista online Artribune. Si appresta a redigere una tesi sul rapporto tra i privati e i beni culturali ricercando nuovi strumenti per risollevare il patrimonio culturale italiano.

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