5-Foto di Maurizio Frullani

BANAFSHEH RAHMANI

INTERVISTA A BANAFSHEH RAHMANI

by ROBERTO VIDALI
nato nel 1953 sotto il segno del Sagittario, direttore editoriale di Juliet Art Magazine on paper.

Banafsheh Rahmani  è nata a Teheran nel 1972. Prima di approdare a Trieste ha lavorato con le gallerie Haft Samar e Bamdad. Ora risiede a Trieste già da alcuni anni.

Banafsheh Rahamani.Photo by Maurizio Frullani
 

Che idea ti sei fatta di questa città?
Sono arrivata a Trieste il 28 agosto 2004 per studiare e conoscere l’arte occidentale. In Iran tenevo un corso all’università Azad di Teheran: si intitolava “le basi figurative dell’Arte”, e il mio desiderio era ottenere un posto di dottorato. Un obiettivo, per me, abbastanza difficile da raggiungere perché non sono religiosa e quindi non sono inserita nei sistemi ufficiali di selezione. Ho quindi deciso di studiare all’estero, in un paese occidentale. L’ambasciata Italiana in Iran è tra le poche che collabora attivamente per facilitare l’ingresso all’università per studenti iraniani. Così ho frequentato un corso di lingua italiana a Teheran, e una volta ottenuti i documenti sono partita per l’Italia. Ho scelto Trieste, perché volevo vivere in una città bella e piccola sul mare, lasciandomi alle spalle la grande e caotica metropoli in cui ero nata e vissuta. Inoltre, la scelta è stata influenzata dal desiderio di un posto tranquillo e sicuro, poiché era la prima volta che andavo all’estero da sola. Qui ho trovato la mia libertà, principalmente dal punto di vista geografico (il mare mi dà sempre un senso d’infinito). Ma soprattutto, mi sono trovata per la prima volta completamente padrona del mio tempo e di me stessa, senza nessun vincolo familiare né sociale. Abito ormai da otto anni a Trieste, e apprezzo molto la bellezza e la qualità della vita. Conosco però anche i suoi limiti tra cui, sicuramente, un certo provincialismo nell’attività artistica, e una notevole lontananza dai centri più vivaci del mondo dell’arte.

Banafsheh Rahamani, Untitled, 60×80, olio su tela, 2011
 

Che cosa hai trovato qui che in Iran ti mancava?
Una vita normale.

C’è qualcosa che ti manca del tuo paese natio?
In Iran la vita è piena di contrasti ed è più complicata. Questo forse stimola la gente a essere più combattiva e a sopravvivere, talvolta in modo dissociato. Tra le persone c’è sicuramente più reattività nell’affrontare i mille disagi della vita quotidiana. Questo ha certamente stimolato e condizionato la mia storia come artista. Se la domanda riguarda “casa”, ci sono due modi per trovare casa, viverci dentro e girare nel mondo.

Che cosa ti spinge verso la pittura: il vuoto, la notte, le periferie dell’anima o altri sentimenti?
Il mio rapporto con la pittura è fatto di abbandoni e di riprese, di addii e riavvicinamenti, di fiducia e disperazione, e sento di averne bisogno: un bisogno quasi fisico, e trovo la mia libertà dipingendo. Libertà di esprimere ciò che voglio e di creare qualcosa di profondamente intimo. Un lungo attimo di intimità, ed è per questo che i miei dipinti sono gelosi

Banafsheh Rahamani, Play Time, 60×80, olio su tela, 2012
 

Però, il tuo interesse pare non essere la fisicità, quanto i sentimenti gravidi di umanità…
Se debbo dare una definizione alla mia arte, potrei definirla “quotidiana”, sia perché è la mia attività di ogni giorno sia perché ritengo la mia pittura sensibile a tutto quello che avviene nella realtà di tutti giorni. I temi prevalenti sono quelli dei media, che trovo sfogliando una rivista, un libro fotografico o pittorico, e dipingo quello che mi colpisce. L’arte però non è uno specchio, l’arte è un’interpretazione e io cerco di dare una nuova vita alle immagini che conosciamo ma che ci fanno sospettare che c’è qualcosa che non va. Penso che l’atto creativo non avrebbe più senso nel momento in cui la realtà smettesse di comunicarci e di stupirci ed emozionarci. Cito un commento di Marlene Dumas: “Looking at images does not lead us to the truth. It leads us into temptation. It’s not that a medium dies. It’s that all media have become suspect. It’s not the artists’ subject matter that’s under fire, but their motivation that’s on trial. Now that we know that images can mean whatever, whoever wants them to mean, we don’t trust anybody anymore, especially ourselves”.

Banafsheh Rahamani, A Cold, Dark Winter’s Night, 60×80, olio su tela, 2012
 

Come ti sei avvicinata alla poetica di Marlene Dumas?
Alla Biennale di Venezia nel 2005 ho incontrato per la prima volta il lavoro di Marlene Dumas: mi ha colpito la sua pittura e ho cominciato a studiare la sua storia artistica. Ho fatto la mia tesi di laurea su quest’artista sudafricana in cui ho trovato la sintesi delle mie esperienze precedenti e del mio modo di considerare la pittura. Quando frequentavo l’Università a Teheran, infatti, trovavo gli studi sul metallo, il legno, i tessuti o altri materiali un po’ noiosi. Desideravo dipingere e disegnare con pochi tratti, che fossero allo stesso tempo efficaci e potenti, e che andassero oltre la bravura e il tema. Nel 1992, quando ho iniziato l’accademia, l’influsso artistico in Iran era molto limitato. Non eravamo andati oltre i movimenti della prima metà del secolo scorso, e dopo la rivoluzione del 1979 non c’era quasi nessun contatto con la vita fuori dall’Iran; non si poteva viaggiare, e nelle rarissime fiere dei libri arrivavano volumi limitati e selezionati dai guardiani della rivoluzione. Inoltre, non c’era Internet. L’avanguardia si muoveva tra lo stile figurativo semplificato, talvolta basato sulla pittura storica come la miniatura e ghahve kahane (stile pittorico che rappresenta il realismo, influenzato dal codice persiano Shahname) e tra la pittura astratta. I miei riferimenti all’epoca sono stati questi. Io amavo disegnare il nudo, ma in Iran per gli studi del corpo umano i modelli erano sempre vestiti, mani e viso a parte! Eravamo sicuramente più bravi nel disegnare i tessuti che il corpo umano. Si poteva dipingere le figure umane però non si doveva alludere a nulla di provocante! Ho disegnato il mio primo nudo solo a Trieste.

Banafsheh Rahamani, L’oumo dell’ isola, 2011, olio su tela, 50×70
 

E quando ti trovi libera da istanze pittoriche, che cosa fai, come passi il tuo tempo?
Ho una vita regolare con molti interessi come studiare le lingue, viaggiare, fare attività sportiva e cucinare, in realtà non trovo mai il tempo per annoiarmi.

Progetti per i prossimi mesi?
Ho in corso una mostra all’Itis di Trieste (una mostra che durerà almeno fino a tutto il mese di marzo e che ho realizzato assieme al pittore Gianni Maria Tessari). Subito dopo mi piacerebbe avere un’esperienza in una delle grandi capitali dell’arte del mondo come Berlino o Parigi.