Banned in Lebanon – The Samandal case

sandamal

[In difesa della libera espressione della rivista Samandal, riportiamo parte del Comunicato che ne racconta la censura e una breve intervista con l’editor Hatem Imam.]

“Nel dicembre del 2009, nel periodo in cui Beirut era capitale mondiale del libro, uscì il numero 7 della rivista Samandal, coeditata da employé du Moi, di Bruxelles, e con il sostegno finanziario del ministero libanese della cultura, del Centro culturale francese di Beirut e di Wallonie-Bruxelles-International. Samandal 7 era il frutto di un anno di cooperazione tra artisti autori di fumetti libanesi e belgi, con tanto di conferenze a atelier, una cooperazione che è partita in occasione di una esposizione al Centro culturale francese di Beirut, finanziata dall’Unesco. Quattro mesi più tardi, tre dei quattro membri della redazione di quel numero venivano perseguiti dal procuratore per: a) incitamento all’odio religioso b) attentato alla religione c) pubblicazione di notizie false e infine d) diffamazione e calunnia. Dopo cinque anni di processo, tutti e tre sono stati condannati sulla base dell’articolo 25 della legge sull’editoria. Il 28 aprile 2015, ognuno degli accusati si è visto infliggere una multa di quasi 6000 euro — per un totale di 18mila — con il rischio, se non avessero pagato, del commutamento della multa in una pena di due anni e nove mesi di prigione. Questa accusa, lanciata su istigazione delle istituzioni religiose e sostenuta dallo Stato, ha paralizzato l’attività della rivista e minaccia ormai di mettere fine ai suoi dieci anni di esperienza e di impegno nel campo dei fumetti. La questione religiosa era stata abbordata in maniera molto marginale nei fumetti contenuti in quel numero, che trattavano nella modalità della satira degli argomenti completamente diversi. Eppure, qualche caso preso fuori contesto fu utilizzato per provare le accuse di blasfemia (è come se un editore fosse incolpato perché il personaggio all’interno di un libro che fa parte del suo catalogo dice «per Dio!») Vorremmo per questo presentarvi questi fumetti nella loro integralità perché voi possiate giudicare da soli quale sia la loro natura. Ciò nonostante non possiamo pubblicare direttamente il link per timore di incorrere nuovamente in problemi giudiziari. Però vi invitiamo ad andare sul sito dei collaboratori – grandpapier.com – e cercare:
1- «Recettes de vengeance à la libanaise» di Lena Merhej
2- «Ecce Homo» di Valfret
A dispetto di una difesa massiccia da parte del nostro avvocato, il tribunale si è trincerato dietro le sottigliezze di una legge elastica sulla censura e una coorte di funzionari complici pronti a trasformarci in criminali e punirci, commettendo peraltro molteplici violazioni della legge nel corso della procedura.
1- I tre membri della redazione sono in questo momento sotto la minaccia di un «mandato di sottomissione» (مذكرة اخضاع). Questo mandato illegale, emesso dalla Sicurezza generale (a dispetto della sua annullazione grazie alla sentenza n° 10 del Consiglio dei ministri del 24 luglio 2014) autorizza il controllo di ogni transazioni, la confisca dei passaporti e le molestie arbitrarie sulle persone. Il mandato è regolarmente utilizzato per intimidire i militanti per i diritti umani, gli avvocati e gli artisti.
2- In questi casi, la legislazione sulla stampa dà la responsabilità legale agli autori dei racconti, in questo caso a Mme Merhej (anche lei membro di Samandal) e a Valfret, e subito dopo anche all’editore, ovvero l’associazione Samandal. Ignorando queste disposizioni, la giustizia ha attaccato direttamente tre dei quattro membri della redazione, moltiplicando per tre le spese e le pene.
3- I membri della redazione non sono stati mai autorizzati a testimoniare davanti alla Corte, nonostante”
read more: http://www.samandalcomics.org/

Inizierei da qui, chiedendovi di raccontare cosa è accaduto e che ripercussioni ha avuto. Ripercussioni non solo umane, private e pubbliche (punitive quindi) ma oppressive, future. Intendo: quel che genera la censura è un movimento che si diffonde, incancrenisce, incenerisce… o come scrivete nel comunicato si tratta di urgenza, o meglio “volontà di ridurre al silenzio ogni produzione artistica”.
H.I.: È chiaro che la censura di qualsiasi tipo è uno sforzo di potenza per garantire la conservazione dello status quo. Nel nostro caso, una certa autorità religiosa era irremovibile nel sottoporci una lezione che definiremmo letteralmente patriarcale. Per me questo è un segno di mancanza di sicurezza, piuttosto che un puro atto di violenza. Una triste realtà che purtroppo sembra essere una tendenza al rialzo soprattutto in considerazione dei nuovi fanatismi a cui assistiamo.

Parliamo di “GEOGRAPHIES”, l’ultimo numero, definito una passeggiata narrativa, uno spazio tra spazi, attraverso lo sguardo, attraverso il Libano. A partire da “GEOGRAPHIES” nasce affianco una campagna di crowdfunding per sostenere il collettivo, vorrei vederla come una forma di resistenza. Potete raccontarci l’ultimo numero e come il pubblico, gli addetti ai lavori, hanno accolto?
H.I.: Da quando abbiamo assegnato un editor in chief per ciascuna delle nostre pubblicazioni annuali, la personalità di Samandal è divenuta più pronunciata e ancor più ricca di nuove sfumature. Il primo libro di questo tipo (Genealogia 2015 a cura di Barrack Rima) sembrava impostare un certo percorso che Geographies ha poi costruito. e la visione di Joseph Kai di lavorare sul tema ha prodotto splendide opere la cui poetica trascende persino i tipici approcci che abbiamo con il mezzo del fumetto. I nostri lettori ne sono innamorati!

Vorrei che raccontaste la nascita di Samandal, ad esempio le poetiche, gli ideali…
H.I.: L’idea di Samandal è iniziata con Omar Khouri, un fumettista, che non aveva un posto per pubblicare il suo lavoro. Mi ha chiesto di unirsi a lui sul progetto e ho accettato con entusiasmo, anche se non ero un artista di fumetti. Questo è iniziato nell’estate del 2006, quando il Libano era nel bel mezzo di una forte tensione politica ed era appena uscito da una nuova guerra con Israele. Politicamente, il paese era diviso tra due campi, e l’atmosfera era soffocante. Inconsciamente o meno, pubblicare fumetti dell’editoria a quel tempo era una dichiarazione politica, era uno spazio per la nostra generazione di esprimersi e raccontare una storia diversa da quella che abbiamo visto trasmessa a oltranza sulle televisioni locali e internazionali. Personalmente, è stato un modo per giocare con le parole, le immagini e il tempo.

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Hatem Imam

Baladi

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Valentina Dell'Aquila

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