Beyond Landscape. Andrea Lerda racconta…

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Umile, cordiale e professionale, un venerdì mattina presto, in un caffè nel mezzo della frenesia milanese, incontro il curatore Andrea Lerda, che mi racconta di sé, della sua piattaforma web Platform Greeen e della mostra Beyond Landscape, che è stata appena inaugurata alla galleria Renata Fabbri arte contemporanea. Con cura e meticolosità, Andrea mi spiega il suo approccio poetico e romantico riguardo la natura, descrivendo un fervida passione per il paesaggio e un legame inconscio e ancestrale con esso. Senza sottrarre l’uomo dalle proprie gravose responsabilità e dai propri oneri, Andrea Lerda parla di un ambiente a cui, il tempo contemporaneo ha cancellato i confini e cambiato la visione estetica, per questo ci invita a una riflessione dettata dall’intimità e dall’armonia, raccontandoci una poetica tra uomo e natura, contrastata, elaborata, complessa, ma soprattutto profonda e sussurrata.

Proviamo a conoscerti, da dove nasce questo tuo interesse per la natura e il paesaggio?
Sono nato in mezzo alle montagne, arrivo da un contesto geografico che è quello del cuneese, un territorio dove natura e campagna sono protagoniste e che non a caso è anche la terra di origine di Giuseppe Penone, artista che da sempre apprezzo moltissimo.

Hai una piattaforma web Platform Green su cui raccogli progetti e approfondimenti che indagano il tema del paesaggio, vuoi raccontarci com’è nato e come si è evoluto?
Due anni e mezzo fa è nata l’idea di Platform Green ma lo studio di questi soggetti è qualcosa che va avanti da parecchio tempo. L’interesse per questi due temi così specifici, mi ha portato a decidere di creare un contenitore all’interno del quale raccogliere e proporre le ricerche di artisti e designer che procedono su questi fronti. Non saprei spiegarti come mi sono appassionato a questi temi, sono dimensioni che mi appartengono, non credo esista un motivo razionale, questa attenzione nasce da dentro. La piattaforma è un progetto editoriale e curatoriale indipendente, nata come momento di approfondimento, di studio, di ricerca, ma anche di condivisione e di scoperta continua. Credevo che dopo breve tempo, la possibilità d’intercettare nuovi modi di affrontare i temi natura e paesaggio sarebbe andata lentamente a esaurirsi, invece, mi sto rendendo conto che più vado avanti e più scopro ricerche estremamente interessanti e differenti. Con il tempo, Platform Green è divenuto un’esperienza che mi ha dato un’identità ben precisa ma ciò che più mi fa piacere è la constatazione che, grazie a questo progetto, molti artisti hanno la possibilità di osservare e di confrontarsi con ricerche affini. Da quando è nato Platform Green si sono poi moltiplicati gli studio visit, le conoscenze e le frequentazioni con gli artisti; esperienze dalle quali, col tempo, sono nati in maniera naturale collaborazioni e progetti curatoriali come Beyond Landscape.

La questione ambientale inizia a essere molto sentita anche nel mondo dell’arte quindi veicolata anche grazie alle mostre. Come ti poni rispetto ai temi etici e all’eco critica?
L’idea del green ormai è un po’ inflazionata e parlarne è diventato anche molto rischioso; il pericolo è quello di cadere in un approccio che sta diventando sempre più modaiolo. Per quanto mi riguarda, ho una grande attenzione per questi temi, ho studiato con Serenella Iovino, che è una delle massime esperte di ecocritica a livello internazionale e sono stato molto influenzato dal suo approccio e dai suoi insegnamenti, per cui le questioni etiche legate all’ecologia e all’ecocritica m’interessano moltissimo ed evidentemente escono nella scelta degli artisti e dei lavori. Quello che però voglio far arrivare tramite Platform Green è un discorso a trecentosessanta gradi, un’analisi che va in direzioni diverse. Si può parlare di natura e di paesaggio toccando corde molto diverse le une dalle altre: le implicazioni estetiche, formali, concettuali provengono da mondi differenti che molto spesso sono però legati gli uni agli altri. Nonostante il nome, Platform Green non si spinge verso un’unica direzione, né vuole porsi come un progetto green inteso come senso stretto del termine. Gli approfondimenti che propongo hanno infatti chiavi di lettura estremamente diverse le une dalle altre. Alcuni artisti sono più interessati agli aspetti formali, pittorici, altri invece realizzano ricerche più legate ad aspetti antropologici e culturali, altri ancora prediligono un approccio viscerale con la terra o di denuncia rispetto alle problematiche ambientali.

Ha appena inaugurato Beyond Landscape alla Galleria Renata Fabbri com’è nata l’idea di questa mostra e di questa collaborazione?
Avevo in mente questo progetto già da tempo, poi ho conosciuto Renata, con la quale si è creato fin da subito un rapporto molto piacevole e che ha accolto in maniera entusiasta il mio progetto. L’idea è partita inizialmente dal lavoro di Laura Pugno, con la quale ci conosciamo da molto tempo; Laura è un’artista che trovo molto interessante e molto coerente nel suo tentativo di decostruire ogni idea e visione precostituita di paesaggio. Da qui la necessità e la voglia di lavorare su un progetto di mostra nella quale presentare il lavoro di artisti che, a diverso titolo, cercano di superare la visione tradizionale e convenzionale del paesaggio.

Com’è avvenuta la scelta degli artisti?
Gli artisti che ho deciso d’includere in questo progetto affrontano la ricerca mediante diversi medium. I lavori che ho scelto alludono al paesaggio, lo evocano, senza presentarlo in maniera esplicita e riconoscibile. Sono veramente tanti quelli che apprezzo e sarebbe stato impossibile allargare ulteriormente l’invito. La scelta dei sette artisti è arrivata sostanzialmente perché li sentivo affini alla mia sensibilità. Spero ci sarà occasione di poter collaborare in futuro anche con altri artisti che non sono stati inclusi in questa mostra.

Qual è il file rouge che lega la mostra; mi descrivi nello specifico i differenti approcci degli artisti al tema?
Il file rouge che lega la mostra non può che essere quello di cercare di “urlare sottovoce” questo mio personale bisogno di trattare la poetica della natura in tutte le sue accezioni, bisogno che ho sentito in maniera molto netta, anche da parte degli artisti che vi partecipano. La necessità era quella di affrontare il tema del paesaggio non in maniera leccata, ma autentica. Ho voluto parlare di paesaggio perché è un tema importante, perché il paesaggio ha un ruolo e un peso, da un punto di vista culturale, sociale, etico, ambientale, ecologico, e credo che questi approcci escano tutti in maniera evidente dai lavori in mostra. Nell’approccio di Cosimo Veneziano c’è attenzione alla dimensione storica e culturale, mentre in quello di Giorgia Severi il dato ecologico si unisce all’aspetto antropologico e alla necessità di preservare la memoria del paesaggio. Il lavoro di Laura Pugno può forse essere considerato più un processo concettuale ed estetico in divenire, così come quello di Sophie Ko, che si lega molto anche alla storia dell’arte. L’arte di Petra Lindholm va invece verso un’astrazione pittorica, proponendo una lettura del tutto personale dell’idea di sublime contemporaneo, mentre, sia Marco Strappato che Adéla Waldhauserová, riflettono sull’utilizzo e sul ruolo delle immagini nella quotidianità e nella società contemporanea. È ormai un dato di fatto che le tecnologie ci consentono di vivere l’esperienza del paesaggio in maniera del tutto particolare e personale. La pratica odierna, generalizzata, dell’utilizzo di supporti tecnologici come iPad e Smartphone ha dato vita a paesaggi surrogati, arruolati per un unico fine: veicolare immagini accattivanti in grado di catturare l’attenzione di milioni di soggetti identificati come fruitori commerciali. Questo aspetto mi interessa molto.

Osservando la mostra, l’estetica sembra essere un’essenza portante, ma in realtà si può dire che hai voluto esporre un processo di annientamento di esperienza estetica classica, poiché i contenuti osservati non coincidono con il concetto di oggettività della visone e soggettività della rappresentazione, me ne vuoi parlare?
Sì, l’idea della mostra era questa, non far arrivare una visione tradizionale dell’estetica del paesaggio, bensì di proporre il paesaggio in un modo diverso. Tutti gli artisti vanno in direzione di una ridefinizione dell’idea di paesaggio. L’esperienza estetica che viene fornita allo spettatore non segue le caratteristiche tradizionali di presentazione e rappresentazione, al contrario, il paesaggio è proposto secondo modalità formali differenti, che solo in parte alludono a ciò che tradizionalmente riconosciamo e identifichiamo come tale, suggerendo punti di vista nei quali non esiste un’unità tra visione e rappresentazione. L’estetica dei lavori presenti in mostra è il frutto di un percorso di “sottrazione” in cui il paesaggio si è raffinato. Ogni lavoro propone un aspetto, una sfaccettatura, un richiamo a una problematica legata al paesaggio. Credo che ci sia un’armonia palpabile da questo punto di vista, che tiene assieme tutti i lavori.

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Adéla Waldhauserová, Landscape as the object of photography, 2015

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Beyond Landscape, installation view, a sinistra Cosimo Veneziano, a sinistra Adéla Waldhauserová

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Beyond Landscape, installation view, a sinistra Petra Lindholm, a destra Sophie Ko

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Beyond Landscape, installation view; a sinistra Sophie Ko, Fiori dal male, 2016; a destra Giorgia Severi, Albedo, 2016

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Laura Pugno, Textures, 2016, mixed media, installazione ambientale 

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Petra Lindholm, Outburst, 2015

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Marco Strappato “Untitled (35-5)”, stampa fotografica, pagina di rivista, pellicole di plastica, pittura spray, dittico, 40x60cm ciascuno, 2013

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Cosimo Veneziano “Il pallido contorno del sole”, disegni a china su acetato e carta cotone, 50x60cm. Basi in ferro 140x120x40cm, 2013-14

Ho notato che è molto presente anche l’elemento della transitorietà e del tempo vuoi approfondire?
È vero. Si potrebbe riallestire la mostra secondo l’idea di tempo, perché comunque il tempo ci lega, il tempo è qualcosa d’inevitabile, che fa parte della caducità della vita, per cui in questo rapporto con la natura e con il paesaggio c’è la caducità, la fragilità dell’uomo e della natura, la sua presenza è inevitabile.

Parli di un conflitto che citando Michael Jacokb definisci onnipaesaggio, ovvero il conflitto dell’uomo con la natura, il suo allontanamento da essa e contemporaneamente, la necessità a un riavvicinamento, l’esigenza di visioni mistiche e bucoliche ormai totalmente scomparse, le quali stanno portando l’uomo alla a mercificazione della natura; entrando nel merito vuoi spiegarci cosa intendi?
Parlare di paesaggio oggi è molto difficile, i confini stessi del termine paesaggio sono deflagrati verso una pluralità di direzioni estremamente ampia. L’allontanamento progressivo dell’uomo dalla natura e al tempo stesso il suo incessante e crescente bisogno di ritrovarla, anche laddove questo non sia possibile, generano un fenomeno di mercificazione, che attraverso persuasione e retorica, ha contribuito alla nascita di quello che Michael Jakob definisce appunto “onnipaesaggio”. Ancora una volta, dunque, è la facilità con la quale possiamo accedere al mondo delle immagini virtuali che contribuisce a costruire un rapporto nuovo con il paesaggio e l’idea stessa che di esso abbiamo. Proprio questo nuovo modo di vivere e sentire quotidianamente il paesaggio mi ha portato a usare il termine indicato da Michael Jakob.

Quanto possiamo considerare politica e di denuncia questa mostra?
Non è una mostra di denuncia, perché se avessi voluto fare una mostra di denuncia, avrei scelto degli artisti che vanno solo in quella direzione e i lavori sarebbero stati molto più provocatori, più diretti, invece, il lavoro di un’artista per esempio come Petra Lindholm è un lavoro che ci invita a riappacificarci con il mondo. È una mostra in cui risalta il mio modo d’intendere e di vedere la natura e l’uomo, è un approccio molto delicato, poetico e romantico. Il messaggio della responsabilità esiste, ma non è mai così diretto e così forte. Anche i colori stessi della mostra vogliono comunicare una sensazione di serenità. Tutti i sentimenti trasmessi dalla mostra sono positivi, è questo il mio modo di relazionarmi e di vivere questi soggetti. Penso che ci sia già tanta denuncia forte e provocatoria, incrementata da uno sfruttamento del concetto del green. Spesso questi tipi di denunce allontanano le persone, ormai stanche di sentir parlare di disastri ecologici, portandole così a volte a far finta di nulla, a non ascoltare le avvisaglie, a fare finta di nulla. Personalmente cerco di portare le persone a riflettere sull’importanza della natura e del paesaggio mediante un approccio più rassicurante e confortante. Penso che un determinato messaggio possa arrivare anche in questo modo, più sottile e penso che l’attenzione verso la natura, possa arrivare anche proponendo dei lavori che non siano propriamente di denuncia.

Progetti presenti e futuri?
Il progetto futuro più grande consiste nell’idea, in quanto necessità, di far diventare questo progetto online un contenitore reale. L’obbiettivo più grande di Platform Green è quello di diventare una realtà fisica, uno spazio all’interno del quale portare avanti una programmazione constante che metta in dialogo arte, natura e paesaggio. Questo è il progetto più grande a cui sto lavorando.

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