Biennale di Berlino 2012 “Forget Fear”. Uno sguardo davvero contemporaneo

La 7/a Biennale di Berlino 2012 è passata un po’ in sordina. Certamente più breve di quelle precedenti (fino all’1.07.2012) ed in concomitanza con la prestigiosa Documenta di Kassel (sempre in territorio tedesco –dal 9.06 al 16.09) e la piccola, ma preziosa, Art Basel.
Una biennale coraggiosa, curata dal polacco Artur Zmijewski, dal titolo emblematico “Forget Fear”. (andate a leggere le opere di Zmijewski , soprattutto “The Applied Social Arts”). Una panoramica sulle movimentazioni sociali degli ultimi due anni. Se vi piace andare alle mostre ordinate, inscatolate e pronte per il mercato, resterete delusi!  Qui si lascia l’Art pour l’art fuori dalla porta del KW institute for Contemporay Art  per accedere ad un’arte di movimenti, engagé,  per usare un termine caro a J.P. Sartre.

La prima “rivoluzione” viene dal web, il curatore ha istituito nel Novembre 2012 una open call per artisti di tutto il mondo, che lavorano su temi di arte pubblica, sociale, interattiva, per creare una Artwiki. Un’enciclopedia che – sottraendosi al monopolio del mercato- genera possibilità di far “rete” a livello internazionale. I molti che hanno risposto hanno inviato il loro materiale artistico, e una serie di collaboratori della biennale inserisce quotidianamente le informazioni in questo database di pubblico accesso.

Nel cortile s’incontra la chiave del campo profughi di Aida, vicino a Betlemme: è la Key of Return, il simbolo assoluto dei profughi palestinesi cacciati dalle loro terre e dalle loro case dopo il ’48. La chiave della loro casa è l’unica cosa che ora possiedono, assieme alla speranza di un ritorno. Un video documenta in una sala il complesso viaggio della chiave da Betlemme a Berlino. Alle autorità israeliane non piace che si parli di Palestina, soprattutto se a farlo è  Khaled Jarrar (1976),  palestinese della città di Jenin. E’ suo anche il lavoro sul timbro di un teorico stato Palestinese. Già, perché esiste il “Sunbird”: un timbro che la Palestina utilizza per le spedizioni e che Khaled riprende come se fosse il visto dello Stato, invitando così tutti colori in possesso di un passaporto a dare un’identità al progetto “Welcome to Palestine”: un timbro reale sul documento di espatrio, che non solleva direttamente la questione dell’occupazione dei territori da parte di Israele, ma ne rimanda senza alcun dubbio alla sua radice. Le foto eseguite a chi appone il timbro, costituiscono la base del tavolo su cui viene effettuato  questo simbolico passaggio di frontiera.

Camminando per l’allestimento – libero, fatto d’interventi  grafici sui muri delle scale di accesso alle sale in linea con i contenuti della mostra – si passa in rassegna tre piani espositivi. Il piano seminterrato – all’apparenza parte del progetto – ho in seguito scoperto essere stato “donato” dal Curatore agli Occupy Berlin, senza un tetto a seguito dello sgombero della piazza in cui stavano da settimane. Purtroppo non è parte attiva della mostra, non c’è interazione tra le due realtà, ma certo ne segue in maniera deliziosamente quotidiana i concetti: dagli occupy si discute, tavoli di lavoro e proiezioni, info point e mascherine per gli stencil… tutto è vivo e dalla partecipazione aperta, Forget fear, and fight! (Aggiungerei).  Ciò rende ancora più intrigante la struttura del KW. Zmijewski crea una biennale che esclude quel mondo che ruota attorno alle grandi kermesse ed ai VIP  che le movimentano (Sgarbi, se solo tu potessi vedere, dopo la tua vergognosa wunderkammer di l’Arte è cosa Nostra a Venezia 2011..); invita pochi artisti ma fortemente delineati su tematiche precise: socio-politiche, filosofiche, psicologiche, ecologiche … smantellando quello che oggi parrebbe essere il tunnel senza luce dell’arte contemporanea ufficiale.

Proseguendo nel percorso s’incontra  il lavoro dell’artista bielorussa Marina Naprushkina che prende parte delle scale e una sezione del primo piano: una Graphic Novel – sviluppata su ampi fogli di carta –  narra la situazione di regime attuale del suo paese, come donna, artista e cittadina di uno stato in cui, cito dal suo testo: “vi è uno degli ultimi regimi dittatoriali” della grande Europa. Ed i Media tacciono. Accanto al suo lavoro uno stanzone trasmette non-stop su 7 schermi i video delle contestazioni che hanno movimentato il globo nel biennio in corso: dagli Occupy americani, agli scontri in Germania, dai colorati interventi Anti-Putin alle contestazioni contro la BCE in Grecia, e ancora i palestinesi alla ormai nota manifestazione del venerdì contro il muro della vergogna e ovunque ci sia un tentativo di massa di alzare il livello di visibilità delle contestazioni dei civili. Emblematico il titolo: Breaking the News. Un progetto-piattaforma che il collettivo di artisti che lo ha proposto definisce “di screening su come i cambiamenti abbiano effetti immediati nella politica dei paesi, ovunque nel mondo”. I video sono visibili anche dai canali youtube e facebook.  Interessante è il lavoro New World Summit di Jonas Staal, architetto (1981), e del suo gruppo olandese. Partendo dal concetto che la definizione di “terrorista” non sia democratica, poiché non è dato ai cittadini conoscerne i parametri di definizione, egli- attraverso un video didattico- ci introduce alla sua nuova struttura dell’ordine mondiale, un modellino visibile solo passando attraverso una serie di bandiere  di realtà politiche internazionali definite, appunto, Terroriste. Appese volutamente in modo che arrivino a metà busto  -così da costringere  il fruitore ad uno slalom attraverso questi simboli di ribellione in idiomi perlopiù sconosciuti (Brigate Rosse de noaltri , a parte) – oscurano  la vista  del modellino in scala del Nuovo Summit Mondiale, in cui viene simbolicamente data voce a queste realtà di “politica nella politica” che vengono – a torto o a ragione, ma comunque non democraticamente – definite terroriste.

Non vi tedierò oltre raccontandovi approfonditamente del bel lavoro della messicana Teresa Margolles (1963) che ha esposto modularmente 313 copertine del quotidiano PM della città di Juarez – al confine con gli USA- che rappresentano, con una serialità tale da diventare noiosa, i morti delle lotte tra le bande dei cartelli del narcotraffico in Messico .Spesso posti accanto ad immagini di formose fanciulle ammiccanti: un duplice livello di contestazione. Dalla denuncia del narcotraffico in Centroamerica, a quella dell’accostamento malsano ed inquietante del binomio sesso-morte.
Affronta lo stesso tema il lavoro dell’ex- sindaco di Bogotà Antanas Mockus, che ha rischiato una crisi diplomatica tedesco-colombiana con il suo lavoro “Blood Ties”per aver inizialmente voluto dell’acido (poi divenuta acqua) in un contenitore in cui la bandiera del suo paese cala con meticolosa puntualità, grazie ad un sistema di calcolo atto a conteggiare i morti dei cartelli della droga in Colombia.
Forse anche Banksy ha lasciato la sua impronta su un muro del KW: una sorridente scimmia che brucia soldi ti guarda accanto all’estintore, mentre Obey si firma, attento a farsi riconoscere ora che gode di riconoscibilità mondiale.

L’ultimo piano espositivo è una specie di stanza-serra umida e scura in cui crescono 4000 di piantine di Betulla: è il progetto “Berlin-Birkenau” di Lukas Surowiec. Questo lavoro, che in un primo momento potrebbe sembrare squisitamente di Guerrilla Gardening, ha invece origine da una riflessione sul campo di sterminio di Birkenau che letteralmente significa “luogo delle betulle”.  Surowiec ha raccolto i semi delle piante in loco, facendoli poi germogliare nella torba (il procedimento è visibile in un video). Le piccole piantine-così regolarmente disposte in file silenziose che ricordano altre creature disposte in ugual maniera in attesa di una sorte ben peggiore –  vengono e regalate, con tanto di certificazione, a chi dimostra lasciando i suoi recapiti, di voler prendersene cura. Segno di Rinascita per Birkenau e per tutti coloro che in quel campo di dolore hanno perso la loro vita. Altre piante sono state piantate in luoghi –simbolo della città, come il binario 17 di Grunewald (stazione di partenza per la Soluzione Finale).
Nella stessa sala  – relegato a causa dello scandalo che ne è derivato  –  c’è una piccola stanza che proietta il video del curatore: “Berek”(1999),  un gioco a Ce L’hai  di alcuni individui nudi, in uno stanzone che è una camera a Gas nazista.Cito dal testo di Artur Zmijewski: “ Berek affronta il come possiamo impegnarci per riscattare questa storia brutale e lavorare attraverso la memoria. E ‘possibile avere accesso attivo alla storia, e tentare di emanciparsi dal trauma collettivo dei vivi e dei morti”. La morale ipocrita che ha creato lo scandalo su questo video, non dovrebbe accompagnare l’arte, ne uccide solamente la creatività. Una Biennale notevolmente d’impatto e fuori dal coro, e non vi ho raccontato tutto, che denota la necessità di cambiamento che anche da parte di certi artisti e curatori, quando se ne accorgeranno anche gli altri?

http://www.berlinbiennale.de/blog/home-neu

Alessia Locatelli

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