Biennale di Liverpool 2016. Tra identità, site-specificity e partecipazione

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Arrivando a Liverpool per la Biennale si ha l’impressione di una città intimamente permeata dall’arte contemporanea, che tiene alta la testa di fronte al potere accentratore di Londra. Ma si ha anche l’impressione che a Liverpool prevalga una sorta di fermento “dal basso”, un atteggiamento sperimentale che va di pari passo al prevalere di spazi artistici e gallerie non commerciali.

Questo interesse per la sperimentazione traspare nella scelta delle sedi della Biennale, che vede affianco ai quattro principali poli artistici di Liverpool – Tate, Bluecoat, Open Eye Gallery e FACT – spazi non istituzionali come strutture industriali dismesse, stimolanti alternative alla dittatura del white cube e alla sua presunta “neutralità”. Cains Brewery (che ospita una delle maggiori esposizioni della Biennale) è un ex-birrificio. Toxleth Reservoir è una lunga cisterna di epoca vittoriana, ora svuotata, teatro di un’installazione site-specific di Rita McBride, un ambiente immersivo realizzato sfruttando la completa oscurità, con un fascio di laser che attraversa lo spazio. ABC Cinema è un decadente capolavoro art decò, uno spazio straordinariamente suggestivo adibito a cinema fino agli anni Novanta e riaperto eccezionalmente per la Biennale per ospitare video e installazioni. Vi si distingue il progetto Nyau Cinema, sviluppato da Samson Kambalu in collaborazione con un gruppo di bambini di Liverpool, un’esplorazione delle possibilità dell’immaginazione che persegue la Psicogeografia Situazionista.

Lo sguardo rivolto alla site-specificity (e alla community art) è un carattere peculiare della Biennale 2016, di un progetto curatoriale che indirizza il discorso su passato, presente e futuro di Liverpool e che chiede agli artisti non solo un’attenzione agli spazi fisici, ma anche a quelli “umani”. È un discorso che non manca di momenti di pregnanza socio-politica, in un periodo in cui parlare del presente e del futuro significa confrontarsi con l’emergenza migranti e con la Brexit. E a questo riguardo, di grande forza è l’intervento di Lara Favaretto Momentary Monument – The Stone, in Rhiwlas street, nello spettrale scenario di case vittoriane con porte e finestre murate, svuotate da anni in attesa di essere demolite. Per la durata della Biennale, dentro al blocco di granito dell’artista italiana viene raccolto denaro destinato a un’associazione per i rifugiati. È una presenza monolitica, fredda, che segna lo squallore degli edifici disabitati e il dramma dei migranti senza una casa. È un “monumento temporaneo”, che serve unicamente hic et nunc, a catalizzare l’attenzione su una problematica mondiale e su un particolare angolo della città.

La Biennale si espande dunque negli spazi pubblici – virtuali e fisici – con progetti online (alcuni dei quali implicano una partecipazione attiva degli utenti, come Minecraft Infinity Project) e con una serie di sculture installate nella città, nonché con tre autobus a due piani disegnati da artisti e studenti di Liverpool che circoleranno fino al 2018. Non mancano negozi e ristoranti e il neoclassico oratorio della cattedrale anglicana. Opera di un team di ben undici curatori, la Biennale è strutturata in sei episodi, che rispondono al più ampio discorso su tempo presente, passato e futuro di Liverpool (Ancient Greece, Chinatown, Flashback, Software, Monuments from the Future e The Children’s Episode). Entro questa suddivisione tematica gli artisti compaiono in più sedi e in più episodi, in un intreccio di rimandi. Un progetto curatoriale che se da un lato risponde all’esigenza di una struttura analitica che concili la diversità delle opere e contemporaneamente alla necessità di non limitare il lavoro di un artista entro un’unica rigida categoria, dall’altro risulta poco chiaro e leggibile e, come è già stato evidenziato da più voci, comporta una certa confusione [1].

Esempi felici dell’interesse per la comunità e per l’aspetto sociale dell’arte trovano espressione attraverso video, performance e processo condiviso: Dogsy Ma Bone di Marvin Gaye Chetwynd, realizzato interamente lavorando assieme ai bambini di Liverpool; Pharmakon, di Lucy Beech – una storia che trasforma in narrazione l’indagine svolta dall’artista sul superamento di disturbi psicologici nelle donne attraverso il supporto di comunità online; il progetto di Koki Tanaka alla Open Eye Gallery, che riflette su una protesta di 10000 giovani a Liverpool nel 1985, riportando per le strade i protagonisti di allora insieme a studenti di oggi e aprendo un confronto intergenerazionale sulla politica. Esposta presso FACT è un’eccezionale raccolta dell’opera di Krzysztof Wodiczko, che ripercorre il suo interesse per le fasce più marginalizzate della società negli ultimi quattro decenni. Assoluto capolavoro che unisce estetica e politica con una forza disarmante è Guests (2011), presentato alla 53° Biennale di Venezia, che dà voce alle storie dei migranti, ora più che mai urgenti.

La Biennale di Liverpool 2016 tenta dunque il passo verso la comunità, attraverso partecipazione e temi politici. In un momento in cui riflettere sull’identità locale e sul rapporto con “l’altro” sembra una prerogativa per l’Inghilterra.

LIVERPOOL BIENNIAL 2016 – Festival of Contemporary Art
Fino al 16 Ottobre 2016

[1] Cfr. L. Muñoz-Alonso su Art Net https://news.artnet.com/exhibitions/liverpool-biennial-2016-review-552377 e C. Fite-Wassilak su Frieze https://frieze.com/article/liverpool-biennial-2016-0

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Lara Favaretto, Momentary Monument – The Stone, 2016. Installation view at Welsh Streets, Liverpool Biennial 2016. Photo: Joel Chester Fildes

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Left to right: Frances Disley, Blaze, 2016; Hato with Childwall Academy, Hello Future Me, 2016; Ana Jotta, Mrs. Muir, 2016.
Liverpool Biennial in partnership with Arriva. Photo: Niall Lea

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Lucy Beech, Pharmakon (film still), 2016. Courtesy the artist.

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Marvin Gaye Chetwynd, Dogsy Ma Bone, 12 June 2016 at Cains Brewery, Liverpool. Courtesy the artist, Liverpool Biennial and Sadie Coles HQ, London. Photo Mark McNulty

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Rita McBride, Portal, 2016. Installation view at Toxteth Reservoir. Liverpool Biennial 2016. Photo: Joel Chester Fildes

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