BLACKSNOWFALLS. Gli estremi dell’ascolto ovvero della performatività nella musica contemporanea

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La Palazzina Liberty di Milano ha ospitato il 13 giugno scorso, il concerto Blacksnowfalls dell’ensemble viennese Black Page Orchestra, vincitore del progetto Sul Palco! inaugurato quest’anno all’interno della XIII edizione del Rondò Festival del Divertimento Ensemble. Un’iniziativa che vuole scavare nella produzione musicale dei giovanissimi under 32 e portare sulla scena milanese spettacoli fortemente innovativi, in stretto dialogo con le nuove tecnologie.

Fondato a Vienna nel 2014 da Matthias Kranebitter e Alessandro Baticci, la Black Page Orchestra, nome di frankzappiana memoria, propone una ricerca sonora estrema, ad alto volume, pagine dense di note, un’elettronica quasi onnipresente, “tutto fortissimo, tutto velocissimo”. La loro musica – e vien da dire la loro come se si trattasse di un unico artista-compositore – riflette una poetica della distorsione, della mutazione multimediale, affascinata dalla virtualità sguaiata che attanaglia il suono, lo sfigura, lo costumizza. Sulla scena: luci soffuse, un grande telo per le proiezioni video, quattro musicisti – ditate di vernice sul volto –, niente direttore, e una miriade di cavi e microfoni che segnano il perimetro dello spazio. Dietro il pubblico: la regia dell’elettronica. Viene allestito un vero e proprio show, cibernetico e fluorescente, dove i brani, gran parte dei quali in prima esecuzione italiana, scorrono quasi senza interruzione: Mister DMA per flauto basso, chitarra elettrica, rullante ed elettronica di Alessandro Baticci (1991), Piano Hero #1 per tastiera midi e video di Stefan Prins (1979), un’installazione sonora di Alessandro Baticci per tubo in pvc amplificato, Dead Girl (Requiem E) per flauto alto, chitarra elettrica ed elettronica di Matthias Kranebitter (1980), Public Privacy #1 di Brigitte Muntendorf (1982) per flauto, video e playback, e infine il famoso HELLO per un numero indefinito di strumenti, video e live electronics di Alexander Schubert (1979).

Il concerto prende il nome dall’unico brano in programma che non prevede né elettronica né amplificazione; blacksnowfalls per timpano e live video di Wojtech Blecharz (1981). Un brano intimo drammatico, nel quale il percussionista indaga corporalmente – suonando con le mani e con piccole bacchette di legno – le sonorità gutturali, biologiche, vocali dello strumento, accostandosi con fare sensuale alle sue periferie, lungo le pareti della cassa, tra le chiavi dell’accordatura. Accanto a lui, sullo schermo, viene proiettato simultaneamente un live video della performance. Una messa a fuoco dello strabismo insuperabile tra gesto e suono, tra sguardo e ascolto. Lo spettatore è dirottato, non sa più a chi dar retta.

Emergono così due tensioni dell’evento – una vorace, stroboscopica, psichedelica e l’altra spigolosa, desolata, agorafobica – e queste tensioni si fondono costantemente, inesorabilmente. Tra un immaginario strobo-pop, dalle vertigini del lo-fi, youtuber friendly, colori nero e fluo, un’allure quasi kitsch – qui nel suo senso oscuro e profondo, mai scontato, il kitsch come vera maschera tragica – questa ciurma di entusiasti musicisti mittel-europei immerge lo spettatore negli interstizi della percezione, là dove le lenti della microfonia scoprono un udito insospettabile e ribaltano dall’interno gli ordini dell’ascolto.

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Alessandro Baticci, Black Page Orchestra

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Matthias Kranebiter, Black Page Orchestra

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Black Page Orchestra

Una ricerca che diventa una messa in causa del formato della musica contemporanea e sulle modalità dell’ascolto della musica dal vivo. Il concerto è stato curato, ci dice Alessandro Baticci, flautista e compositore, come fosse un’esposizione, orchestrando tutti gli elementi, anche decorativi, che concorrono all’ascolto della musica, dalle luci alle immagini poste sui leggii. Ci si avvicina certamente a pratiche della tradizione rock, ma anche a una concezione della musica che tende a non separare il ruolo del performer da quello del compositore, del liutaio, del designer. Moltissimi dei lavori eseguiti fanno grande uso dell’improvvisazione, di strumenti ampliati e modificati. È il caso di HELLO di Aleksander Schubert, che si limita a indicare in partitura i singoli eventi e la loro durata, senza precisarne la natura, lasciando libero l’interprete di comporre lui stesso il suono del brano. Lo strumentista è così chiamato a farsi veicolo di una ricerca ad ampio raggio che abbraccia interamente tutte le fasi di concezione e realizzazione dei brani da eseguire. L’ensemble perde la sua natura puramente esecutiva e diviene una sorta di galleria, di spazio acustico unitario. Diviene un collettivo di performers e artisti che mettono in scena un loro sound, unico e riconoscibile. Il concerto assomiglia più a un singolo brano, un album, un catalogo, un unico sistema analogico di zapping digitale.

In un mondo dove musica strumentale e musica elettronica restano inspiegabilmente e sorprendentemente separate, la Black Page Orchestra crea una sinergia avvincente tra i due dispositivi avvicinandosi ai lavori di gruppi quali RepertorioZero a Milano o L’Imaginaire di Strasburgo, o di festival quale Tempo Reale a Firenze. Iniziative che mettono a repentaglio le usanze spesso asfittiche della musica contemporanea assecondando con onnivora libertà le espressioni più interessanti del panorama contemporaneo.

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