The Camera’s Blind Spot III

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Il 29 gennaio 2016 a Palazzo De’ Toschi, Bologna, ha inaugurato la mostra LA CAMERA. Sulla materialità della fotografia; terzo episodio del ciclo The Camera’s Blind Spot che rappresenta un indagine puntuale e mai banale alla scoperta del rapporto fra scultura e fotografia. In questo terzo appuntamento, inserito nel programma di ArtCity per la quarantesima edizione di Arte fiera, il baricentro della ricerca si concentra sul medium fotografico introducendo una selezione di opere realizzate con le tecniche fotosensibili più insolite e rare fra quelle attualmente in uso. Per l’occasione abbiamo intervistato Simone Menegoi, curatore dell’esposizione, per farci scoprire qualcosa in più su questo nuovo episodio.

Ci racconti com’è nato questo progetto alla ricerca della materialità dell’immagine fotografica tra bidimensionalità e tridimensionalità?
La mostra di Bologna è parte di un progetto espositivo più vasto, intitolato The Camera’s Blind Spot, dedicato a un tema che mi appassiona da molti anni: quello del rapporto fra fotografia e scultura. Il progetto ha esordito al MAN di Nuoro nel 2013, e ha avuto un secondo episodio a Extra City Kunsthal di Anversa l’anno passato. I primi due episodi cercavano di esplorare il rapporto fra fotografia e scultura in tutte le forme che esso può assumere nella contemporaneità: dalla possibilità di realizzare un’opera in tre dimensioni per poi presentarne solo un’immagine (un nome su tutti: Giuseppe Gabellone) alla possibilità di trasformare la fotografia in scultura vera e propria, associandola a materiali come il gesso, il cemento, il metallo. In ogni caso, l’accento cadeva sulla scultura; direi che si trattava di un approccio scultoreo alla fotografia, e non viceversa. Il terzo episodio si concentra invece sulla fotografia, e tenta di trovare una potenzialità scultorea insita in essa, nei suoi materiali, nei suoi supporti, nelle sue tecniche. In tempi di fotografia digitale, un gesto in controtendenza.

Qual è stato il criterio di selezione degli artisti? Cosa li accomuna?
Non c’è un criterio anagrafico (fra l’artista più anziano in mostra, Paul Caffell, classe 1939, e i più giovani, Elia Cantori e Carlos Vela-Prado, ci sono più di quarant’anni di differenza); e neppure il proposito, adottato nella prima mostra della serie, d’individuare soprattutto scultori che lavorassero con la fotografia, piuttosto che fotografi tout court. L’unico criterio, è stato quello di cercare artisti che comunque identifichino il loro lavoro (scultura, fotografia, altro) realizzino opere che mettano in luce la componente fisica e materiale, del medium fotografico in tutte le sue fasi: la ripresa (ed ecco allora fotocamere auto costruite, che a volte sembrano assemblaggi o sculture), la tecnica di stampa (emulsioni che contengono platino, oro, uranio; stampe 3D in metallo), il supporto (oltre alla carta, vetro, rame, gesso, una grande foglia esotica, legno, eccetera). Certo, gli artisti che compaiono nella mostra non sono gli unici a lavorare secondo queste coordinate: avrei potuto includerne parecchi altri (a partire da alcuni di quelli che comparivano nelle mostre precedenti). Ma credo che la campionatura offerta dalla mostra sia comunque significativa. 
Molteplici le tecniche esposte nella mostra dai dagherrotipi di Evariste Richer alle stampe al platino di Paul Caffell, dalle scansioni fotografiche sferiche di Attila Csörgő ai “monotipi a getto d’inchiostro” di Justin Matherly. Una sfida a ciò che costituisce sin dal principio il “blind spot” della tecnica fotografica, il suo limite: l’impossibilità di rendere un oggetto tridimensionale su una superficie piana.

In mostra troviamo l’utilizzo di tante tecniche differenti: da quelle più vicine alle prime esperienze artistiche di fine ‘800 e inizio ‘900 sino a quelle più moderne come la stampa 3D. Il medium fotografico come influisce nella ricerca di rendere possibile il superamento del “blind spot”?
L’espressione “blind spot”, punto cieco, applicata alla fotografia di scultura, è volutamente paradossale: è come dire che il nudo femminile è il blind spot della pittura moderna. Fin dalle proprie origini, la fotografia è stata affascinata dalla scultura perché essa rispetto, per esempio, alla pittura, offre all’occhio del fotografo un campo amplissimo di possibilità. Lo sapeva già Fox Talbot, che nel suo prezioso incunabolo fotografico The Pencil of Nature (1846), incluse due vedute completamente diverse, per angolatura, illuminazione, ecc., della copia in gesso di un busto ellenistico, con l’intento di mostrare le potenzialità del nuovissimo medium nei confronti dell’antico. Certo, c’è un ovvio limite fisico della fotografia rispetto alla scultura, ed è quello di un medium bidimensionale rispetto a uno tridimensionale; non si può rendere in una sola immagine (a meno che non sia un fotomontaggio di ispirazione cubista…) il davanti e il dietro di una scultura, ciò che si vede e ciò che è fuori vista. Questo è il secondo significato, più letterale, dell’espressione “camera’s blind spot”. Ma che dire delle scansioni fotografiche (analogiche) dell’artista ungherese Attila Csörgő, o delle stampe 3D del belga Ives Maes, che traducono lo spazio circostante la camera, a 360° in orizzontale e quasi altrettanti in verticale, in immagini sferiche, oggetti tridimensionali essi stessi? Con esperimenti del genere, anche l’ultimo gap fra due e tre dimensioni sembra superato. 
Infine, la scultura, altra protagonista del progetto The Camera’s Blind Spot, emerge nei soggetti. Dalle sculture romane immortalate da Paolo Gioli con un procedimento di sua invenzione, che comprende una pellicola fosforescente, alle stalattiti e stalagmiti fissate su vetro da Dove Allouche per mezzo della tecnica otto-centesca dell’ambrotipia. Ed ancora la scultura ad emergere nella Structure for Moon Plates and Moon Shards (2015) di Johan Österholm, una costruzione realizzata con i vetri di una vecchia serra per fiori, spalmati di emulsione fotosensibile e poi esposti alla luce della luna. Un singolare “oggetti fotografico” che si propone come una scultura vera e propria e che tuttavia si stenta a chiamare “fotografia”.

Simone, quali sarà il futuro di The Camera’s Blind Spot?
Mi piacerebbe realizzare almeno un quarto episodio di TCBS con un catalogo consuntivo, che includa le puntate precedenti. Se la mostra sarà un “best of”, o invece un episodio interamente nuovo, al momento non so.

The Camera’s Blind Spot III
La Camera – Sulla materialità della fotografia
Palazzo De’ Toschi
Piazza Minghetti 4/D Bologna
29 gennaio – 28 febbraio 2016
www.bancadibolognaeventi.it

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Attila Csörgö, Semi-Space,  2001, in ‘The Camera’s Blind Spot II’, installation view, Extra City Kunsthal, 2015 © We Document Art

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Carlos Vela Prado, Primates, 2012. Stampa d’archivio a pigmento su carta Hahnemuehle serigrafata con pigmenti ad interferenza ossidati

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Evariste Richer, Nuages au iodure d’argent 2005

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Johan Österholm, Lunar Year, 1930s-2015

Johan-Österholm,-Structure-For-Moon-Plates-&-Moon-Shards,-2015

Johan Österholm, Structure For Moon Plates & Moon Shards, 2015

Paolo-Gioli,-Pugno-contro-me-stesso-1989-(mano-stenopieica)

Paolo Gioli, Pugno contro me stesso 1989 (mano stenopieica)

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Sara Benuzzi

Laureata in Italianistica, Culture letterarie europee e scienze linguistiche a Bologna con una tesi in Fenomenologia dell'arte contemporanea sui libri d'artista, attualmente si occupa di comunicazione e organizzazione di eventi. Interessata a tutto ciò che orbita attorno all'arte contemporanea ha un interesse particolare verso le arti digitali, la grafica, la street art e i gli artisti emergenti.

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