Catherine Morris. Attraverso le Lenti del Femminismo

Judith Scott--Bound and Unbound. [10/24/2014-03/29/20 15]. Installation view. Brooklyn Museum photograph, Jonathan Dorado, photographer

Curatore della Elizabeth A. Sackler Center for Feminist Art, Catherine J. Morris è stato curatore indipendente per più di dodici anni prima d’iniziare la sua nuova esperienza presso il Museo di Brooklyn. Morris ha organizzato numerose mostre incentrate sul tema del femminismo e sul suo impatto come costrutto sociale, politico, intellettuale nello sviluppo della cultura visiva. Leda Cempellin l’ha intervistata per scoprire le ultime novità della sua ricerca e pratica curatoriale.

Che cosa ti ha preparato alla professione curatoriale?
Mi sono impegnata a studiare la storia dell’arte da quando frequentavo la scuola superiore. Sono cresciuta a Washington DC e ho conseguito la laurea presso la University of Maryland. Sono approdata a New York per intraprendere i miei studi di Master presso l’Hunter College. Sono diventata una curatrice indipendente verso la metà degli anni Novanta, poco prima che diventasse popolare l’idea del curatore indipendente quale giramondo dalla voce influente alle Biennali e ad altre mostre tematiche internazionali. Avevo un gruppo di amici stretti a New York che conoscevo da quando ero una studentessa universitaria; alcuni erano artisti, altri lavoravano in gallerie d’arte e in organizzazioni non profit, e siamo maturati insieme nel mondo dell’arte. Ho curato la mia prima mostra sul femminismo con Ingrid Schaffner. Dal titolo Gloria: Another Look at Feminist Art of the 1970s, la mostra si è tenuta a White Columns, che è il più antico spazio alternativo non profit di New York City. L’esposizione ha attirato molta attenzione. Nello stesso periodo, durante i primi anni Duemila, il Sackler Center era in costruzione presso il Brooklyn Museum.

In che modo la tua particolare visione curatoriale si adatta al Sackler Center?
Elizabeth Sackler, attivista e filantropista, aveva acquisito The Dinner Party di Judy Chicago, una delle opere iconiche della seconda ondata femminista, ed era determinata a trovare una sistemazione permanente per la stessa. Il Sackler Center è stato concettualizzato da lei insieme ad Arnold Lehman, Direttore del Brooklyn Museum. Fondato nel 2007, è l’unico centro dedicato all’arte femminista all’interno di una più ampia istituzione storica. Nel 2009 sono diventata curatrice dell’Elizabeth A. Sackler Center for Feminist Art presso il Brooklyn Museum. Con l’intitolazione della mia posizione, la mia qualifica nel 2013 è diventata Sackler Family Curator. Credo sia importante conoscere due fatti riguardo al Sackler Center. Il primo è che il centro è stato stabilito, ispirato, e costruito sul lavoro della seconda ondata delle artiste femministe, le quali sono venute di età negli anni Sessanta e Settanta. Il secondo è che, quale componente della più ampia identità storica del Brooklyn Museum, il suo scopo è di pensare a come il fare arte e il modo in cui guardiamo all’arte oggigiorno sono stati influenzati dal femminismo. Dal momento che il Sackler Center si trova all’interno di questo museo a impostazione storicistica, nulla può essere visto come prima. Sono interessata a cosa significhi tutto ciò, e questa posizione mi permette di riflettere in senso ampio, sia da un punto di vista storico che metodologico.

In sostanza, è possibile curare mostre incentrate su artiste femministe, quali Judy Chicago, ma si può anche organizzare esposizioni su artiste non necessariamente femministe, quali Judith Scott. Come ti sei imbattuta sulla sua opera e hai deciso di dedicarle una mostra?
Ho visto le opere di Judith Scott alcuni anni prima nello stand di White Columns all’interno di una fiera artistica. Il Direttore, Matthew Higgs, aveva scoperto un luogo chiamato Creative Growth, dove Judith Scott lavorava. Ho visto queste opere e le ho capite come avvincenti sculture contemporanee, che hanno chiaramente un dialogo con varie pratiche contemporanee nel campo delle fibre, degli oggetti ritrovati, dell’astrazione. E successivamente sono venuta a conoscenza dell’incredibile storia di diversità e disabilità di Judith Scott. Nacque nel 1943 in Ohio con la sindrome di Down, gravemente sorda e muta. Ha vissuto all’interno di strutture da quando aveva sei o sette anni ed era considerata completamente ineducabile. Alla fine, verso la metà degli anni Ottanta, la sua sorella gemella ne ha ottenuto la tutela e ha portato Scott a Creative Growth, un’organizzazione no profit fondata in Oakland negli anni Settanta quale studio per artisti disabili – questa è un’importante distinzione da fare, in quanto lo spazio non era stato fondato con finalità terapeutiche. Diversi mesi dopo il suo ingresso a Creative Growth, Scott partecipò a un laboratorio di fibre tessili sotto la guida dell’artista Sylvia Seventy. Dal nulla, ha iniziato a fare questi oggetti intraprendendo un percorso artistico che è durato fino alla sua morte diciotto anni dopo. La nostra mostra comprende sia le prime opere, sia le ultime (incomplete) eseguite da Scott; pertanto, è un’esposizione davvero completa. L’arco della vita di Judith Scott segue la storia del movimento per i diritti dei disabili emerso negli anni Sessanta e le cui pratiche, obiettivi e metodi erano largamente ispirati a quelli di altri movimenti per i diritti civili sorti un po’ prima, incluso il femminismo. Il fatto che l’incredibile biografia di Scott non ha nulla a che vedere con la sua arte, quanto piuttosto l’artista ci invita a parlare di problemi formali connessi con l’astrazione e con l’uso di questi materiali, rappresenta una sfida curatoriale non indifferente. Conoscendo che Scott ha spesso incorporato oggetti ritrovati nella sua opera, alcuni dei quali sono visibili, altri no, la gente é curiosa di sapere cosa c’é all’interno delle opere (sono state radiografate, per esempio); personalmente, non mi interessa molto sapere cosa Scott vi ha nascosto. Sono più interessata a parlare di quello che Scott ha reso visibile e a discutere l’inadeguatezza di termini quali affiliato ed estraneo all’interno del mondo dell’arte. Per quanto riguarda il suo desiderio di nascondere delle cose: chiaramente gli oggetti avevano un significato per lei, ma non sapremo mai quale.

Perché hai scelto di esporre la maggior parte delle sue opere orizzontalmente e vicino al pavimento? E che mi dici della loro particolare collocazione?
Dal momento che le opere non hanno un orientamento ben definito, abbiamo deciso di mostrarle il più possibile nel modo in cui Scott ha lavorato alle stesse. Si può facilmente indovinare come le aveva messe sul tavolo a Creative Growth, in quanto tipicamente hanno la base piatta. In alcuni casi esiste prova fotografica documentaria. Le opere sono disposte su una piattaforma bassa, piuttosto che al livello del tavolo, in quanto volevamo dare l’occasione ai visitatori di osservarle da diverse angolazioni. Desideriamo anche dare l’opportunità a persone diversamente abili di riuscire a vedere le opere. A Creative Growth si è conservata la documentazione relativa alle stesse: conosciamo l’anno in cui ciascuna opera è stata completata, per cui abbiamo installato la mostra in modo approssimativamente cronologico, e quindi abbiamo sistemato le opere con un occhio all’estetica. C’è n’è solo una appesa alla parete. Judith non ne realizzò alcuna a parete, ma è difficile comprendere visivamente quest’opera in particolare quando la si osserva in una disposizione orizzontale. Oltretutto, abbiamo una foto della stessa in posizione verticale a Creative Growth mentre l’artista era in vita, per cui ci è sembrato appropriato in questo caso di installarla sulla parete.

Come immagini lo sviluppo della tua visione per il Sackler Center in futuro?
Sto pensando non solo a mostre individuali, ma anche al modo in cui mostre di diversa tipologia parlano l’una all’altra con il tempo, sviluppando un’identità per il Sackler Center. Per il 2017, in occasione del decimo anniversario del Sackler Center, stiamo lavorando a un progetto che prenderà in considerazione quest’intera istituzione. In quell’anno tutte le mostre provenienti dalle diverse collezioni nel museo saranno collegate alla metodologia femminista. Questa sarà la prima volta che verranno adoperate delle lenti femministe per guardare all’intero Brooklyn Museum quale istituzione storica.

Judith Scott--Bound and Unbound. [10/24/2014-03/29/20 15]. Installation view. Brooklyn Museum photograph, Jonathan Dorado, photographer

Judith Scott, Bound and Unbound. [10/24/2014-03/29/20 15]. Installation view. Brooklyn Museum photograph, Jonathan Dorado, photographer 

Catherine Morris, Sackler Family Curator for the Elizabeth A. Sackler Center for Feminist Art. John Surface, photographer

Catherine Morris, Sackler Family Curator for the Elizabeth A. Sackler Center for Feminist Art. John Surface, photographer 

Judith Scott--Bound and Unbound. [10/24/2014-03/29/20 15]. Installation view. Brooklyn Museum photograph, Jonathan Dorado, photographer

Judith Scott, Bound and Unbound. [10/24/2014-03/29/20 15]. Installation view. Brooklyn Museum photograph, Jonathan Dorado, photographer 

Brooklyn Museum: exterior. View of Eastern Parkway façade at dusk from the northwest, 2004. Brooklyn Museum photograph, Justin van Soest, photographer

Brooklyn Museum: exterior. View of Eastern Parkway façade at dusk from the northwest, 2004. Brooklyn Museum photograph, Justin van Soest, photographer 

Judith Scott--Bound and Unbound. [10/24/2014-03/29/20 15]. Installation view. Brooklyn Museum photograph, Jonathan Dorado, photographer

Judith Scott, Bound and Unbound. [10/24/2014-03/29/20 15]. Installation view. Brooklyn Museum photograph, Jonathan Dorado, photographer

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Leda Cempellin

Docente Associato Confermato presso la South Dakota State University.

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