Check Point

Benyamin Reich, T'filin schel jad, 2005

Fino al 28 marzo alla Galleria Spazio Testoni di Bologna sarà visitabile la mostra Check Point realizzata in collaborazione con Werkstattgalerie di Berlino; la collettiva coinvolge tre giovani artisti attivi sulla scena internazionale in una riflessione sulla conflittualità israeliano-palestinese che da decenni sta infiammando le vicende mediorientali e non solo.Attraverso le sculture in filo metallico del milanese Fabrizio Pozzoli e le immagini fotografiche di Benyamin Reich e Lea Golda Holterman, entrambi di origine israeliana e berlinesi d’adozione, la mostra riflette sulla difficile coesistenza tra culture quando la violenza ostacola la comprensione. Check Point significa luogo di scambio e passaggio obbligato, snodo del pensiero, barriera e attraversamento, intreccio e limite, come il visitatore può immediatamente sperimentare percorrendo la gabbia che Fabrizio Pozzoli ha collocato all’ingresso della galleria.  Il percorso materializza l’esortazione a guardare oltre e attraverso  il recinto di un orizzonte mentale precostituito, richiamando allo stesso tempo l’idea di prigione connessa alle vicissitudini belliche. Al centro della gabbia The missing hours, un essere umano stilizzato della serie Oversize in filo di ferro ossidato, accosta le mani al volto in una smorfia di disorientamento amplificata dalla profondità delle sue orbite cave. I fili di ferro intrecciati che compongono la gabbia sono anche un diaframma che condiziona la fruizione delle immagini fotografiche collocate all’esterno sovrapponendovi un ulteriore piano di visione attraverso il quale la distanza fisica diventa  partecipazione emotiva.

Le vedute innevate di Benyamin Reich sono le tappe di un viaggio nell’inverno della Germania nordorientale che l’autore trasforma in itinerario della memoria privata e storica. I luoghi fotografati richiamano infatti alcuni scorci della Galizia, la regione più settentrionale dell’ex Impero Austo-Ungarico oggi divisa tra Polonia e Ucraina, zona da cui proviene una parte della famiglia dell’artista. La spessa coltre bianca che ammanta il paesaggio attenuando i riferimenti  geografici amalgama suggestioni e ricordi in un’immagine rarefatta che si anima con l’affiorare del ricordo. Così una postazione per cacciatori che svetta nel bosco è assimilata alla torre di guardia di un campo di concentramento evocando l’arbitrario privilegio di decidere dall’alto la vita o la morte altrui e le rovine di un muro medievale alludono alla separatezza delle comunità ultraortodosse e alle barriere fisiche e mentali con cui si separano dalla società odierna. Discendente di una nota famiglia di rabbini, Reich ha dedicato una serie di scatti alla vita di un villaggio ultraortodosso in cui l’ossequio alla tradizione diventa chiusura e rifiuto del dialogo con il mondo esterno. Con uno sguardo rispettoso e intenso che non rinuncia  a sorridenti note di leggerezza, il fotografo ci offre un accesso privilegiato a questa realtà separata, ritraendone ritualità e protagonisti. Una coppia di giovani sposi in abiti tradizionali accetta quindi di posare nell’intimità della propria stanza da letto contravvenendo al divieto di sedersi assieme, mentre un ragazzo di spalle si avvolge il tefillin attorno al braccio in una preghiera del mattino che sembra assumere una connotazione erotica e voyeuristica.

Anche Lea Golda Holterman nella serie di scatti Orthodox Eros riflette sulla percezione che i giovani uomini Ortodossi hanno di sé in relazione alla contemporaneità con una galleria di ritratti seducenti come le fotografie di moda o le icone della storia dell’arte condivise dalla nostra memoria collettiva. Il risultato è uno straniamento dell’identità dell’uomo Giudaico che enfatizza le qualità dei soggetti neutralizzandone l’ingombrante substrato tradizionale per restituirli nell’essenzialità della loro libera espressione. Libertà che talvolta sembra dilagare in un’acritica contaminazione culturale, come suggeriscono alcune immagini di ragazzi Palestinesi che interpretano gli abiti del consumismo contemporaneo ibridandoli con la tradizione: il kefiah quindi può essere un’elegante camicia di Guy Laroche avvolta attorno al capo, un giovane guerrigliero indossa disinvoltamente di fronte all’obiettivo una maglia Emporio Armani, mentre una sagoma femminile si staglia contro un cielo assolato esibendo l’ambivalente eleganza del suo chador.

Nelle immagini dei due fotografi la Terrasanta emerge come coacervo di pulsioni  contrastanti che trovano provvisori equilibri di coesistenza nell’eterodossa bellezza di ogni scatto. Il disequilibrio esistenziale diventa ponderata composizione anche nel lavoro di Fabrizio Pozzoli che fa da contrappunto alle fotografie: i suoi elaborati intrecci in filo metallico suggeriscono una ricerca di senso che sembra voler scarnificare l’aspetto delle cose per materializzarne le contraddizioni interne. I suoi soggetti, esseri umani stilizzati che cercano di adattare i propri corpi alle inospitali strutture in cui l’artista li colloca, sono forse destinati all’eterna incomunicabilità a causa delle barriere che il piccolo mondo in cui sono relegati impone loro. Così la maternità è un lapidario buco nel ventre di una donna gravida, la coabitazione diventa silenzio e il ristoro del bagno viene negato dai chiodi arrugginiti che riempiono la vasca in dialogo con gli scatti di Reich e Holterman che documentano il rituale delle abluzioni prescritte alle donne dall’ortodossia prima di ripresentarsi al marito dopo il ciclo mestruale.

21 gennaio-28 marzo 2015
Galleria Spazio Testoni, via D’Azeglio 50 Bologna
Benyamin Reich, T'filin schel jad, 2005

Benyamin Reich, T’filin schel jad, 2005

Benyamin Reich, Divine Connection Jerusalem, 2007

Benyamin Reich, Divine Connection Jerusalem, 2007

Lea Golda Holterman, Orthodox Eros

Lea Golda Holterman, Orthodox Eros

Lea Golda Holterman, Untitled (Fatima, 28, mother of 3 children, occupied territories)

Lea Golda Holterman, Untitled (Fatima, 28, mother of 3 children, occupied territories)

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