Chiara Camoni – SISTERS

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In occasione della sua prima personale nel Regno Unito organizzata da Arcade, Sisters, abbiamo incontrato Chiara Camoni (Pia­cenza 1974).

Sara Buoso: Cara Chiara, nel vedere la personale Sisters alla galleria Arcade, le prime parole che mi sono venute in mente sono state Materia e Femminile. Christian Mooney, direttore della galleria, accennava inoltre, a come la tua pratica sia in relazione con il lavoro di artiste donne storicizzate, quali ad esempio Marisa Merz. Puoi parlarci più approfonditamente di questo approccio artistico?
Chiara Camoni: Parlare della storia dell’arte femminile e della rete di artiste donne in Italia, è un tema emerso di recente; ne abbiamo discusso durante il mio recente intervento alla Libreria delle Donne a Milano. Se di sorelle, anche maggiori, se ne possono contare tante, tra cui artiste a cui sono legata anche da un rapporto di amicizia o di collaborazione, è invece più raro trovare artiste-madri, sia perché nel tempo furono meno, sia perché è più difficile rintracciarne le diverse tracce nella storia. Sarebbe quindi importante ricostruire e poi proseguire una genealogia nella storia dell’arte fatta di donne di generazioni diverse, di artiste, ma anche di intellettuali e filosofe, per ripensare questo significativo passaggio, in modo che l’idea dell’identità femminile continui in maniera attiva. La mia personale identità femminile di artista si svolge in modo archeologico, legata a un posto arcano, alle Grandi Madri, un territorio a cui sempre torno, inseguendo una una sorta di ambiguità, una dualità. Le Sorelle/Sisters in mostra ad Arcade, sono figure amichevoli, ma allo stesso tempo sono anche sinistre, sorridono con ironia e con sarcasmo, sono nere, vivono nel buio ma poi portano luce. Sono “presenza” prima ancora che scultura. Dalla casualità della materia mi appaiono, come le sculture di una tomba etrusca ci accompagnano. Hanno un valore artistico, estetico, ma anche una funzione. La scultura è dare forma. È il dare forma della scultura che le caratterizza, attraverso una funzione pratica e una certa sintonia. Sono affascinata dal rapporto della Scultura con la realtà, come diceva Arturo Martini in Scultura lingua morta: “Una mela scolpita da Fidia rimane un oggetto, ma una mela dipinta è un’espressione d’arte, anche se dipinta male”. Ad esempio, un Vaso è una scultura e un oggetto, che pone il limite equivoco della materia. Altri soggetti a cui mi sono interessata per la loro ambiguità sono i giocattoli , gli oggetti di uso quotidiano, o le sculture-fischietto, 2016, che ho messo in scena come in un concerto improvvisato. In mostra ad Arcade le sculture portano candele. Stanno tra di loro come in una piccola grotta, una caverna. Da qui, la decisione di non mettere nient’altro e di non usare luce elettrica.

S.B. Cosa mi puoi dire del comunicato della mostra?
C.C. È un testo che ho scritto come se fosse una filastrocca, una piccola cantilena. Mi è sembrata la cosa più adatta, senza il bisogno di includere ulteriori spiegazioni nel comunicato stampa. Un suono arcaico e infantile, giocando con la parola Sisters, che sibila, ossessiva, verso e fuori dal testo. Le Sorelle/Sisters sono figure accanto a noi, come immaginazioni dell’inconscio. Sono fatte in argilla, lavorando in maniera automatica, a volte a occhi chiusi. C’è la dispettosa e lacrimosa – Sister#2 – che, tenendo le candele storte, gocciola sul pavimento e sparge cera colorata ovunque; c’è la più anziana – Sister#1 – a cui crescono i capelli, e quella più astratta, legata alla terra – Sister#04. C’è infine quella con tre candele – Sister#1 – la più affine a noi, che si avvicina alla forma classica del candelabro, con due braccia che sono anche i suoi figli.

S.B. Mi potresti parlare del rapporto tra Materia e Astrazione, che ho notato anche in altri lavori come in Vuoti di pieni, pieni di vuoti, 2016, Senza Titolo, mosaico#2, 2012, Senza titolo, l’esercito di terracotta, 2012 e come ben sottolinea il tuo recente catalogo Certain Things?
C.C. È l’operazione dello srotolare/arrotolare la materia – come nei lavori a cui fai riferimento. Il processo creativo è ciò che conferma l’organicità della materia, ciò che appare e poi scompare, fondendosi con l’aspetto biografico. In Sisters, è un processo in divenire, uno svelarsi del cosmo, dove le figure si illuminano in mostra.

S.B. Mi parleresti un po’ più in generale della tua pratica?
C.C. La mia pratica si svolge sia in autonomia che insieme ad altre persone, in una vicinanza affettiva. Ho fatto dei disegni con mia nonna, una collaborazione nata in modo causale – La Grande Madre, Capolavori e Amanuense, come descritti nel testo Racconterò una storia – che ha dato vita negli anni ad una serie di opere che da sola non avrei mai potuto realizzare. Ho lavorato anche con i bambini, con le amiche e con le persone del paese in cui abito. In queste sessioni collettive emerge la verità, il libero gioco. Con i bambini lascio aperto il processo alle interferenze e all’improbabile, poiché si possono trasgredire le regole del fare artistico, delle tecniche. In alcune situazioni mi occupo della “partecipazione”, come è accaduto per i laboratori pensati per Nomas Foundation: una serie di workshops spontanei, per bambini e adulti, che si sono svolti durante tutto il periodo della mostra, intorno allo sviluppo e alla crescita di una griglia di vasi. Un altro esempio è Il grande Baccano, 2016, una performance con 750 bambini. Dovendo utilizzare i materiali di riciclo inizialmente proposti, ho pensato di trasformarli in strumenti a percussione: ne è scaturita un’azione di grande impatto emotivo, una visione.

S.B. Ciò che mi colpisce del tuo lavoro, è la freschezza delle immagini che, pur legate a una dimensione archeologica, si affacciano al presente come “fresche”, attive, richiamando la partecipazione del pubblico, attualizzandosi. In ciò trovo affinità con i dipinti di Luca Bertolo, tuo marito.
C.C. Molte delle mie sculture sono attive. Sono presenti come se parlassero, chiedono un tempo d’ascolto e di partecipazione. Si trovano in un presente in divenire. Nel caso di Sisters, Chirstian Mooney ha avuto la custodia delle sculture che abitano lo spazio della galleria. Gli ho chiesto di aggiornarmi sul loro procedere nel tempo della mostra. Nel frattempo avrà sentito familiarità e vicinanza con le figure, prendendosi cura di loro. Altre opere simili sono ad esempio le Ninesse, 2015 che contenendo fiori, chiedono ai loro custodi di essere innaffiate e, in definitiva, di essere accudite.

S.B. Riferendomi al titolo del catalogo e della mostra Certain Things utilizzato per la mostra alla galleria SpazioA, cosa intendi precisamente con questa definizione? Deriva dall’utilizzo di oggetti di uso quotidiano o è più ampiamente il tuo intendere della pratica artistica e della materia?
C.C. Sono delle posizioni mutevoli, delle affermazioni non perentorie. È un lavorare con la transitorietà, stando nel processo del fare. È un approccio diverso alla scultura, che si allontana dal ruolo classico del monumento destinato a rimanere uguale a sé stesso nel tempo. È la consapevolezza di vivere un’epoca in cui possiamo fare solo affermazioni incerte, dubbiose. Penso a quella piccola statuina cretese, la Dea coi serpenti, una figura femminile potentissima capace di dare la vita e la morte. Nel mio caso diventa La Venere senza serpenti, 2015: i serpenti non ci sono più, e la forza sta proprio nella sua dichiarazione disarmante. Lavorare con l’arcaico, nel mio caso, non vuole essere solo una citazione. Vado avanti guardando indietro e così trovo il punto esatto della mia collocazione oggi. Un altro esempio è l’installazione video – Una storia, 2016 che documenta le fasi di lavorazione, a più mani come in una bottega antica, di una figurina di devozione destinata ad un eremo in Abruzzo. La telecamera oltre a riprendere il procedere del lavoro, ha registrato anche il muoversi intorno della vita quotidiana, le incursioni, le voci delle amiche e dei bambini, i rumori della casa e del giardino. Certo sono legata all’idea di “opera”, ma poi mi muovo verso la realtà. E l’ultimo giorno del montaggio video, i carabinieri mi hanno chiamato per dirmi che la statuetta era stata rubata! A quel punto la statuina ha rafforzato ulteriormente la sua presenza, tutta nel processo. È il gesto di un’artista oggi: un momento della vita.

S.B. E cosa rimane delle altre 7 Sisters? Sono in formazione?
C.C. Non ci avevo ancora pensato consapevolmente, beh si…può essere che stiano per arrivare…

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Chiara Camoni, Sisters, 2017. Installation view (nocturnal), Arcade

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Chiara Camoni, Sister 3 (detail), 2017. Iron, glazed clay, candles, fire, 155 x 35 x 35 cm

4.sister-1

Chiara Camoni, Sister 1 (detail), 2017. Iron, glazed clay, candles, fire, 180 x 134 x 110 cm.

5.sister-2-part

Chiara Camoni, Sister 2 (detail), 2017. Iron, glazed clay, candles, fire, 168 x 60 x 80 cm.

6.sister-2-cera

Chiara Camoni, Sister 2 (detail – clay), 2017. Iron, glazed clay, candles, fire

One sister
twister.
Two sisters
with weird whiskers.
Three Furies sisters
in the night resisters.
Four sisters
with an S that whispers.
Five sisters here refers,
were good listeners.
Six sisters,
were horse riders.
Seven sisters
pink fighters.
Eight Sisters
like spiders.
Nine Sisters are blowing
whistles and throwing.
Ten Sister Candelabra
Abracadabra.

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è interessata agli aspetti Visivi, Verbali e Testuali che intercorrono nelle Arti Moderne Contemporanee. Da studi storico-artistici presso l’Università Cà Foscari, Venezia, si è specializzata nella didattica e pratica curatoriale, presso lo IED, Roma, e Christie’s Londra. L’ambito della sua attività di ricerca si concentra sul tema della Luce dagli anni ’50 alle manifestazioni emergenti, considerando ontologicamente aspetti artistici, fenomenologici e d’innovazione visuale.

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