Come appare l’arte. Manifattura dei Tabacchi Modena.

Gino De Dominicis, Ritratto di Alessandra J., 1997-98 olio su tela | oil on canvas 100 x 100 cm Collezione privata | Private Collection, Modena Courtesy comitato scientifico Archivio Gino De Dominicis / © Gino De Dominicis by SIAE 2015

In un bellissimo film di Jean Jacques Arnaud i protagonisti s’interrogavano a quanti -ismi erano stati fedeli nel corso della loro vita. Viene da pensare che l’uomo non possa fare a meno d’imbrigliare le proprie idee e i propri pensieri in uno o più movimenti e di seguirli quasi che, senza queste definizioni, si possa creare una dispersione incontrollabile d’idee.
Se questo succede con i movimenti politici e sociali anche l’arte non ne è esente se pensiamo che, fin da piccoli, ci insegnano che a ogni opera corrisponde un preciso movimento artistico. Oggi, applicare questi stessi criteri  all’arte contemporanea non sta solo diventando difficile ma addirittura deleterio se si pensa che “l’industria artistica” ha conosciuto nel corso degli ultimi decenni un aumento degli interlocutori, delle tecniche e delle forme di mercato che hanno reso quasi impossibile classificare artisti e opere. Questo, ovviamente, ha creato un vero e proprio accanimento tra critici e addetti del settore nel cercare di classificare e analizzare ogni singola corrente artistica a volte più per pubblicizzare un certo gruppo di artisti e renderli appetibili al mercato che per il loro apporto allo scenario artistico attraverso poetiche nuove e interessanti. Sono questi alcuni punti sui quali si sono incentrate le riflessioni di Richard Milazzo, curatore della mostra “Il manichino della storia. L’arte dopo le costruzioni della critica e della cultura” inaugurata a metà settembre presso il MaTa di Modena ristrutturando, per l’occasione, una parte significativa della vecchia manifattura.

Le prime notizie del complesso risalgono al 1513 quando inizialmente era un monastero ma nel corso dei secoli venne riutilizzato come ospedale, magazzino di salnitro e infine come fabbrica adibita alla produzione del tabacco. Proprio quest’ultimo utilizzo portò la struttura, tra la seconda metà del XIX secolo e il secolo successivo, a diventare una delle realtà industriali più sviluppate del territorio grazie a significativi interventi strutturali quali l’installazione di impianti di illuminazione e ventilazione e la creazione di nuovi spazi come l’infermeria, il refettorio e un asilo aziendale. Dal 2002 la produzione cessò e la struttura inutilizzata divenne ben presto fatiscente fino al 2011 quando la riqualificazione promossa dall’amministrazione comunale ha dato nuova vita e nuove possibilità di utilizzo. Il complesso attualmente è caratterizzato da una grande piazza dominata dalla vecchia ciminiera della fabbrica e dal cavallo di bronzo che Mimmo Paladino ha donato alla città e che simboleggia non solo la cultura del lavoro di queste zone ma anche la continua interazione tra passato e futuro. Sulla facciata del museo, invece, sono presenti la fontana Idolo della voglia realizzata nel 1992 da Enzo Cucchi, simbolo dell’energia creativa, e la scultura in bronzo Solitario del 1988 di Sandro Chia, chiaro riferimento all’artista e al suo ruolo nella società contemporanea.

La prima mostra del neonato Mata è dedicata alle opere presenti in alcune grandi collezioni modenesi a sottolineare ancora una volta come la città emiliana sia legata fortemente all’arte contemporanea. Scorrendo le 88 opere tra dipinti, sculture, fotografie e installazioni realizzate fra gli anni Ottanta e i nostri giorni da alcuni dei protagonisti della scena artistica nazionale e internazionale, si capisce quale sia il pensiero che ha percorso il critico italo-americano nel creare questa mostra. “Come appare l’arte, come si definisce, dopo esser sopravvissuta alle pretese o alle richieste che le sono state fatte dai vari movimenti ‘critici’? Cosa è diventata l’arte dopo essere stata influenzata dal mercato nelle varie forme di aste, fiere d’arte, gallerie commerciali, collezionisti, consorzi aziendali?” sono solo alcune delle domande che il visitatore si deve porre percorrendo le stanze del Mata in compagnia delle opere di Jean-Michael Basquiat, Alighiero Boetti, Salvo, Nan Goldin, Shirin Neshat, Luigi Ontani, Cindy Sherman e Franco Vaccari solo per citarne alcuni. Milazzo s’interroga se l’arte sia diventata mero spettacolo mediatico o se piuttosto siano i personaggi legati a essa che vogliono farla diventare tale. Quanto l’arte si è danneggiata e quanto è stata danneggiata? Ha senso costruire mostre attorno a grandi –ismi se proprio questi servono solo a raggruppare opere e artisti per mostre mainstream? E, infine, esistono ancora artisti che possano ridare al visitatore la fiducia in un’arte come fulcro di idee e non semplicemente come spettacolo da jet set? Modena sembra dire sì e l’unico modo per capire se ha ragione è venire a visitare questa mostra.

Il manichino nella storia. L’arte dopo le costruzioni della critica e della cultura
MaTa via della Manifattura dei tabacchi n. 83 Modena
dal 18 settembre 2015 al 31 gennaio 2016
www.mata.modena.it

Basquiat

Jean-Michel Basquiat, Untitled, 1981, tecnica mista su cartone | mixed media on board. Collezione / Collection Enzo Cucchi © The Estate of Jean-Michel Basquiat by SIAE 2015

Clemente-001

Francesco Clemente, Senza titolo, 1981, affresco | fresco. Collezione / Collection E. Righi. Photo © Antonio Maniscalco

 
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