Appuntamento in Studio #1 Cristian Chironi

Poster, 2009. Live performance in Trama Festival, Porto, photo by Silvana Torrinha. Courtesy dell'artista.

Appuntamento in Studio è una rubrica ideata e diretta da Gino Pisapia, con l’intento di raccontare l’approccio metodologico degli artisti nello sviluppo della propria pratica creativa. La rubrica propone sotto forma di dialogo colloquiale l’incontro con l’artista nel suo studio e si genera da suggestioni e argomenti scaturiti da oggetti, immagini, opere. Si rivolge pertanto agli addetti ai lavori e ai curiosi che vogliono approfondire la propria conoscenza del mondo dell’arte e delle sue manifestazioni estetiche.

Poster, 2009. Live performance in Trama Festival, Porto, photo by Silvana Torrinha. Courtesy dell'artista.

Poster, 2009. Live performance in Trama Festival, Porto, photo by Silvana Torrinha. Courtesy dell’artista.
 

Dopo aver superato indenne, da abbuffate e tour enogastronomici, le laiche festività natalizie e la pausa epifanica decido di consegnare al curioso lettore il risultato di un incontro davvero particolare. l viaggio di oggi mi condurrà con Le Frecce in 35 minuti, 40 se in ritardo, da Firenze a Bologna dove raggiungerò Cristian Chironi (Orani, Nuoro 1974), sardo D.O.C., nella sua casa-studio a pochi passi da Piazza Maggiore. Arrivato in stazione, “registro” che la temperatura rasenta lo “0” e a illudermi del contrario solo un flebile raggio di sole che a fatica si fa spazio tra le bianche nuvole. Giunto nello studio di Cristian ispeziono con lo sguardo tutto ciò che mi viene sotto tiro, considerando che non reprimo mai la mia curiosità e con essa la voglia di toccare tutto specie quando sono nello studio degli artisti, assecondo dunque le mie pulsioni. Lo studio è molto pulito, curato, pareti bianche e parquet chiaro, sembra sospeso tra lo studio di un fotografo e quello di un architetto. Sulla parete più grande una foto quasi in scala 1:1 mostra la silhouette nera di un uomo, che ricorda Diabolik, rivolta verso una candida scultura del Canova. Attratto dalla pulizia e nitidezza compositiva dell’immagine riconosco nella sagoma nera Chironi e mi viene spontaneo chiedergli.

DK, 2009. Fotografia analogica montata su d-bond, 152,5x193 cm. Produzione Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara e

DK, 2009. Fotografia analogica montata su d-bond. Produzione Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara
 

Gino Pisapia: Quando sei entrato nel museo già indossavi la tuta nera o vestivi abiti “civili”?
Cristian Chironi: Vestivo solo un lungo trench sopra a una tuta nera e un paio di scarpe senza lacci, una volta raggiunta la statua lasciavo cadere a terra l’impermeabile, sfilavo le scarpe e chiudevo la zip della maschera, mentre un fotografo mio complice era appostato per immortalare la posa con lo scatto fotografico.

G.P.: Questo scatto immagino faccia parte di una serie che è il risultato di un momento performativo. Come hai strutturato questo ciclo?
C.C.: Lo scatto fa parte di un ciclo dal titolo DK, codice che identifica quella fetta della mia ricerca che usa come pretesto il furto dell’aura dell’Opera d’Arte nei luoghi della sua conservazione fisica e mnemonica, facendoli collidere con l’immaginario del “ladro”. Un folle accostamento per un divertente antagonismo immateriale tra le convenzioni del museo e l’immediata praticabilità del “gabinetto” del ladro. Fotografie di un neo-Diabolik nelle celebri pose dinamiche del fumetto a confronto con le opere di Canova conservate nei musei italiani. Pose finalizzate a uno scatto e non intese come momento performativo. C’è dietro un accurato studio preliminare, che mi porta nei giorni precedenti allo scatto a visitare i musei da semplice spettatore, per studiare l’inquadratura dunque il “furto”.

Cutter (Fiori), 2011. Libro d'artista intagliato a mano, 21x30 cm. Courtesy dell'artista.

Cutter (Fiori), 2011. Libro d’artista intagliato a mano, 21×30 cm. Courtesy dell’artista.
 

G.P.: Riusciresti a ricostruire per immagini gli step percorsi fino a oggi?
C.C.: Posso riassumere la mia ricerca in 3 capitoli: dal 2001/06 il mio interesse fotografico oscilla tra il rianimare un’immagine o trasformare se stessi in immagine, cercando di risolvere il dissidio tra bidimensionale e tridimensionale, passato e presente, conflitto e integrazione, Untitled #2 è significativo di questo periodo.
Dal 2006/09 invece mi sono dedicato all’archivio di storie e destini umani, viaggi a ritroso nel tempo che non richiamano il ricordo ma sono più che altro proiezioni mentali ed esperienziali. Da qui l’apertura alla live performance dove l’evasione del gioco si trasforma in navigazione, programmaticità, emozione. Poster è un lavoro emblematico di questo momento, a cui sono particolarmente legato, perché mi ha fatto muovere i primi passi in Europa. Infine dal 2010 a oggi la mia ricerca si rivolge a problematiche che hanno a che fare con le contingenze storiche che stiamo vivendo: estinzione, clima, disincanto, accumulazione, catastrofe. Anche qui elementi estrapolati dal contesto originale sono portati in una spazialità e temporalità nuova, in dialogo tra contesti differenti e Cutter mi sembra esprima bene questi concetti.

Broken English, 2012. Stampa fotografica montata su pvc-forex,  32,5x52,5 cm. Courtesy dell'artista.

Broken English, 2012. Stampa fotografica montata su pvc-forex,  32,5×52,5 cm. Courtesy dell’artista.
 

G.P.: So che a fine mese torni in Sardegna per una grande personale al MAN di Nuoro. Mi racconti in che modo hai concepito la mostra e in anteprima cosa vedremo?
C.C.: Il macro progetto si intitola Open ed è incentrato sull’analisi di problematiche di carattere comunicativo e sociale in relazione alla contaminazione dei linguaggi. La mostra del 31 gennaio 2014 al MAN possiamo suddividerla in due sezioni, Broken English e My house is a Le Corbusier, in collaborazione con La Fondation Le Corbusier di Parigi che ha assegnato al progetto una borsa di studio per l’anno 2014. Il termine Broken English indica le varianti incerte della lingua inglese, terminologie mal strutturate che, all’interno del progetto, da semplici elementi del linguaggio diventano immagini, oggetti, suoni, video, installazioni e azioni declinate in un percorso espositivo multidisciplinare. Il progetto scaturisce da alcune domande fondamentali. Una società che possiede diverse lingue, dunque diverse forme di espressione, è più o meno forte, più o meno ricca, di una società che ne possiede una soltanto? È ipotizzabile l’esistenza al mondo di una sola lingua, di un solo mercato, di una sola moneta? L’esposizione al MAN muove inoltre dalla rilettura della storia di una figura molto importante per la Sardegna del XIX secolo, l’ingegnere gallese B. Piercy, che realizzò la prima linea ferroviaria dell’isola. Nel quadro del progetto, la vicenda di Piercy assume una notevole importanza per la sua capacità d’innescare processi virtuosi di creazione di nuovi soggetti identitari, nati dall’incontro tra caratteristiche, usanze e conoscenze inglesi ibridate con quelle sarde. My house is a Le Corbusier è invece una miscellanea di linguaggi architettonici popolari, spontanei, e di linguaggi colti che s’intrecciano all’episodio di singolare interpretazione di un progetto di Le Corbusier che doveva essere realizzato nel mio paese natale, Orani.

Gino Pisapia

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Gino Pisapia

classe 1981, è critico d’arte e curatore indipendente. Il suo interesse principale si rivolge all'indagine, alla ricerca e all'approfondimento delle più recenti esperienze artistiche, legate alle infinite possibilità del contemporaneo. Il suo approccio alla curatela si muove tra innovazione e tradizione, tra antropologia e sociologia ma anche tra musica, cinema e performance. Tali interessi hanno orientato negli anni la sua ricerca verso obiettivi differenti capaci di mettere in luce una pratica curatoriale che accentra il concetto di collaborazione e costruzione dell'esposizione in stretta relazione con gli artisti.

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