Cristo e l’impronta dell’arte. Il divino e la sua rappresentazione nell’arte di ieri e di oggi

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Fin dall’antichità l’arte visiva ha intrecciato la propria storia con quella dell’iconografia religiosa. Ma se ciò appare evidente per quanto riguarda l’arte antica, quando la raffigurazione artistica delle vicende bibliche costituiva un’indispensabile appendice ai testi sacri, allora inaccessibili alla gran parte della popolazione, la visione del divino e del sacro nell’arte contemporanea, con particolare riferimento all’iconografia cristiana, è argomento meno studiato. Eppure la narrazione del divino nel contemporaneo, in particolare dal punto di vista cristologico, rappresenta un potenziale punto d’interesse nel dibattito contemporaneo.

Se infatti, per chi crede, nella vicenda di Cristo si racconta il divenire presente e visibile del divino nella storia, nel corso dei secoli (lasciando perdere le facili mistificazioni), la figura dell’Uomo dei dolori è venuta via via sempre più a rappresentare l’umana sofferenza in tutta la sua greve intensità, per molti anche a prescindere dalla narrazione religiosa. Si pensi, come esempio fra tutti, al Cristo di Holbein – citato tra l’altro da Dostoevksij ne L’Idiota e soprattutto ripreso poi da vari artisti, tra cui in tempi recenti Marlene Dumas.

Il libro di Demetrio Paparoni si propone quindi di colmare un vuoto e, ciò che rende la lettura ancora più interessante, lo fa dal punto di vista di un attivo osservatore dell’arte contemporanea. L’autore indaga via via l’argomento da diversi punti di vista: dalla questione circa l’essenziale rappresentabilità o irrapresentabilità del divino per le religioni, fino a temi di carattere schiettamente estetologico, come il caso particolare dell’icona; gli autobiografismi; la narrazione visiva della morte e del dolore e via di questo passo.

Ma, quale filo conduttore della propria ricerca, Paparoni sceglie soprattutto la cifra stilistica e concettuale dell’impronta nelle sue diverse declinazioni, dalla Veronica di Rouault fino alle sperimentazioni antropometriche di Yves Klein, con ovvio e immediato rimando alla Sindone, (come è noto, ritenuta da molti immagine archeopita, cioè non dipinta da mano d’uomo). Da Rembrandt a Piero della Francesca, fino ad arrivare Chagall, Wahrol e poi Oursler, Clemente, Paladino e Galliano, Paparoni procede quindi accostando esempi di arte antica e contemporanea. Egli sottolinea come la visione degli artisti di oggi interagisca con l’iconografia classica, ogni volta imprimendole piccole o grandi trasformazioni e slittamenti di significato.

Così, mutando forma al mutare delle condizioni storiche e sociali, come dei linguaggi espressivi e degli stilemi, la rappresentazione di Cristo nell’arte si configura come una sorta di costante nuova incarnazione, un incessante movimento kenotico, soggetto ogni volta a una nuova rilettura e interpretazione. Come a dire che in essa si fa immagine, oggi come ieri, il più ampio mistero dell’umana sofferenza, così come il bisogno, schiettamente umano, di trovarvi, se non un senso, almeno un significato.

Demetrio Paparoni, Cristo e l’impronta dell’arte. Il divino e la sua rappresentazione nell’arte di ieri e di oggi, Ed. Skira, Collana Arte moderna. Saggi, 2015, 16,5 x 21 cm, 232 pagine, 178 colori, cartonato ISBN 978-88-572-2816-7, € 28,00

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Marlene Dumas, Ecce Homo, 2011. Courtesy of the artist and Frith Street Gallery, London 

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David Salle, Trappers, 2013. Courtesy of the artist and Maureen Paley Gallery, London

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