Daidō Moriyama: randagio delle strade del mondo

Daidō Moriyama, Hikari to Kage, Memory of Dog 2, 1982, copyright Daidō Moriyama

“La vera casa dell’uomo non è la Casa, è la Strada.
La vita stessa è un viaggio da fare a piedi”.
Bruce Chatwin

È a Daidō Moriyama, fotografo giapponese nato a Osaka nel 1938, che la Tate Modern di Londra ha dedicato una delle sue ultime mostre, dal titolo “William Klein + Daidō Moriyama”, tentativo riuscito di mettere in relazione l’attività creativa dell’artista nipponico con quella del suo collega americano attraverso una collettanea di taglienti e labili scatti fotografici che narrano della frammentata e frammentaria realtà urbana di due tra le più grandi metropoli contemporanee, Tokyo e New York.

Daidō Moriyama, Hikari to Kage, Memory of Dog 2, 1982, copyright Daidō Moriyama

Daidō Moriyama, Hikari to Kage, Memory of Dog 2, 1982, copyright Daidō Moriyama
 

Il tema del paesaggio urbano, tema centrale della mostra, è infatti uno dei più cari e amati da Moriyama, ed è da lui intrapreso fin dagli esordi della sua carriera, a metà degli anni sessanta. Questo interesse nasce proprio grazie all’incontro folgorante con i lavori di Klein sulla città di New York (1956), in cui l’emergere di nuovi soggetti urbani (cartelloni pubblicitari pop, negozi isolati, assassini, gangster, ricconi) spinge il fotografo verso l’esplorazione testimoniale di un rinnovato e cangiante contesto urbano. È grazie dunque a questo incontro che Moriyama, fatto tesoro degli insegnamenti appresi dai membri del collettivo VIVO nei primi anni sessanta (è assistente di Hōsoe dal 1961 al 1964), inizia a catturare fotogrammi di quotidiana vita urbana raccolti per le strade di Tokyo e dintorni, in cui far rispecchiare la nascente società giapponese, tormentata e divisa tra desiderio di occidentalizzazione e modernizzazione e ricerca della propria identità e tradizione.

Daidō Moriyama, Another Country in New york, 1971

Daidō Moriyama, Another Country in New york, 1971
 

Nascono così le sue prime serie, prima tra tutte “Yokosuka” (1965), una serie di scatti effettuati presso la base navale americana di Yokosuka, che ritraggono con curiosità scorci dell’esuberante vita dei militari americani, testimoniando un atteggiamento duplice nei confronti dell’avvento dello straniero, da una parte la fiducia verso un periodo di sviluppo e prosperità, dall’atra il timore per un’americanizzazione del paese. Segue poi la serie intitolata “Nippon Gekijō Shashinchō” (Giappone: un teatro fotografico, 1968), in cui Moriyama fotografa attori di una compagnia teatrale sperimentale (uomini deformati e grotteschi, truccati come geishe, donne nude, nani, giganti), sottobosco urbano di una società marginalizza, invisibile e orrorosa. Di quello stesso anno è poi “On the road”, testimonianza del viaggio di vagabondaggio effettuato dall’artista in giro per il Giappone sulle orme del libro di Kerouac: è un viaggio nell’interiorità in cui lo scatto fotografico è imprevisto, parcellizzato, indistinto, distratto e documenta lo svolgersi eccitato dell’avventurosa e solitaria ricerca del sé che scaturisce dall’”attraversamento” visuale di luoghi fisici e immaginifici.

Daidō Moriyama, Hunter, Kagerou (Mayfly), 1972, © Daido Moriyama

Daidō Moriyama, Hunter, Kagerou (Mayfly), 1972, © Daido Moriyama
 

Dall’anno successivo, Moriyama inizia poi a collaborare con la rivoluzionaria rivista Provoke, fondata un anno prima, dove il suo errare militante mette a fuoco nuove tematiche di denuncia contro la costituenda società perbenista giapponese, quali l’occultamento e la repressione di una sessualità libera nella serie “Eros” (1969), scatti di nudi erotici realizzati in una camera d’albergo dopo l’incontro amoroso con una donna, o la denuncia della deriva consumistica e materialista dell’epoca, nella serie “Aoyama” (1970), concepita all’interno di una drogheria cittadina strabordante di inutili beni di consumo.
Il tema della città ritorna poi preponderante nel 1972 con la serie “Kariudo” (Il cacciatore), in cui il fotografo è alla ricerca spasmodica della “realtà vera” della metropoli, della sua autenticità esperita e del suo vissuto quotidiano, quello dei cartelloni scrostati, degli edifici in cemento drappeggiati dai fili del telefono, delle folle abbacinanti che attraversano le strade di Tokyo o si affrettano e comprimono nei cunicoli sotterranei della metropolitana. Stessa realtà che Moriyama ritrova a New York, in “Another Country” (1974), racconto di viaggio oltreoceano che rende omaggio al suo ispiratore dei primordi.

Daidō Moriyama, Tokyo 1992, photo by Abe Frajndlich

Daidō Moriyama, Tokyo 1992, photo by Abe Frajndlich
 

La realtà urbana è poi descritta al negativo nella serie “Tōnō Monogatari” (1976), racconto fotografico di una comunità rurale, in cui l’artista è alla ricerca naturalistica delle radici tradizionali del suo paese, minacciate e soverchiate dall’avvento del moderno e dall’inurbamento crescente. Moriyama riconosce come questo inurbamento feroce non lascia più spazio alla narratività dell’eloquio umano, frantumato in afonia. L’artista non può dunque che soffermarsi unicamente e cinicamente su particolari insignificanti del suo vagabondare ramingo tra le strade cittadine, come rivelato nella serie “Hikari to Kage” (Light and Shadow, 1982), oppure soffermarsi sugli effetti bassi di questa reticenza imperiosa, come evidenziato nella serie “Osaka” (1997), in cui Moriyama si getta nell’esplorazione degli aspetti più degradanti e volgari della sua città natale, ritorno alle origini del suo eterno errare nel mondo che tutt’ora non trova sosta.
In tutta la sua parabola artistica, Daidō Moriyama si presenta dunque come il “cane randagio” (“Stray dog”, 1971) che bighellona per le strade del mondo, guidato dall’istinto e dagli odori, alla ricerca delle sue prede che sono le “prede” del mondo, soggetti marginali e frammenti reali che catturano l’anima della moderna urbe e dell’inquieto nomadismo errante dell’uomo contemporaneo.

Daidō Moriyama, Stray Dog, 1971

Daidō Moriyama, Stray Dog, 1971 
 
 

Daidō Moriyama, Nippon Gekijō Shashinchō (Giappone, un teatro fotografico), Male Geisha, 1968

Daidō Moriyama, Nippon Gekijō Shashinchō (Giappone, un teatro fotografico), Male Geisha, 1968
 
 
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Adriana Iezzi

sinologa ed esperta di arte orientale, antica e moderna, nonché appassionata di arte contemporanea. Ha lavorato in diversi musei (MACRO, MNAO) e in gallerie d’arte contemporanea e ha partecipato all'organizzazione e alla promozione di mostre d’arte cinese in Italia e all’estero. Sta svolgendo un dottorato di ricerca presso la facoltà di Studi Orientali della “Sapienza” Università di Roma sulla metamorfosi dell’arte della calligrafia nella Cina contemporanea.

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