Dall’era pseudolitica al cyberspazio… c’è ancora e sempre l’opera d’arte

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“Per millenni il significato delle cose è sembrato uscire dalla profondità della pietra, del legno, dell’argilla, del ferro. E nella stabilità dei supporti risiedeva una sorta di garanzia dei miti, delle idee, dei sentimenti che con essi si volevano trasmettere. Oggi siamo nell’era “pseudolitica”, l’era della materialità immateriale. […] (Con essa) entriamo in contatto con mondi reali ma immateriali in cui l’immaginario può essere messo in scena senza ancorarlo alla fisicità della materia”.

Così si esprimeva E. Manzini nel 1992 in Virtualità, giù nel cyberspazio. Eppure a distanza di più di 25 anni, interrogarsi sul significato e sull’influenza di queste trasformazioni sugli abiti mentali della nuova società, significa percepire la prospettiva di sviluppo degli orientamenti culturali di questo nuovo millennio. La società infatti, pur trasformandosi sotto l’influenza dell’innovazione tecnologica concorre a sua volta ad orientare, promuovere e sviluppare le nuove applicazioni.

Ormai non si tratta più di ragionare in termini di “impatto” dell’impiego dell’hi tech nella vita quotidiana, economica e culturale, imperativo è ragionare in termini di progettualità e di implicazioni sociali che l’impiego di tali innovazioni comporta. Ciò che ieri era complesso oggi appare scontato; ciò che ieri era sufficienza di utilizzo, oggi può apparire come un nuovo analfabetismo di ritorno.

In un contesto globalizzato, potenzialità comunicative della rete, diffusione di sofisticati applicativi, abbattimento dei costi hardware, rappresentano strumenti acquisiti attraverso cui un’utenza sempre più diversificata richiede una fruizione personalizzata. Questo processo ha contribuito alla ridefinizione delle forme stesse della percezione e oggi possiamo considerare assimilato il passaggio da un concetto di utente o fruitore a quello di partecipante, in cui l’uomo si pone come co-creatore di senso e di significati in un sistema che amplifichi e sfrutti le sue potenzialità cognitive e sensoriali.

È questa l’interattività, ciò che ha modificato le attitudini, le aspettative, il pensiero e gli atteggiamenti dell’uomo contemporaneo, in altre parole il rapporto con il tempo e con lo spazio; qualunque innovazione di cui la massa riconosca l’utilità, diventa una necessità che ne brama una ulteriore e le odierne “stravaganze futuristiche” degli appassionati o addetti ai lavori, saranno ben presto la routine del domani.

In campo culturale “la rivoluzione tecnologica” e soprattutto le sue applicazioni, sono sottoposte a valutazioni e letture diversificate, proprio in virtù delle ampie ripercussioni che si stanno verificando sui tradizionali assetti della società. C’è chi sottolinea l’occasione dell’incalzante progresso dell’intera società, c’è chi invece lo annovera tra i motivi di un nuovo imbarbarimento e di aggravio delle differenze sociali tra i detentori dei mezzi d’informazione e i nuovi emarginati, esclusi perché tecnologicamente analfabeti, o perché a fronte di interfacce friendly si fermano ad un grado di conoscenza estremamente superficiale.

È anche comprensibile pertanto il disorientamento che può sorgere in taluni individui, generando atteggiamenti gregari o di rifiuto preconcetto “apocalittici e integrati” suggeriva Umberto Eco, egualmente intolleranti sia che si tratti di una posizione di sufficienza che di una filo tecnologica. È comunque un dato di fatto da cui non si può prescindere, che siamo di fronte al mutare delle esigenze qualitative e quantitative di fruizione della cultura.

Si assiste infatti al moltiplicarsi degli studi, al maturare della critica, alla definizione di nuove categorie mentali ed il “valore aggiunto” alle metodologie tradizionali diventa condizione base imprescindibile per una conoscenza “globale”. Campo di attuazione privilegiato di tali evoluzioni è quello dei Beni Culturali che hanno visto, nell’arco di pochi decenni, il moltiplicarsi in termini qualitativi e quantitativi delle possibilità di conservazione, gestione e fruizione del patrimonio artistico.

Il museo ad esempio, in quest’ultima fase della sua evoluzione si è orientato verso l’integrazione di nuove forme comunicative e formule espositive. Da luogo deputato alla conservazione d’oggetti d’arte o d’interesse storico – documentale, e da istituzione culturale atta a promuovere la ricerca e la diffusione della cultura, esso propone ora un innovativo canone educativo teso al coinvolgimento “totale” dei nuovi, più numerosi ed esigenti visitatori.

Già E.Emiliani aveva ben presente il compiacente stupore con cui assimiliamo le incalzanti trasformazioni a cui la tecnologia ci abitua, identificando nel museo il “modello operativo propostoci dall’età e dalla cultura che lo impiantarono” così come la relativa proposta museografica “il risultato di un’intera cultura”.

Il ruolo conoscitivo che la tecnologia può svolgere nel settore dei beni culturali trova il suo cardine nel riconoscimento dell’importanza imperitura dell’opera d’arte come “bene materiale”, nella sua duplice polarità di documento storico e testimonianza artistico – culturale, di “struttura” e “aspetto”. Se la materia è soggetta a leggi fisiche ed è quindi destinata al deperimento, “l’informazione” di essa è tramandabile all’infinito; oggi grazie alla digitalizzazione delle immagini e all’impiego di sofisticati applicativi è possibile conservare e rendere fruibili in termini globalizzati interi archivi d’immagini.

Notevoli risultano dunque i vantaggi apportati dall’impiego delle nuove tecnologie al fine di garantire “il futuro del passato”, perché se è vero che nulla potrà mai sostituire l’emozione di trovarsi a tu per tu con un’opera originale (soggetta alla pregiudizievole e dunque limitante usura derivante dall’utilizzo del bene) da un lato esse salvaguardano le opere nella loro fedeltà storica (dimensioni, cromia, stato di conservazione, lacune, ecc..) per proiettarle nel futuro e renderle fruibile ad un pubblico vasto e diversificato, dall’altro permettono complesse strategie di marketing finalizzate all’attivazione di  virtuosi processi di conservazione, gestione e fruizione delle opere stesse.

L’impiego di nuovi strumenti conoscitivi ad alta tecnologia ha posto non pochi problemi  a livello metodologico  sia per chi opera con essi, sia per gli utenti finali, ai quali si richiede di familiarizzare costantemente con linguaggi, se non inediti, certamente in continua evoluzione che richiedono flessibilità nel modo di percepire ed associare gli input ricevuti.

Agli operatori che curano l’immissione e l’architettura dei dati, si richiede di organizzare strutture semplici, logiche e consequenziali delle operazioni da svolgere per poter ottenere e fruire determinati contenuti, non di meno si sollecitano garanzie di “qualità dell’informazione” nel delicato passaggio dal documento originale alla sua digitalizzazione; gli si affida cioè la responsabilità del “rispetto”  della fonte originaria, al fine di assicurare la veridicità e la rispondenza scientifica, storica e artistica dell’informazione digitale sia essa visiva, sonora e testuale, con il documento originale.

Di fronte alla riproduzione virtuale e multisensoriale di un’opera d’arte, crediamo che la sua spiritualità non sia persa, rimanendo il ricercatore, lo studioso, l’uomo, il solo e unico artefice della trasformazione del pensiero per immagine.

In un contesto culturale sempre più hi tech, se l’implementazione di nuove modalità di fruizione artistica pongono problematiche di natura  critica e scientifica, dall’altro non meravigliano né stupiscono  in quanto, come asseriva J.C. Massera “ l’investimento multisensoriale, per così dire, è legittimato dalla civiltà contemporanea”.

Egli spiega che se oggi il nostro modo di percepire il mondo è subordinato all’uso di una molteplicità di canali, è altrettanto vero che le rappresentazioni che si danno del mondo, legittimano a pieno l’impiego delle nuove tecnologie. Esse infatti non preservano, ma anzi  pongono come primo campo di analisi e applicazione, proprio i simboli della nostra cultura, ecco perché contestualmente, lo sviluppo tecnologico e performativo del loro impiego dovrà essere analizzato anche in termini di capacità organizzativa ed azione sinergica di molteplici attori economici e culturali.

È importante far percepire all’utente che se tali sforzi sono volti ad attrarre la sua attenzione, ad offrirgli la possibilità di accesso ad interi archivi informativi e d’immagini, il fare esperienza del valore sublimante dell’arte è altro, rispetto alla sua possibile divulgazione immediata e continua veicolata insieme alle informazioni di massa, pubblicitarie e di consumo.

In ragione di tutto ciò non è superfluo affermare che la difficile sfida del mezzo multimediale rispetto alla “bellezza materiale” e al “profumo dello sfoglio” dei volumi illustrati, a nostro avviso non  porta al superamento del concetto e del “contatto” con l’oggetto materiale, bensì rappresenta un supporto ormai imprescindibile ad una conoscenza sempre più accessibile e globale che adotta molteplici linguaggi  e gerarchie differenti, d’importanza e d’interesse.

Lucia Gianfreda

Foto 1Nike di Samotracia – Museo del Louvre di Parigi. Una delle più alte espressioni marmoree della civiltà ellenica del II sec. a.C

Foto 3Dalla nascita di Internet ai futuristici visori VR sono cambiate gradualmente le competenze dell’utenza, è dunque la civiltà contemporanea che legittima nuove aspettative di fruizione

Foto 6La trasposizione e l’impiego di dati digitali ha moltiplicato le istanze di sicurezza dei dati sia in termini qualitativi sia in termini di autorizzazione di accesso

Foto 9Attuali visori VCR vs i futuristici (ma non troppo) visori ottici

Foto 11Basilica Paleocristiana S. Maria di Siponto – Parco Archeologico – Manfredonia
Edoardo Tresoldi, Dove l’arte ricostruisce il tempo (2016). In uno straordinario connubio tra archeologia e arte contemporanea l’artista ricrea virtualmente gli ambienti liturgici quasi a farli sembrare un ologramma in cui il visitatore può muoversi realmente.

Foto 12cyber city

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Gyula Benczúr (1844-1920), Narcissus, olio su tela, Magyar Nemzeti Galéria, Budapest.
Fare esperienza del bello, a partire dall’etimologia del termine esperiènza – lat. experientia, der. di experiri -, significa fare “conoscenza diretta, personalmente acquisita con l’osservazione, l’uso o la pratica, di una determinata sfera della realtà” non sostituibile da nessun surrogato di essa.

Foto 15Philippe Halsman, Dalì Atomicus, Dalí Rotterdam Museum Boijmans. Paris Contemporary Designs.
Lo scatto sublima il connubio tra l’idea surrealista di Dalì e il potenziale espressivo della fotografia dando allo spettatore la sensazione di partecipare alla bizzarra realtà raffigurata.

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