Dall’oggi al domani. Il Tempo in mostra a Roma

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«Non ho mai sentito mio padre lamentarsi di non avere tempo. Se lo prendeva», racconta Agata Boetti del grande artista che fu Alighiero. Fino al 2 ottobre il MACRO di Roma fa da sfondo a questo inseguimento e tenta di ricostruire i molti modi con cui gli artisti hanno cercato di catturare e domare il tempo, incasellandolo nella griglia della scansione calendariale. Dall’oggi al domani. 24 ore nell’arte contemporanea, a cura di Antonella Sbrilli e Maria Grazia Tolomeo, presenta una ricca selezione di opere (circa settanta) che affrontano il vasto tema di un tempo «preso nella rete del giorno che sta passando». A partire dal piccolo arazzo di Boetti che dà il titolo alla mostra, il taglio scelto dalle curatrici non rischia di perdersi dietro un soggetto tanto impalpabile: calendari, orologi, scontrini, fotografie e pagine di diario ci riportano sempre al giorno, all’oggi, all’arco temporale con un inizio e una fine. Chiamiamolo pure Zeitgeist, l’urgenza di questo tema travalica evidentemente i confini dell’arte: Snapchat, che vive ora il suo momento d’oro, prevede che i contenuti condivisi restino disponibili agli altri utenti solo per ventiquattr’ore; stessa durata per le «storie» di Instagram, novità estiva del popolare social network.

È difficile tracciare un quadro completo delle opere in mostra: sembra che siano esse stesse a sfuggire, a forzare il percorso tematico suggerito dalle curatrici e a proporre spontanei e originali accostamenti tra loro, nel tentativo di superare lo spazio fisico dell’esposizione e i suoi tempi convenzionali. Chi ha visto nascere questa mostra quando mostra ancora non era, bensì corso universitario tenuto da Sbrilli alla Sapienza, ritroverà nelle sale ciò che aveva trascritto in fretta nel proprio quaderno degli appunti: il tempo come ricerca, gioco, ossessione vertiginosa; il tempo come ritmo, coazione a ripetere, bisogno di ricordare. C’è Boetti, appunto, con gli Orologi annuali, i foglietti del calendario e un grande arazzo del 1989, quasi una prova di geolocalizzazione ante litteram: «oggi dodicesimo giorno sesto mese anno millenovecentoottantanove accanto al Pantheon a Roma», si legge nella trama di lettere colorate. C’è Oggi, Domani, Giorno, Notte di Mario Ceroli, dove quel «domani» scritto su travertino pare alludere all’ineluttabilità di una lapide, però priva di data di nascita e di morte, come il manifesto mortuario di Gino De Dominicis esposto nella sala successiva. Ci sono le clessidre di Enrico Benetta e ancora di Ceroli, all’interno delle quali non scorre sabbia, bensì caratteri tipografici e sagome di legno che sospendono, oppure aggrovigliano il tempo.

Ampio spazio è riservato quindi alle date, unico appiglio certo in un flusso temporale altrimenti difficile da imbrigliare. Alcuni giorni sono più speciali di altri, sussurrano Claude Closky (venerdì 13), Paolo Albani (il funesto 5 maggio manzoniano), Lino Fois (il capodanno), Bertozzi & Casoni (il compleanno). Altri si susseguono apparentemente tutti uguali: Federico Pietrella e Claudio Adami, ad esempio, timbrano le rispettive opere con i datari da ufficio, aggiornati quotidianamente a sigillo della normale giornata di lavoro che si è appena conclusa. E se una certa ironia dissacratoria appartiene a Vezzoli – che trasferisce su tela da ricamo la Today Series di On Kawara, pure presente in mostra – e a Cattelan – il suo calendario segna solo «Oggi» – assai più tortuosa è la direzione scelta da Daniela Comani, la quale in Sono stata io. Diario 1900-1999 si appropria delle vicende del secolo scorso e le declina alla prima persona singolare, intrecciando memoria collettiva e responsabilità del singolo. La piacentina Chiara Camoni, invece, s’impegna a restituire simbolicamente i Dieci giorni aboliti dal calendario al tempo della riforma gregoriana, nel 1582: il pubblico torna a casa con un certificato in tasca e una manciata di giorni in più da usare in caso di necessità.

Sebbene manchi la possibilità di osservare un artista al lavoro per tutta la durata della mostra, c’è invece un’installazione che sembra (dis)farsi da sola giorno dopo giorno. È Diarios de Navegación di Pablo Rubio, una parete di fogli di carta sottratti ai quaderni della madre dell’artista, malata di Alzheimer: le pagine, trattate con una soluzione di acido nitrico, si sgretolano impercettibilmente e finiscono a terra, parlandoci di come scivoli via il tempo e con esso la memoria della donna. Mentre ne indaghiamo i particolari, alle nostre orecchie giunge una scansione ritmata, continua, a tratti estenuante: non un metronomo (e nemmeno una partita di ping pong, come ha commentato, divertito, un visitatore) ma l’opera audiovisiva di Daniele Puppi che chiude il percorso espositivo. Lo schermo alterna i fotogrammi dello Psycho di Hitchcock a quelli del fedele remake di Gus Van Sant, sdoppiando e dunque dilatando il flusso della storia. La stessa pellicola che, detto per inciso, già nel 1993 aveva ispirato a Douglas Gordon 24 Hours Psycho.

«In fondo, gli apparecchi fotografici erano degli orologi da guardare», scriveva Roland Barthes. Dalle Esposizioni in tempo reale di Franco Vaccari ai cieli di Luigi Ghirri, dagli autoritratti di Roman Opalka ai 1440 scatti di Darren Almond – uno per ogni minuto di un preciso martedì nello studio dell’artista – è forte, infine, l’interesse per la fotografia come mezzo attraverso il quale documentare la fuga degli attimi. Non stupisce che la terza lastra di Alba, Giorno, Tramonto, Notte di Eliseo Mattiacci (ramata per alludere al crepuscolo, distorta eppure così riflettente) sia diventata una tappa invitante e irrinunciabile per i selfie dei visitatori. Testimonianze dell’esserci stati – lì, proprio in quel momento – rimesse in circolo sui social network (@diconodioggi) e affidate al tempo nuovo della Rete, 24/7, come se il giorno non dovesse finire mai.

Dall’oggi al domani. 24 ore nell’arte contemporanea
MACRO, via Nizza 138 – Roma
Fino al 2 ottobre 2016. Da martedì a domenica, 10.30 – 19.30

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Maurizio Cattelan, Grammatica quotidiana, 1989. Massimo De Carlo, Milano, London, Hong Kong

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On Kawara, Today Series Aug 11 1975, 1975. Collezione privata

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Particolare dell’installazione di Pablo Rubio, Diarios de navegacion, 2016

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Una visitatrice davanti all’opera di Daniela Comani, Sono stata io

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Roberta Aureli

Nata nel 1991, sono laureata in Storia dell’arte contemporanea all'Università La Sapienza di Roma; la mia tesi magistrale è pubblicata da Bulzoni (La campana di vetro. Trasformazione della «camera di compensazione per sogni e visioni» nelle pratiche artistiche contemporanee). Dopo uno stage presso una galleria romana e una prima esperienza come curatrice indipendente, attualmente frequento Campo16, il corso per curatori della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, e collaboro al corso magistrale di Storia dell’arte contemporanea di Antonella Sbrilli (Università La Sapienza, a.a. 2016/2017).

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