Daniel Buren in Come un gioco da bambini

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Si è inaugurata il 25 aprile la mostra di Daniel Buren Come un Gioco da Bambini lavoro in Situ a cura di Andrea Viliani e Eugenio Viola presso il Museo Madre. In collaborazione con il Musée d’Art Moderne et Contemporain, Strasburgo. La mostra si potrà visitare fino al 31 agosto 2015.Daniel Buren, pittore e scultore francese, nato a Boulogne-Billancourt nel 1938, si è formato a Parigi presso l’École nationale supérieure des métiers d’art e l’École des beaux-arts, esordendo 1967 al Salon de la jeune peinture con opere di tendenza minimalista. Sviluppando con coerenza il suo linguaggio espressivo, Buren ha lavorato su una varietà di supporti (tela, carta, plastica, legno, ecc.) o direttamente su pareti, facciate, gradinate, utilizzando strisce colorate alternate al bianco quali strumenti visivi per definire lo spazio. Ha realizzato opere di formato monumentale ed environment, come Les couleurs: sculptures 1975-77 (1977, drappi di tessuto bicolore fissati su tetti di edifici parigini) o Les deux plateaux (1986, installazione permanente di colonne di altezza diversa nel cortile del Palais Royal a Parigi). Le sue installazioni degli anni novanta sono invece più complesse nella strutturazione degli spazi e per l’importanza della luce: accanto alle strisce vi sono pannelli colorati e superfici specchianti che producono effetti trompe-l’oeil (Dominant-Dominé, 1991, Centre d’art contemporain, Bordeaux), caleidoscopici (Transparence de la lumière, 1996, Art Tower, Mito) e particolari rapporti tra interni ed esterni, architettura e paesaggio (A cielo aperto, 2000, S. Maria dello Spasimo, Palermo).

Buren ha partecipato alle più importanti rassegne di arte contemporanea, tra le quali la Biennale di Venezia 1986, aggiudicandosi il Leone d’Oro e nel 2010 è stata inaugurata la sua prima installazione permanente al Macro (Museo d’arte contemporanea di Roma). Nel 2012, per l’edizione di Monumenta, ha realizzato l’installazione Excentrique(s), travail in situ trasformando la navata del Grand Palais di Parigi in una sorta di foresta formata da 377 dischi in plastica sospesi su steli d’acciaio; sono dello stesso anno le cinque installazioni ideate per il parco archeologico di Scolacium (Catanzaro) nell’ambito del progetto Costruire sulle vestigia: impermanenze. Opere in situ.

Daniel Buren indaga da oltre 35 anni i rapporti fra l’opera d’arte e il luogo in cui prende corpo, e lo spettatore. Al centro della sua visione vi sono quindi tematiche relative alla visibilità dell’opera e alla sua definizione e la volontà di rovesciare i modelli dati mediante la moltiplicazione dei punti di vista, il capovolgimento delle prospettive attraverso interferenze visive, nonché il tentativo, di volta in volta rivisitato e aggiornato, d’interagire in osmosi o in modo conflittuale con lo spazio d’intervento. Nei suoi lavori realizzati in situ, pittura, tessuto, legno, metallo, specchio, vetro, carta sono abbinati a formare opere a parete oppure complesse strutture ambientali intese a proporre una lettura critica dell’oggetto d’arte, con riferimento alla sua storia e nel contempo alla codificazione del contesto dello spazio e al rapporto con il fruitore. Con questa grande istallazione Daniel Buren ha ideato un vero è proprio spazio ludico cercando di dare una dimensione fanciullesca, un vero è proprio giardino d’infanzia. Ottenendo un assemblaggio di un centinaio di moduli di forme geometriche e colori diversi come può essere diverso l’animo di ogni uomo.

Buren si è ispirato al pedagogo tedesco Friedrich Wilhelm August Fròbel e in particolar modo ai solidi come cubi, cilindri in legno che hanno esaltato le potenzialità conoscitive del gioco rispetto al linguaggio dei bambini, stimolando facoltà quali la percezione, l’esercizio tattile, la costruzione e la decostruzione. Il visitatore inoltrandosi nell’istallazione si trova di fronte a una realtà che gli permette di ricostruire il mondo che gli circonda con una visione diversa, quasi con stupore e meraviglia di un fanciullo. L’opera è il risultato della collaborazione fra l’artista e l’architetto Patrick Bouchain, un sottile dialogo con l’architettura, che diventa quasi viva, performativa: i visitatori hanno la possibilità di passeggiare all’interno di una città fatta di cerchi ipnotici su cui appaiono le righe di 8,7 cm che sono il segno ricorrente e distintivo delle opere di Buren, archi colorati, torri cilindriche, basamenti quadrati, timpani triangolari, collocati simmetricamente fra loro quasi fossero parte dell’architettura stessa del museo, dotata di una sua ipotetica e alternativa potenzialità fantastica e immaginativa. Come ci dice Daniel Buren : “Sono 45 anni che lavoro a Napoli, la prima volta nel 1972 con Lucio Amelio, da allora ci sono ritornato più volte e resta la città che preferisco di più al mondo. Tutti i bambini dai 4 ai 9 anni disegnano, colorano, creano opere magnifiche e all’apparenza semplici ma che nascondono una grande complessità ecco per me l’arte deve essere così: semplice e immediata, appunto come un gioco di bambini”.

L’artista francese, innamorato dell’isola di Procida, ha poi rivelato alla stampa un suo progetto nel cassetto, elaborato alcuni anni fa insieme ad altri colleghi, come Kounellis, sulla riqualificazione della periferia Ovest: le acciaierie dismesse di Bagnoli come grandi residenze per artisti, una spiaggia finalmente restituita alla città e un museo marittimo. “Purtroppo – ha detto Buren – non se n’è fatto nulla”. Egli è profondamente legato anche alla città di Napoli dove è intervenuto più volte, come a Palazzo dell’Arin ora ABC nel quartiere Ponticelli e con una mostra personale alla Reggia di Capodimonte nel 1989.

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Madre — Museo d’Arte Contemporanea Donnaregina
via Settembrini 79, 80139 Napoli

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Daniel Buren, Come un gioco da bambini, 2015.

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Daniel Buren, Come un gioco da bambini, 2015.

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Daniel Buren, Come un gioco da bambini, 2015.

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Daniel Buren, Come un gioco da bambini, 2015.

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