Federica Valabrega- Daughters Of The King. Part I

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Un giorno ero a cena per Shabbat nella casa della famiglia Garelik, a Crown Heights, Brooklyn quando la moglie del Rabbino Yossi mi prese in disparte e mi recitò un passo della Torà- Col Cvudà Bat Melech Prima- “L’orgoglio di una Figlia di D-o si annida nelle più segrete venature della sua anima”. Se vuoi parlare di noi donne religiose, devi prima capire questo concetto per te stessa, mi disse lei.

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Vederica Valabrega, Daughters of the King, 2013
 

Daughters of the King iniziò quella sera.
Reduce dalla sua prima mostra personale al Ghetto di Roma presso la Galleria Ermanno Tedeschi, Federica Valabrega dà prova di grande talento, accompagnato da uno sguardo sensibile e penetrante. Daughters Of The King è il progetto che la giovane fotografa porta avanti dal 2010, viaggio all’interno del mondo delle donne ebree ortodosse nelle tre comunità attualmente più grandi al mondo: quella di  Brooklyn a New York, quella di Israele e quella di Parigi.
Un lungo viaggio che l’ha portata a incontrare, confrontarsi e imparare da donne molto diverse; donne moderne che si confrontano con la propria cultura millenaria, antica; donne diverse da lei eppure a volte molto simili, documentate sempre con uno sguardo educato, attento, quello sguardo lodato dallo stesso gallerista Tedeschi che nelle foto della Valabrega ritrova la figura della Bat Malech, moglie e mamma ebrea osservante. La sua e’ un’indagine personale ma allo steso tempo sociale, antropologica “Nelle mie foto e’ presente della soggettività ma questa si accompagna a un’indagine che va oltre la fotografia artistica, la fotografia di fine art, meno didascaliche… mi piace raccontare una storia nella storia”.

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Vederica Valabrega, Daughters of the King, 2013
 

Come nasce la tua storia come fotografa?
La mia storia come fotografa comincia come giornalista di penna. Dopo aver finito il mio master di giornalismo a Washington non riuscivo a trovare lavoro, era l’estate della crisi nel 2008. In quell’occasione c’era molta richiesta di foto perchè si era in piena campagna elettorale per Obama quindi c’era un sacco di confusione per le strade della città. Così ho cominciato a fare un po’ di foto  per divertimento e poi sono andata da un mio amico e gli ho chiesto consigli su come poter diventare  fotoreporter. Lui mi ha detto “comprati questa macchina e questo obiettivo e comincia a scattare!”
Ho cominciato a scattare foto e una di queste è stata pubblicata nel Newseum di Washington come scatto amatoriale e da lì ho pensato che avrei potuto intraprendere questa strada. Poco dopo sempre a Washington ho conosciuto un fotografo che aveva bisogno di un’assistente per un viaggio a New Orleans, un foto progetto sul carnevale. Faceva questi progetti sui carnevali da anni, aveva fatto Venezia, Rio e voleva fare New Orleans. Sono stata quattro mesi con lui a New Orleans, gli ho praticamente tenuto il flash, che poi è quello che utilizzo in queste foto.

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Vederica Valabrega, Daughters of the King, 2013
 

Dopo Washington ti sei trasferita a New York…
Washington è una città molto più politica, adatta al giornalismo di penna… ho pensato tanto valeva provare ad andare a New York dove la fotografia ha molto più flusso, pubblico e ho cominciato a fare due corsi di fotorafia lì; non sono stati cosiì importanti ma ho iniziato a fare i primissimi scatti. Poco dopo ho cominciato un workshop con David Alan Harley, fotografo Magnum e National Geographic che è diventato il mio mentore. Dal workshop è partito questo progetto: le mie foto sono state pubblicate sulla sua rivista on line Burn.org e da lì ho capito che volevo continuare a scattare storie su ebrei ortodossi in giro per Brooklyn.

Come nasce il progetto Daughters Of The King?
Ho sempre amato i libri di Chaim Potok, scrittore ebreo americano che collocava le sue storie a Williamsburg, nella Brooklyn ortodossa. Ho pensato che se fossi andata a vivere a Brooklyn avrei potuto fare questi scatti che ho sempre voluto fare sulle donne ebree ortodosse, sulla figura femminile, e così ho cominciato.
Poi dopo un anno e mezzo, nel 2012, sono voluta andare in Israele perchè  volevo una varietà maggiore di soggetti. Ho fatto una campagna raccolta fondi riuscendo a raggiungere quasi 5000 dollari. Ho detto vado in Israele un mese e ce ne sono rimasta quattro! Ho sempre trovato delle donne che vedevano la religione come spiritualità, come rinascita di se stesse mai donne religiose indottrinate e basta. Le vedevo, le seguivo, parlavamo e facevo le foto. Però era più come se loro mi avessero scelto.

l’intervista continua qui!

Valentina Guttuso

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