A proposito di Ein reiner Morgen in Amerika. In dialogo con Tomaso De Luca

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A quattro anni dall’ultima personale Monument del 2012, Tomaso De Luca (Verona, 1988) torna a esporre negli spazi capitolini della Galleria Monitor. In questa intervista ci racconta la genesi del progetto e il suo approccio alla pratica artistica.

Gino Pisapia: Ein reiner Morgen in Amerika è il titolo del tuo ultimo progetto espositivo negli spazi della Galleria Monitor di Roma. Da dove nasce il titolo e l’idea progettuale?
Tomaso De Luca: Dare i titoli è una parte che amo molto del lavoro. Questo in particolare è nato da una convergenza di fattori. Ero a New York, leggevo Aurora di Nietzsche e America di Kafka, avevo iniziato a lavorare sui caratteri formali del Modernismo e frequentavo un club di Brooklyn, chiamato The Spectrum: due piccole sale senza areazione, piene di specchi appannati, frequentato dalle persone più varie e incredibili. Uscivo da lì, spesso all’alba, con un ritrovato spirito vitalista e un inspiegabile senso di chiarezza. Mentre lavoravo alle sculture per la mostra mi capitò di riascoltare Pure Morning dei Placebo, tutto è tornato a galla e così è nato il titolo. Ho pensato che potesse essere l’incipit di un racconto, che riportasse tutto a quel momento di strana epifania, in una lingua straniera che non parlo. Molto chiaro/per nulla chiaro.

Negli scritti che introducono la mostra fai riferimento a una intervista fatta da Larry McCaffery a David Foster Wallace nell’estate del 1993 utilizzandola come pretesto e fonte d’ispirazione per argomentare il progetto. Perciò ti giro sotto forma di domanda la risposta di Wallace: Chi consideri tuoi ospiti scomodi?
L’Io è l’ospite che considero più scomodo. Per dirla con Carmelo Bene, dell’Io sarebbe meglio liberarsene. Anche se lo smantellamento totale è un’operazione che ha quasi dell’impossibile, ci sono momenti in cui possiamo provocarne quantomeno un’astensione. I mostri, i trickster, gli inciampi, i lapsus e le balbuzie sono invece ospiti più che graditi.

Nella metafora di Wallace, il Modernismo viene assunto come elemento nostalgico e fallimentare, carico di ansie frutto dell’incapacità di reagire alle trasformazioni in atto che si consumano sotto al nostro sguardo inconsapevolmente impotente. Quanta nostalgia e quanto fallimento ci sono nella tua idea progettuale e in quella espositiva?
Nessuna. La nostalgia ci vuol far possedere ciò che è stato (o ciò che ancora deve venire). Riceviamo immagini di un mondo sotto continua minaccia, che provocano una smisurata ansia per il futuro e un’inguaribile nostalgia del passato. Entrambi questi sentimenti ci spingono a un’accumulazione ossessiva, alla consunzione di beni, di immagini, di identità. La nostalgia, così come l’ansia, ci sposta da una prospettiva del presente, ci catapulta sempre in un altrove nel quale rimaniamo inermi, non lasciandoci altro che la possibilità di ricordare (o di sperare). Il mio lavoro parte sì da dei presupposti storici, ma senza nessun rimpianto. I lavori in mostra per me sono dei “delfini”. Delle strane entità che guizzano fuori dalla superficie, che escono da un passato e tornano qui, danneggiati, bizzarri e instabili. Non celebrano nessun fasto modernista. Giocano e si travestono.

La tua considerazione del mattino si avvicina di più all’idea di redenzione e purificazione o al momento in cui avviene la presa di coscienza di quanto avvenuto? Che rapporto hai col mattino?
Redenzione e purificazione mi sembrano sfortunatamente troppo legati al concetto di colpa, e non c’è cosa da cui voglia tenermi più alla larga. Credo che il mattino sia invece un interregno del divenire, lo sviluppo della possibilità. Anni fa, leggendo per la prima volta il testo di Wallace, mi sono domandato quale fosse l’uscita dall’impasse: rimanere nel dionisiaco o tornare all’ordine? Quella festa non è altro che la rivoluzione, la reazione al disgusto per la società in cui ci siamo trovati a crescere. Wallace sottolinea quel punto in cui, dopo aver fatto “tabula rasa” (anche se si tratta più di avere a che fare con le macerie), bisogna mettersi all’opera. E’ la messa in pratica della rivoluzione su scala quotidiana, è il momento in cui è necessario ricostruire la mappa culturale, la griglia di un tempo. “Divenire genitori” è il momento più delicato, perché si rischia tutto, e paradossalmente ci richiede il coraggio di non diventare genitori affatto. Il mattino è la sfida a sbarazzarci di noi stessi. Mi piace svegliarmi presto, o non dormire affatto.

L’ordinato caos espositivo che si avverte visitando la mostra in che misura ne gestisce la sua complessità narrativa?
Non avrei mai potuto non creare quel caos. Dovevo disfarmi degli aspetti più “conservatori” del Modernismo e, come dicevo, intendere questi lavori come dei “delfini”, dei guizzi fuori-storia e non delle romantiche reminiscenze o citazioni. Dovevo armarmi di un repertorio formale e farlo a pezzi. Il “tessuto narrativo” del display non è in fondo molto lontano da America di Kafka. Il susseguirsi vertiginoso di situazioni, relazioni, eventi lasciati in sospeso e inghippi del testo è estremamente vicino al disorientamento che cercavo nella mostra, a una macchina che funzionasse da sé e nella quale cercare disperatamente di inserirsi.

Quanto di autobiografico c’è in questo progetto?
Tutto e niente direi. Come è successo per il titolo, la mostra è nata da una certa necessità affermativa, che è venuta dai posti più inaspettati della mia vita. Non cerco un’oggettività, anzi, voglio difendere le barricate di una particolarità e di una soggettività estreme. Ma il tentativo era quello di sparire e lasciare che il lavoro si sganciasse da me.

Quali sono i tuoi impegni futuri?
Sto preparando una personale negli spazi del Museo Archeologico di Potenza. Da Gennaio inizierò, come Italian fellow, una residenza presso l’American Academy in Rome. Poi si riparte per l’America…

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Tommaso De Luca, Ein reiner Morgen in Amerika, Installation view, 2016

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Tommaso De Luca, Ein reiner Morgen in Amerika, Installation view, 2016

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Tommaso De Luca, Ein reiner Morgen in Amerika, Installation view, 2016

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Tommaso De Luca, Ein reiner Morgen in Amerika, Installation view, 2016

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Tommaso De Luca, Ein reiner Morgen in Amerika, Installation view, 2016

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Gino Pisapia

classe 1981, è critico d’arte e curatore indipendente. Il suo interesse principale si rivolge all'indagine, alla ricerca e all'approfondimento delle più recenti esperienze artistiche, legate alle infinite possibilità del contemporaneo. Il suo approccio alla curatela si muove tra innovazione e tradizione, tra antropologia e sociologia ma anche tra musica, cinema e performance. Tali interessi hanno orientato negli anni la sua ricerca verso obiettivi differenti capaci di mettere in luce una pratica curatoriale che accentra il concetto di collaborazione e costruzione dell'esposizione in stretta relazione con gli artisti.

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