Diana Cooper: un incanto esuberante e fragile

Di  Diana Cooper,  Orange Alert: UK, 2003-2008. Acetate, acrylic, felt, neoprene, paper, foam core, corrugated plastic and map pins, dimensions variable-room size installation. Installation view at the Museum of Contemporary Art-Cleveland: 14feet 8inches x 21feet  3inches x 27feet 9inches or 588 square feet (447.04 x 647.7 x 845.82 centimeters). Photo by Tim Safranek, courtesy of the artist.

Diana Cooper, artista visiva basata a New York, definisce così il suo lavoro: “creo ibridi visivi in disegni, pitture, sculture e installazioni per natura sperimentali. Disegnando, o meglio “scarabocchiando” si è definita una forma espressiva prettamente personale. Per me, scarabocchiare è simultaneamente un processo e un’immagine. Scarabocchiare è un modo di pensare  o fissare le proprie idee visivamente.”Come hai sviluppato il tuo concetto generale di esplorazione spaziale attraverso una firma artistica così distintiva, caratterizzata da geometrie aggressive e colori vivaci?
Penso che provenga in parte dal mio interesse nei confronti dell’architettura, delle infrastrutture e del design industriale: la geometria è ovunque, eppure il più delle volte non siamo sensibili ad essa. Ho sviluppato la mia sensibilità cromatica quando sono passata dalla pittura a olio, con tutte le sue sfumature e infinite possibilità, alle penne a sfera e ai pennarelli, che sono più diretti – il blu è blu, il rosso è rosso – e più connessi a cose che tutti usano. Inoltre, sono attratta da codice cromatico, dal modo in cui il colore viene utilizzato al di fuori della sfera artistica. Più di recente, sono andata al CERN in Svizzera per una conferenza e per visitare il Grande Collisore di Adroni – il più grande marchingegno mai realizzato per scoprire la più piccola particella elementare, il bosone di Higgs. La macchina è completamente colorata in codice, come la più grande scatola di fusibili che abbia mai visto, con migliaia se non milioni di fili di diversi colori, per lo più primari.

L’installazione Orange Alert ha catturato la mia attenzione, perché si è sviluppata tra il 2003 e il 2010 in diverse località geografiche tra gli Stati Uniti, l’Inghilterra, l’Italia, e la Cina. Essa prende diverse configurazioni, a seconda di dove viene esposta. Mi chiedo se quest’opera ha sviluppato un’idea di dislocazione?
Il pezzo fu iniziato durante una residenza a Londra chiamata Il Centro per il Disegno. Stavo lavorando ad esso dandogli la forma, cambiandolo, o espandendolo nei siti  in cui veniva esposto. Quindi, in termini di dislocazione, questo pezzo non aveva una propria sede. Sono state realizzate solo due opere distinte: Orange Alert UK, che è stata fatta nel Regno Unito, e Orange Alert USA, che è stata realizzata a New York. La prima volta che ho sentito parlare dell’allarme arancione è stato dopo l’11 Settembre, quando ho saputo che New York era permanentemente sotto allarme arancione. Durante la residenza ho parlato con i londinesi su questo fatto: mi guardavano completamente perplessi, come se non avessero idea di cosa stessi parlando, e mi chiedevano come [l’allarme] venisse comunicato visivamente. Fu attraverso queste conversazioni che mi sono resa conto di come, a differenza per esempio di una mappa della metropolitana o dei semafori, si trattasse di un sistema in codice che non rappresentava mai i colori visivamente. Io ero già affascinata dal codice cromatico e dai modi in cui il colore viene comunicato. Ad esempio, come si fa a descrivere il rosso ad una persona che è cieca? L’altra peculiarità di questo sistema consisterebbe, in un certo senso, nell’assegnare dei colori al grado di paura. Per quest’opera mi sono limitata al rosso, all’arancione, al giallo, al blu e al verde, con l’arancione e il rosso più presenti; quando andavo verso l’alto, la zona più alta del lavoro doveva sempre essere dipinta di rosso; se iniziavo a scendere, allora doveva passare dall’arancione al giallo … L’Orange Alert UK ha viaggiato da Wimbledon (che era il luogo della mia residenza) a Parigi, poi a Torino, a Londra, a Leicester, a Cardiff, a Cleveland, e infine a New York City. Così il pezzo, e io stessa, abbiamo vissuto delle forme di dislocazione e di rilocalizzazione tra aree urbane e remote.

Parlando di codificazione a colori, Silver City nel 2012-13 non è un’opera muta, ma si muove in una direzione diversa rispetto all’uso dei colori primari. Come è successo?
Tutto l’argento proviene da quei rotoli che si possono trovare in un negozio di ferramenta e che vengono utilizzati per sigillare i condotti d’aria. Si tratta di un materiale meraviglioso, molto seducente e riflettente. Allo stesso tempo, è un incubo lavorarci, perché l’adesivo si attacca a se stesso: fa le grinze nell’istante in cui lo tocchi. Silver City è un pezzo un po’ malinconico. Ho perso la maggior parte delle mie opere nel corso dell’uragano Sandy, il che è stato devastante per me; forse la tavolozza muta nasce da quell’esperienza. Nell’installazione la città è miniaturizzata, così da trasformare un qualcosa che è veramente grande in un qualcosa di veramente piccolo. Inoltre, per me questo pezzo è allo stesso tempo frizzante e pungente, un po’ come la mia esperienza di New York City.

Per caso l’argento che cattura tutto intorno a te in forma di riflesso mostra il senso di vulnerabilità nel tentativo di localizzare e di ricostruire un’identità dopo averla persa a causa di un uragano? Questo lavoro è stato abbastanza recente. Ma poi hai fatto anche Costellazione Vanità, 2010-2013, con tutti quegli specchi. Collego queste opere con la tradizione artistica delle vanitas, nella riflessione della fragilità esistenziale. Lilly Wei l’ha notato anche molto prima, quando nel 2008 scrisse in Art in America riguardo allo “sguardo contingente e precario” delle tue strutture. L’hai notato anche tu?
Mi piace molto la tua associazione tra Constellazione Vanità e la tradizione della vanitas; anche se non vi è alcuna somiglianza visiva, condividono l’idea. Sono anche d’accordo con quello che ha detto Lilly Wei. E’ un qualcosa che scorre attraverso la mia opera e proviene dalla mia esperienza di vita: in quanto creature mortali, viviamo in un’ incredibile impermanenza. La maggior parte delle cose che facciamo vivrà oltre noi stessi. Desidero che l’arte rappresenti quest’incanto esuberante, ma che pure riesca a dare il senso che tutto questo è precario, non sarà sempre qui. Sono attratta da come la forza e la fragilità sono legate tra loro, come una sottile ragnatela o una pianta parassita che non ha radici, ma si abbarbica intorno ad altre.

Quello che si vede nella Costellazione Vanità  sono dei tasselli in legno di diverse misure e diametri che ho dipinto di rosso, aggiungendo specchi anch’essi di diversi diametri. Questa è la prima volta che ho adoperato degli specchi. Dal momento che la maggior parte di questi specchi sono molto piccoli, mettendosi di fronte a questa installazione sia tu che tutte le altre opere dietro di te nella stanza sembrano fratturate. Mi piace il gioco spaziale che si verifica: l’opera ricambia il tuo sguardo. Anche quest’opera si riferisce alla codificazione cromatica. Quando la esposi nel 2013 in uno spazio industriale nel Sunset Park di Brooklyn, nell’ambito della mostra Come Together: Surviving Sandy, organizzata dalla Fondazione Dedalus e dal Brooklyn Rail, essa era in comunicazione diretta con i tubi rosso brillante che correvano lungo tutto il soffitto; in questo caso il rosso significa acqua, e questi tubi vengono utilizzati in caso di incendio. Penso che questo pezzo è anche divertente. Queste sonde rosse possono venire scambiate per forme falliche o per rossetti, mentre gli specchi giocano con il nostro egocentrismo. È interessante notare che un sacco di gente ha scattato dei selfie davanti a quel pezzo (risate). Allo stesso tempo, pensa all’ubiquità della sorveglianza: ci sono telecamere ovunque, che registrano tutto costantemente; dopo lo shock iniziale, è diventato parte del nostro modo di vivere oggigiorno.

Di Diana Cooper, Orange Alert: UK, 2003-2008. Acetate, acrylic, felt, neoprene, paper, foam core, corrugated plastic and map pins, dimensions variable-room size installation. Installation view at the Museum of Contemporary Art-Cleveland: 14feet 8inches x 21feet 3inches x 27feet 9inches or 588 square feet (447.04 x 647.7 x 845.82 centimeters). Photo by Tim Safranek, courtesy of the artist.

Diana Cooper,  Orange Alert: UK, 2003-2008. Acetate, acrylic, felt, neoprene, paper, foam core, corrugated plastic and map pins, dimensions variable-room size installation. Installation view at the Museum of Contemporary Art-Cleveland. Photo by Tim Safranek, courtesy of the artist.

Diana Cooper, Constellation Vanity (2), 2013, partial front view and detail. Wood, mirrors, digital prints, PVC, plexi, gels, sono tubes, canvas, felt tip marker, Velcro, acrylic on walls, 9′ 4 1/2″ x 26′ x 6′ 9″. Courtesy of the artist and Postmasters Gallery, NYC. Photo by Cathy Carver.

Diana Cooper, Constellation Vanity (2), 2013, partial front view.  Wood, mirrors, digital prints, PVC, plexi, gels, sono tubes, canvas, felt tip marker, Velcro, acrylic on walls. Courtesy of the artist and Postmasters Gallery, NYC. Photo by Cathy Carver.

Di Diana Cooper, Silver City, 2013. 15 x 11.25 x 17.75 inches. Aluminum tape, wood, digital print, plastic. Photo Cathy Carver, courtesy of the artist and Postmasters Gallery, NYC.

Diana Cooper, Silver City, 2013. Aluminum tape, wood, digital print, plastic. Photo Cathy Carver, courtesy of the artist and Postmasters Gallery, NYC.

Diana Cooper, Constellation Vanity (2), 2013, partial front view and detail. Wood, mirrors, digital prints, PVC, plexi, gels, sono tubes, canvas, felt tip marker, Velcro, acrylic on walls, 9′ 4 1/2″ x 26′ x 6′ 9″. Courtesy of the artist and Postmasters Gallery, NYC. Photo by Cathy Carver.

Diana Cooper, Constellation Vanity (2), 2013, detail.  Wood, mirrors, digital prints, PVC, plexi, gels, sono tubes, canvas, felt tip marker, Velcro, acrylic on walls. Courtesy of the artist and Postmasters Gallery, NYC. Photo by Cathy Carver. 

Di Diana Cooper installing Emerger 2005-2007) at MOCA, Cleveland, 2008. Photo by Tim Safranek, courtesy of the artist and Museum of Contemporary Art Cleveland.

Diana Cooper installing Emerger 2005-2007) at MOCA, Cleveland, 2008. Photo by Tim Safranek, courtesy of the artist and Museum of Contemporary Art Cleveland.

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Leda Cempellin

Docente Associato Confermato presso la South Dakota State University.

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