Digital Futures, in conversazione con Irini Papadimitriou

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Immaginate se nelle piazze delle città fossero installate delle cabine in cui sensori a infrarossi fossero in grado di eseguire la scansione della fase REM del sonno, operando un processo di modifica sui sogni. Immaginate di avere una scheda Arduino in grado di comunicare con un sensore ad ultrasuoni per rilevare il nostro stato di prossimità alla piattaforma della metropolitana, lanciando un allarme in caso di pericolo. O ancora, immaginate localizzatori bio-acustici progettati per consentire una comunicazione diretta tra gli esseri umani e le piante. Guardando a questi esempi visionari inevitabilmente si infonde, in noi, un senso di stupore e soggezione. La nostra reazione alla ricezione di nuovi tipi di immaginari non è data, tuttavia, dalle caratteristiche futuristiche inglobate in questi oggetti ma dal fatto che questi ci suggeriscono l’idea di un possibile futuro imminente. Da un lato, come spettatori passivi, osserviamo le meraviglie dello sviluppo tecnologico, dall’altro la consapevolezza delle probabilità di realizzazione di alcune di queste dimensioni immaginarie, agisce attivamente sulla nostra percezione e sulle nostre vite quotidiane. E’ questa breve distanza tra stupore e cognizione che apre lo spazio all’idea di plausibilità su cui romanzi e serie TV fantascientifiche di maggiore successo fanno leva. Cosa accadrebbe se il divario tra progresso tecnologico e immaginario collettivo fosse ridotto a tal punto da scomparire? Questa sembra essere una delle tematiche centrali esplorate nella serie di eventi intitolata Digital Futures, supportata dal Victoria and Albert Museum a Londra. Gli esempi citati a inizio pagina sono, infatti, solo alcuni dei progetti presentati in questo programma innovativo. Nello specifico, Digital Futures è una piattaforma multimediale che si dedica all’analisi di temi quali design civico, co-design, open data, digital commons, networked culture e tecnologia per il cambiamento sociale. Attraverso una collaborazione interdisciplinare tra scienziati, artisti, designer, ingegneri e accademici, questa serie di eventi crea terreno fertile per la sperimentazione di idee e la creazione di prototipi, aprendo un discorso, a livello internazionale, sulla questione dell’impatto tecnologico sulla vita umana. Irini Papadimitriou, curatrice del dipartimento Digital Media del V&A spiega lo sviluppo dell’idea alla base di Digital Futures.

Come può un’istituzione museale come il V&A apportare cambiamenti consistenti all’interno delle comunità locali e globali e consentire uno scambio autentico con il pubblico sui temi esaminati nel programma Digital Futures?
La serie di eventi Digital Futures nasce nel 2012 come parte del Programma Digitale del V&A. Inizialmente gli appuntamenti avvenivano all’interno del museo in modo da creare una vetrina per una piattaforma che vuole essere flessibile e creare uno spazio per discussioni e collaborazioni. In un certo senso è iniziato come un raduno tra persone interessate a questi temi e che ora si svolge, ogni mese, in diverse sedi. Scienziati, designer, artisti e accademici sono invitati a partecipare per discutere e presentare progetti di ricerca ancora in corso, sul tema dell’impatto tecnologico sull’ambiente, sull’identità collettiva e sul futuro prossimo. Lo scopo di Digital Futures è, quindi, quello di creare uno scambio tra le diverse discipline senza concentrarsi esclusivamente su un ramo del sapere. Credo che le conversazioni che includono solo un tipo di specializzazione tendono a creare una bolla che esclude la possibilità di avere uno scambio fertile interdisciplinare, unica base possibile per aprire innovativi orizzonti e progetti. Il fatto che un’istituzione come il V&A attragga un grande numero di visitatori offre la possibilità di portare la ricerca accademica o indipendente fuori dal pubblico strettamente scientifico e specializzato. Tuttavia, quando ho realizzato di voler includere partecipanti provenienti da diverse aree di studio, mi sono spinta fuori dalle mura del museo. Ho cominciato una collaborazione con diverse università e organizzazioni come SPACE/White Building, BL-NK, British Computer Society, Mozilla Festival e molti altri, creando, in questo modo, l’opportunità di espandere le sessioni di Digital Futures in diverse sedi sia a Londra che all’estero.

Digital Futures combina l’interesse per la comunità locale con un’ampiezza di prospettive di respiro globale. Il progetto UKMX offre un notevole esempio di questo metodo a più livelli di azione…
UKMX è uno scambio culturale e un programma di collaborazione, sostenuto dal British Council, che mette in relazione la città di Dundee (Scozia) con Città del Messico su temi quali coscienza civica, impegno e innovazione. E’ un esperimento che ha lo scopo di collegare due realtà molto diverse l’una dall’altra in termini di dimensioni, posizioni geografiche e atmosfera culturale. L’obiettivo è quello di condividere riflessioni su temi di interesse collettivo come il clima, i rifiuti elettronici, l’ambiente. Rappresentanti di entrambe le sponde dell’Atlantico hanno partecipato all’evento durato 48 ore in cui creatori di video-game, artisti e designer hanno presentato le loro idee coinvolgendo attivamente il pubblico. Diverse squadre di creatori hanno portato progetti e prototipi che rispondevano alle esigenze delle città su temi legati alla sostenibilità ambientale e alla coscienza sociale. I progetti più convincenti sono poi stati presentati al Digital Design weekend, l’evento che avviene ogni anno nel mese di settembre presso il V&A Museum. La pubblicazione “Crafting our digital futures”, disponibile anche online, raccoglie tutti gli elaborati esposti durante il weekend di UKMX, insieme ad alcune riflessioni su temi come progettazione civile, tecnologia e collaborazione tra città.

Interdisciplinarietà e collaborazione sono caratteristiche fondamentali dell’evento Digital Futures. Quali sono le potenzialità che emergono dall’incontro tra diverse discipline e specializzazioni?
L’idea fondante è sicuramente quella di imparare gli uni dagli altri. Sono in molti a considerare alcune discipline, come quelle scientifiche, più importanti o utili di altre come, per esempio, la pratica artistica. Esistono, però, molti progetti che vengono fatti in collaborazione tra artisti e scienziati che spesso portano a risultati sorprendenti. Nel 2013, abbiamo ospitato un progetto al V&A che ha messo insieme l’industria della moda con esperti di cambiamenti climatici, avvenuto in collaborazione con il Met Office, il London College of Fashion, l’ Helen Storey Foundation, il Product Research Studio, l’Università di Dundee, il Centre for Sustainable Fashion e RS Components. Nel corso di questo fine settimana designer, scienziati, artisti e tecnici hanno lavorato insieme per rispondere alla sfida di integrare i vari settori. L’evento era aperto al pubblico che era libero di fare domande e partecipare attivamente al processo. Per gli scienziati questa è stata un’opportunità per imparare da artisti e designer come comunicare idee al grande pubblico. Analogamente, il progetto dell’anno scorso, Instruments di Afterlife, ideato dal collettivo di artisti Michael Burton & Michiko Nitta è avvenuto in collaborazione con le università di Birmingham, Cranfield, Edinburgh, Newcastle e Warwick e supportato dalla EPSRC e Core presso la Loughborough University. Il progetto si basa sull’idea di utilizzare tecnologie scientifiche d’avanguardia per estrarre risorse da terre contaminate, al fine di indirizzare il nostro futuro verso una civiltà del “non-spreco”. Gli artisti Button e Nitta hanno quindi ideato una performance basata sull’interazione con oggetti progettati da loro stessi, suggerendo l’idea di usare le nuove tecnologie per costruire un diverso rapporto con l’ambiente. Per la prima volta gli esperti scientifici hanno avuto la possibilità di parlare del progetto in uno spazio museale davanti a un pubblico ampio e diversificato. Lavorare con gli altri ci permette di vedere le cose da un punto di vista nuovo e originale. Credo che la collaborazione tra campi diversi sia fondamentale in quanto contribuisce a farci uscire dalla cosiddetta comfort zone.

© Victoria and Albert Museum , London

© Victoria and Albert Museum, London

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© Victoria and Albert Museum, London

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© Victoria and Albert Museum, London

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© Victoria and Albert Museum, London

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© Victoria and Albert Museum, London

In un’epoca di conoscenze così vaste e di specializzazioni estreme, l’obiettivo all’orizzonte sembra essere quello di voler travalicare ogni limite, compreso quello biologico, una tensione che sembra voler sfidare l’idea stessa di mortalità. Di fronte a questi scenari sconcertanti è ancora possibile pensare all’idea di “progresso” nel senso tradizionale del termine?
Quello che trovo incredibile è la velocita’ con la quale la tecnologia sta cambiando il nostro sguardo sul mondo. Ritengo importante mantenere una posizione di apertura verso l’idea di cambiamento e soprattutto penso sia necessario aprire una riflessione approfondita sulla questione etica, su cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. Nell’epoca dell’accelerazione tecnologica non si ha realmente il tempo di riflettere su impatto ed effetti che le novità porteranno con sé. Nel futuro prossimo, ad esempio, cambieranno radicalmente le metodologie della medicina, saremo in grado di riprodurre organi umani attraverso una stampante 3D e così via. Il fatto che la tecnologia è in grado di risolvere problemi e apportare notevoli miglioramenti nel campo della salute, della sicurezza e della qualità della vita, non risolve però la questione etica e quella della disuguaglianza sociale. Ci si pone la domanda: quali classi sociali avranno un reale accesso a questi incredibili sviluppi? Sono queste alcune delle tematiche su cui si incentra Digital Futures, un progetto che punta, attraverso un dialogo aperto con il grande pubblico, a esplorare la nostra comprensione del presente e del futuro imminente.

Quale sarà il prossimo progetto?
Stiamo già lavorando al prossimo Digital Design weekend che avviene ogni Settembre al V&A. L’intenzione è quella di operare allo stesso modo dei progetti precedenti ma questa volta focalizzandoci su una tematica nuova, quella di ingegneria critica. Verranno presentate installazioni, laboratori aperti, performances e conferenze, ampliando il dialogo a un livello sempre più internazionale. Non siamo interessati alla scena commerciale, ma a quella brulicante delle comunità locali e pertanto verranno coinvolti artisti o collettivi che già lavorano all’interno di altre comunità sul tema in questione. Digital Fututres punta piu’ a presentare i processi della pratica artistica che a mostrare prodotti finiti. Il grande vantaggio del Digital Design weekend, oltre che al coinvolgere un pubblico numeroso, è quello di incoraggiare e sostenere artisti, scienziati, designer, offrendo un terreno comune per l’incontro, il dialogo e la creazione di una rete che potrebbe portare a nuove collaborazioni e progetti innovativi.

 

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