Disappeared. Luca Prestia

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Per secoli – e fino a non molto tempo fa – le Alpi hanno rappresentato per l’uomo una ‘terra incognita’, un vero e proprio mito letterario ricco di riferimenti e di suggestioni legate a leggende le più disparate, in molti casi spaventose e comunque frutto di fantasie che ricorrono pressoché uguali nei racconti popolari di località anche non geograficamente contigue. Tale stereotipo, sopravvissuto fino a tutto il XVIII secolo, ha mostrato una solidità difficilmente scalfibile, finendo così per plasmare profondamente l’orizzonte culturale di generazioni di uomini e donne: non solo di coloro che in montagna effettivamente vivevano, ma anche di quanti le montagne le osservavano da lontano, per esempio dai centri abitati di pianura, considerati dall’opinione comune vere e proprie ‘fortezze’ di civiltà poste a difesa di una natura, quella alpina, ritenuta irrimediabilmente selvaggia e spietata. Le montagne, i loro antri scoscesi, le gole, i fitti boschi posti sui loro ripidi fianchi rappresentavano in questa prospettiva un universo a parte, abitato da figure diaboliche, da uomini resi selvatici da un ambiente ostile, da esseri ‘altri’ rispetto al mondo considerato ‘civilizzato’.

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Con l’avvento del XIX secolo – e in seguito a quella fucina culturale e antropologica che fu la Rivoluzione francese – la montagna e tutto ciò che l’aveva fino a quel momento definita entra in una nuova fase. L’Ottocento è infatti l’epoca della sua ‘ri-scoperta’. Tutto ciò che fino a quel momento aveva costituito un fattore di valutazione negativo muta completamente di segno, assumendo un valore positivo che il movimento romantico ingloberà al proprio interno, riconoscendo nella natura selvaggia, incontaminata delle alture un elemento virtuoso da ‘leggere’ in contrapposizione alla vita sempre più caotica della pianura: da quel momento le Alpi entrano a pieno titolo nel processo di elaborazione della moderna idea di «paesaggio», per molti versi sopravvissuta fino a tempi recenti.

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Cosa resta oggi dell’indubbio fascino esercitato per secoli dalle Alpi sull’uomo? Che significato hanno, per noi contemporanei, le cime che cingono quasi tutto il nord della penisola? Disappeared punta a costituire una sorta di ‘catalogo’ fotografico di montagne perlopiù localizzate in area ligure-piemontese. Cime e valloni, boschi e pareti di roccia ripresi in diverse stagioni dell’anno e in ore differenti della giornata: in fase realizzativa ho volutamente ‘isolato’ l’elemento naturale per farne il principale soggetto delle immagini, in modo che in esse non comparissero figure umane. Ciò non ha tuttavia significato escludere dall’inquadratura quelle che possono essere definite le ‘tracce’ lasciate dall’uomo in queste terre d’altura. Tracce flebili, ma in ogni caso inequivocabili, di un passaggio o di un’azione esercitata (in molti casi con estrema violenza) su quei territori soprattutto nel corso degli ultimi decenni. Tracce che se da una parte testimoniano come le Alpi non rappresentino più, oggi, quella ‘terra incognita’ da temere e dalla quale tenersi a debita distanza, dall’altra, proprio in ragione della loro flebilità, danno però all’osservatore la possibilità di immergersi in un ‘silenzio visivo’ fatto di spazi entro i quali provare la sensazione di essere tutt’uno con ciò che ha di fronte; di ‘scomparire’ in un ambiente naturale che continua, nonostante tutto, a esercitare sull’uomo contemporaneo una fascinazione antica e irrazionale.

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Luca Prestia è un fotografo e foto-giornalista dal 2000. Ha collaborato alla realizzazione di cortometraggi (come Ma l’amor mio non muore, Roma 2007), e le sue foto sono state pubblicate in numerose riviste italiane e usate come copertine di libri. Le sue opere sono state esposte in mostre personali e collettive.

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