Domenica Mattina. Progetto Città Ideale a Edicola Radetzky

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C’è una cosa che il mondo dell’arte giovane e milanese proprio non sopporta. È una cosa che stona con i suoi abiti neri e le sue serate a ballare. Quasi sempre si riesce a evitarla, ma a volte ricompare come un brutto ricordo, appesantita da quell’aperitivo di lavoro diventato cena diventata avventura notturna.Quello che il mondo dell’arte proprio non sopporta, quello che addosso gli sta male, è la domenica mattina. 

Proprio per questo la soleggiata domenica mattina passata a masticare deliziosi muffin davanti a Edicola Radetzky è stata perfetta. L’edicola è un piccolo gioiello con il tetto a pagoda che, per anni abbandonato e coperto di tag, sta da qualche mese rifiorendo grazie agli sforzi continuativi dei componenti di Progetto Città Ideale. Mirko Canesi, Fiorella Fontana e Stefano Serusi, insieme al curatore Andrea Lacarpia, hanno partecipato a un bando comunale e sono riusciti a vincerlo con un progetto legato all’arte contemporanea. Come se stessero facendo l’inserimento all’asilo degli abitanti della Darsena, i quattro hanno cominciato a comparire costantemente, ma per brevi periodi, diventando una curiosa presenza abituale.

Di fine settimana in fine settimana hanno marcato il territorio, nascondendo interventi artistici tra quelli di restauro e denominando l’operazione “Cantieri Radetzky”. Sono comparsi per questo gli attrezzi fatti a mano da Daniele Carpi, il termoventilatore inglobato nell’argilla sintetica di Francesco Saverio Costanzo e gli occhi di Lorenzo Manenti che dal tetto dell’edicola scrutano i passanti. Sono comparsi insieme a molti altri, presenze discrete ma differenzianti, primi indicatori delle faccende atipiche per cui è pronta l’edicola. Tutti sarebbero stati fonte di tremendo sospetto per i non frequentatori delle gallerie, ma l’evidente utilità ne fa oggetti accettabili anche per i meno convinti, lasciandogli appiccicata addosso una strana aura. Hanno dentro una domanda che fa venire voglia di fermarsi a chiedere persino agli anziani, che i cantieri di solito li guardano e basta. Lentamente l’edicola si è trasformata in uno strano e nuovo posto, dove una delle parti più elitarie della città si trova costretta a incontrare un pubblico vero, che delle dinamiche interne dell’arte contemporanea non sa nulla. È interessante pensare a questo esperimento che si sviluppa nel tempo, che deve trovare un’approvazione doppia, un dialogo con chi non sapeva di poter parlare. Nulla sembra più pericoloso e affascinante di un parallelepipedo di vetro, in mezzo a uno dei luoghi più affollati di Milano, per esporre opere d’arte. Senza imputare alla visione dall’esterno la difficoltà di riuscita, bisogna ammettere che il problema principale di Edicola Radetzky è la sua commovente nudità davanti a quella percentuale di popolazione che non sa come guardarla.

In fondo, però, questa è una stupenda arma a doppio taglio, perché la vera bellezza di Edicola Radetzky non sono i teloni, i dipinti, le mensole artigianali e le casacche luminose. Non sono gli esperti che annuiscono, le foto sui social o le gif psichedeliche. La bellezza di Edicola Radetzky è una signora che si avvicina tirandosi dietro il marito e fa una domanda. Non chiede un muffin e nemmeno una tazza di caffè, ma cosa sta succedendo. Lei, autoctona di quel pezzo di marciapiede ora colonizzato, diventa più importante di tutti i presenti quando, ricevuta la risposta, dice: “Vedi Gian Piero che ho fatto bene a chiedere. Finalmente qui fanno qualcosa di bello”.

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Cantieri Radetzky Edicola Radetzky, Darsena Milano 2015. Photo Credit Liligutt Studio

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Cantieri Radetzky, vista allestimento, Photo Credit Patrizia Emma Scialpi

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Davide Spillari, Mosone, 2015, telo goratex fune e colore spray

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Spatola realizzata da Daniele Carpi, utilizzata durante il restauro

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