Domenico Quaranta e il Futuro delle Nuove Tecnologie

cover quaranta

Per “Juliet” a stampa dal giugno 2017 sto conducendo un’indagine a puntate sulle nuove tecnologie e le possibilità immaginative dei creativi rispetto al futuro, con la partecipazione di personalità italiane e straniere, rappresentative di vari ambiti disciplinari. Ecco l’intervista con il critico d’arte e curatore Domenico Quaranta, tra l’altro autore di saggi sui media tecnologici più avanzati di cui è un profondo conoscitore:

Luciano Marucci: Le nuove tecnologie possono stimolare l’immaginario e favorire l’invenzione artistica?
Domenico Quaranta: Ovviamente sì. Le nuove tecnologie si nutrono del nostro immaginario e lo condizionano creando nuove modalità di comunicazione, dando vita a nuove estetiche e nuovi spazi relazionali. Si pensi alla realtà virtuale, che sta vivendo in questi mesi l’ennesimo rilancio (e l’ennesimo hype): traduce in ambienti immersivi e spazi di narrazione immaginari plasmati dalla letteratura e dal cinema degli anni Ottanta e Novanta – da Neuromancer di William Gibson a Brainstorm di Douglas Trumbull – ma al suo livello attuale di sviluppo tecnologico consente di sperimentare con un ampio spettro di estetiche (dal fotorealismo all’astrazione), di relazioni possibili tra lo spazio virtuale e la realtà circostante, tra lo spazio virtuale e lo spettatore, e tra lo spettatore e altri partecipanti. Consente, in altre parole, di creare nuovi immaginari. Ovviamente, così come possono stimolare l’immaginario e l’invenzione, lo possono anche inibire, spingendo gli artisti a porsi domande scomode, come: Quale spazio mi resta? Quanto il medium mi condiziona e quanta libertà creativa mi lascia? Come posso ritagliarmi un ruolo in questo flusso infinito di informazioni, in questa condizione di creatività diffusa? Credo tuttavia che anche questi interrogativi possano essere produttivi, in quanto stimolo a una relazione critica con le tecnologie dell’informazione.

La creatività attraverso gli strumenti digitali viene stimolata anche dal contesto socio-culturale?
Le tecnologie dell’informazione sono parte integrante del nostro attuale contesto socio-culturale, e in parte lo plasmano e lo condizionano. Lo possiamo osservare in ogni ambito della vita sociale: dalla politica all’economia alle forme della socializzazione e della comunicazione. È abbastanza ovvio che l’incidenza di determinati temi e strumenti sul dibattito culturale e sulla vita quotidiana generi un tessuto culturale comune su cui un artista può lavorare, e l’ampia diffusione di determinati strumenti e device possa aprire uno spazio di intervento e di dialogo con un pubblico potenziale, non necessariamente mediato dalle tradizionali infrastrutture dell’arte come gallerie, fiere e musei.

Gli operatori visuali dell’ultima generazione tendono a sfruttare il potenziale delle tecnologie avanzate?
Dipende da cosa si intende con “tecnologie avanzate”. La storia dell’arte recente ci insegna che un nuovo mezzo si afferma come medium artistico quando diventa accessibile, economicamente e operativamente. L’arte contemporanea non rifiuta integralmente, ma ha una idiosincrasia nei confronti del “saper fare”, dell’acquisizione di una perizia tecnica come prerequisito e condizione per l’uso di un mezzo, così come della “specificità mediale”. Ha paura che la distolga da problematiche di natura più concettuale, e la riduca a semplice artigianato. Ha paura di diventare schiava del mezzo, strumentale alla semplice esplicitazione delle sue potenzialità. L’assunto di base dell’arte nell’era postmediale è che non devi necessariamente aver maturato l’uso professionale di un mezzo per poterlo usare, e devi evitare per quanto possibile di vincolare la tua pratica artistica a un singolo mezzo o linguaggio per essere un artista: non devi essere necessariamente un abile fotografo per fare fotografia, non devi essere necessariamente un abile videomaker per fare video, e non devi essere necessariamente un ingegnere per usare il computer. Ciascuno di questi mezzi è stato riconosciuto come mezzo artistico legittimo quando ha soddisfatto queste condizioni. A questo punto, l’acquisizione di una abilità tecnica non è più un vincolo, ma diventa una scelta di libertà, così come quella di concentrarsi su un unico medium. Le tecnologie veramente avanzate impongono un livello di formazione e una focalizzazione che monopolizzano le nostre idee e ci distraggono dall’esplorazione di altre possibilità. Gli artisti di ogni tempo ne sono stati attratti, ma quando hanno raccolto la sfida, l’hanno fatto accollandosi il rischio di essere marginalizzati dal mondo dell’arte del proprio tempo: si pensi ai computer artist degli anni Settanta. L’accettazione delle tecnologie digitali nel mondo dell’arte contemporanea è andata di pari passo con l’esplosione della consumer technology, “cheap and easy to use”. Ma se pensiamo che uno smartphone ha delle capacità di elaborazione e di memoria molto più avanzate dei computer che hanno portato l’uomo sulla luna, possiamo senz’altro considerare le tecnologie di consumo di oggi come “tecnologie avanzate”.

Qual è il ruolo più attuale dei nuovi media tecnologici?
Credo, salvare il mondo che hanno contribuito a portare sull’orlo del collasso.

La condizione post-digitale potrà rigenerare una realtà più umana?
Questa è una domanda molto interessante. Negli anni Ottanta e Novanta, tutta la narrativa sulle nuove tecnologie dell’informazione si è impostata sulla descrizione di queste ultime come una dimensione “altra” rispetto al reale. Il cyberspazio, la nozione di virtuale, l’idea di Internet come nuova frontiera (come lo spazio negli anni Sessanta), tutto punta a sottolineare questa alterità. Nel corso degli ultimi due decenni, con la penetrazione delle tecnologie di consumo nella vita quotidiana, questa percezione di “alterità rispetto al reale” è andata sfumando: il “digitale” non è più vissuto come qualcosa di altro rispetto al reale, ma come una dimensione del reale – che per certi versi lo precede, lo condiziona, lo plasma. Il post-digitale, che descrive le manifestazioni materiali del digitale, è la traduzione in metafore visive di questo cambio di percezione. Più che generare una realtà più umana, ci costringe a rivedere l’idea che le tecnologie siano disumane. In fondo, cosa c’è di più umano della nostra tendenza a costruirci “estensioni di noi stessi”, come Marshall McLuhan definisce i media? Più di un qualsiasi cambiamento evolutivo, nella postura o nelle dimensioni del cervello, è stato questo scatto – l’uso di pietre come armi, di pelli animali come vestiti, l’invenzione della ruota e il controllo del fuoco – a distinguerci definitivamente dal mondo animale.

L’opera di socializzazione del Web incentiva la produzione artistica?
Come ogni altra cosa al mondo, il social web può essere ispirazione o strumento per l’arte. E in quanto strumento di comunicazione, può fornire agli artisti un mezzo utile per veicolare il proprio lavoro attraverso il proprio network, e sottoporlo a un pubblico. A dire il vero, ora che artisti noti e riconosciuti come Richard Prince, Maurizio Cattelan, Cindy Sherman, Damien Hirst o Nan Goldin hanno cominciato a fare un uso intensivo dei social network, le cose che ho appena detto mi suonano quasi come delle ovvietà, anche se non lo erano fino a qualche anno fa. Ma come ho notato più sopra, l’eccesso di informazione e di immagini, l’effetto di banalizzazione generato dall’uniformazione dei formati e dall’infinite scrolling, può essere vissuto anche all’inverso, e diventare un disincentivo a intervenire creativamente in questa baraonda di segnali che si trasformano inevitabilmente in rumore bianco.

Le applicazioni del digitale influiscono sensibilmente anche sui format espositivi?
Sì, e da diversi punti di vista. Faccio spesso vedere ai miei studenti il primo episodio di Ways of Seeing (1972), il fenomenale documentario di John Berger su come la riproducibilità tecnica e la trasmissione delle immagini stia cambiando il nostro modo di vedere. È interessante notare come l’avere uno smartphone perennemente in tasca vada inevitabilmente a sabotare l’esperienza estetica: ne interrompe la continuità, sottrae attenzione, rende dinamica e rumorosa la fruizione di quelle immagini che Berger descrive come “silent, still”. L’opera diventa una distrazione nel corso di una conversazione, l’occasione di una foto o di un selfie, l’input per una ricerca di informazioni. Non riusciamo quasi più a vivere l’opera senza informazioni, siano esse fornite da una didascalia o da un’audioguida. I nostri dispositivi sono i troll dell’esperienza estetica. I formati espositivi tradizionali si rivelano inadeguati a catturare l’attenzione del distratto vagabondo contemporaneo, e sopravvivono per lo più nei luoghi di socializzazione e di veloce consumo estetico, come le fiere, e nei musei incapaci di rinnovarsi. Spettacolo ed esperienza diventano le nuove parole chiave, una deriva non necessariamente negativa e leggibile a tutti i livelli, dalle performance di Tino Sehgal alle installazioni immersive, da Art Unlimited al video mapping alle mostre multimediali. Se ritieni che enormi proiezioni, interattività e diversi input sensoriali siano il modo migliore per portare artisti come Caravaggio o Van Gogh al grande pubblico, significa che hai perso ogni fiducia nella fruizione diretta dell’opera.

17 marzo 2018
a cura di Luciano Marucci

1 Domenico QuarantaDomenico Quaranta (ph Michela De Carlo)

2 Pubblicazioni di QuarantaDomenico Quaranta,“Media New Media Postmedia” (postmediabooks, 2010). Sulla destra le versioni inglese (Link Editions, 2013) e slovena (Aksioma, 2014). Courtesy l’Autore.

3 Oprea Gazira BabeliGazira Babeli, “Acting as Aliens”, 2009, Kapelica (Ljubliana), performance prodotta da Aksioma, a cura di Domenico Quaranta (ph Miha Fras) 

4 Opera di Thomson & CraigheadThomson & Craighead, “Unprepared Piano”, 2009, installazione nella sezione “Expanded Box”, Arco Art Fair, Madrid, febbraio 2009, a cura di Domenico Quaranta (courtesy D. Quaranta)

5 Opera di Ryan TrecartinRyan Trecartin, “Roamie View: History Enhancement”, 2009-2010. HD Video, installazione in “Collect the World. The Artist as Archivist in the Internet Age”, HeK (Haus der Elektronischen Künste), Basel 2012, a cura di Domenico Quaranta (courtesy D. Quaranta)

6 Opera di Rafael RozendaalRafael Rozendaal, “Falling Falling.com”, 2011, website, installazione in “Mankind / Machinekind”, Krinzinger Projekte, Vienna 2015, a cura di Domenico Quaranta (courtesy D. Quaranta)

7 Opera di Peter SundePeter Sunde, “Kopimashin”, 2015, installazione in “Escaping the Digital Unease” 2017, Kunsthaus Langenthal (Svizzera), a cura di Raffael Doerig, Domenico Quaranta e Fabio Paris (courtesy D. Quaranta; ph Raffael Doerig)

8 Installazione CyphoriaVeduta dell’installazione di “Cyphoria”, Quadriennale 2016, Roma, Palazzo delle Esposizioni, a cura di Domenico Quaranta (courtesy Fondazione La Quadriennale di Roma; ph OKNOstudio)

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