Dove sono finiti tutti i fiori? Nuove memorie e olocausti contemporanei

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Intro

Questo é un articolo del collettivo informale CatArTica Care, composto da artisti, curatori indipendenti, critici d’arte e musicisti. Scritto in ordine da: Michele Tarzia, Elvira Lamanna, Valentina Tebala, Luigi Scopelliti e Roberto Giriolo, nasce da riflessioni frutto della giornata dedicata al Contemporaneo del 15 ottobre. L’evento Emigration zone, parte del progetto Ecumene a cura di Camera237, si è tenuto al cimitero dei migranti di Armo (Reggio Calabria).

Quel giorno, l’artista Luigi Scopelliti ha collocato al cimitero le sue sculture: 45 rondini su delle pietre tra le tombe dei migranti.  Come azione collettiva, sono state realizzate delle targhette provvisorie con i loro nomi, poi collocate sulle tombe dei migranti con la partecipazione di tutte le persone presenti al cimitero. I nomi dei migranti sono stati scritti in smalto bianco e sono stati aggiunti ai soli numeri di identificazione, già presenti sulle tombe. Michele Tarzia di {movimentomilc} ha organizzato una serie di letture di poesie e testimonianze dirette. Alcune persone hanno letto in modo spontaneo e le letture erano accompagnate da chitarra e contrabbasso in sottofondo.  L’intera giornata è stato un momento molto intenso di commemorazione e riflessione. Questi sono i nostri pensieri.

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17:48 del 15 ottobre 2016. Cimitero di Armo, Reggio Calabria.

La chitarra inizia il suo soliloquio. Persone sistemano delle targhe con dei nomi scritti in bianco sulle tombe. Il silenzio è così forte che il vento ha smesso di fischiare, forse per paura di disturbare. Una sinfonia di pace, un requiem di speranza si eleva dalla collina di un piccolo paese verso l’infinito del cielo e ci accompagna, lentamente, verso una laica commemorazione.

Un minuto di silenzio [ 1′ ].

Il vento ancora non si sente. Scambio di sguardi. Molti sono commossi, altri attenti, tutti immersi in pensieri che non conosco. Qualcuno prova a parlare, ma d’un tratto l’archetto del contrabbasso pervade l’atmosfera di un suono così delicato e stridente da zittire le voci. I morti che ci osservano, che ci spiano, sono consapevoli del nostro intento, sanno che i loro fratelli sepolti lì accanto hanno avuto poca fortuna in mare. Proprio quel mare che dalla collina si vede, come una presenza generatrice di madre accogliente, come se fosse in attesa, forse, di un altro barcone da accogliere. Una, due, tre, quattro e cinque persone si susseguono a leggere dei fogli bianchi. Semplici fogli bianchi con una forte idea di resistenza. Sono testimonianze, sono poesie e lettere di persone che di questa terra fanno parte e che come tutti noi hanno la volontà di parlare, di dire, di raccontare ciò che sta accadendo.

L’Europa.

Memoria del presente. Discrasia dei pensieri collettivi.

Adal Neguse scrive di suo fratello, una memoria che non può passare inosservata. Non letta.

 “Abrish, fratellino mio, coloro che ti hanno scacciato dal tuo paese e coloro che non hanno voluto darti la protezione che cercavi pagheranno il loro prezzo in cielo. Ma oggi devo prometterti una cosa: non lascerò che i tuoi nemici vivano in pace. Morte al barbaro dittatore!!! Abrish, i miei occhi sono pieni di lacrime e il mio cuore sanguina.

Riposa in pace!”[1].

Lacrime.

Candele.

Luce che si accende come un faro nel mare aperto, una speranza di accoglienza rivolta allo spettatore, o forse, al cittadino, a colui che tanto parla di uguaglianza e fratellanza. Di amore e pace fra i popoli.  A colui che nei giorni di sole esce a farsi una passeggiata, la cui unica riflessione che riesce a formulare è: fa caldo oggi!

Il confine è una linea immaginaria, determinata da diversi punti di confine. Se solo riuscissimo a cancellare questi punti, allora avremmo solo una visione immaginifica di confini, dove la delicatezza del quotidiano trova l’amore e dove il saluto del mondo sta nella mano di tutti.

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Abbiamo bisogno di rituali non imposti. L’intera giornata è stata un rituale di azione e riflessione che, nei suoi ritmi, ha riscoperto la comunalità di un “noi”: senza nazioni, confini, discriminazioni.

Come Hannah Arendt ribadisce in The human condition (1958), gli esseri umani sono uguali perché nessuno può scegliere con chi coabitare la terra, luogo comune. In quanto esseri umani, sostiene Arendt, “noi” abbiamo parola ed azione come tratti caratteristici della condizione comune di esseri umani. Questa comunalità deriva dal possedere un’umana pluralità, nel senso che ognuno racchiude in sé, allo stesso tempo, un’unicità e una diversità che devono essere tutelate per tutti gli esseri umani, in quanto uguali. “Noi” in quanto esseri uguali significa anche tenere in considerazione tutte le contraddizioni di una tale condizione (unicità e comunalità).

Significa che coloro che non hanno voce e diritti, come le persone che migrano in condizioni di viaggio disumane, siano tutelati come esseri umani senza voce. Le nostre azioni e parole incarnano le contraddizioni della tragedia della migrazione, partendo dal nostro territorio e contestando chi non agisce per favorire questa tutela di esseri umani uguali, come i governi impegnati solo come stati-nazione delimitati da confini imposti.

Secondo Arendt, solo “acting in concert”, essere insieme ad altri, gli esseri umani uguali sono uniti nella comunalità derivante non solo da questa uguaglianza, ma anche e soprattutto da un rispetto della diversa unicità che ognuno porta in sé.

Ma come reagire di fronte ad un’atroce tragedia di esseri umani, i quali migrano e muoiono in mare? Come è possibile che i governi permettono che tale tragedia si compia?

Come capire il dolore, l’angoscia provate da persone che viaggiano sperando in un futuro diverso?

Necropolitics è come Achille Mbembe definisce l’azione dei governi che decidono chi deve vivere e chi, invece, deve morire.

Ma “acting in concert” significa intraprendere azioni collettive partendo dalla nostra realtà, seppure piccola nel mare della tragedia migratoria. Il nostro “acting in concert” comincia quando una mattina di settembre ci rechiamo con Luigi e Michele al cimitero di Armo (Reggio Calabria), dove riposano 45 migranti, quasi tutti giovanissimi e la maggior parte donne, provenienti da Etiopia e Somalia.

Sarebbe significativo scoprire i sogni di queste persone, la loro unicità in quanto esseri umani. Quella mattina, mi colpì molto una frase detta da Luigi: “non mi sento all’altezza”. Mi colpì perché le lacrime che vengono versate sono di dolore, di colpa ma anche di vergogna. Si, vergogna per il privilegio e la dignità di vivere una vita senza bombe, torture, assenza di libertà e di una vita dignitosa.

La storia non dimentica, e neppure “noi” dovremmo. Abbiamo parola e azione e solo “acting in concert” possiamo produrre qualcosa di nuovo nel presente. Eppure, la vergogna e il dolore sono emozioni che, come la paura, possono bloccare, paralizzare. E’ per questo che “acting in concert” verso la comunalità di unnoi ha oggi grande urgenza e attualità. Perché è significativo oggi agire verso qualcosa di “comune” soprattutto per chi non ha voce o non è ascoltato, senza la paura del “non mi sento all’altezza”. E’ con questo spirito di comprensione e condivisione delle nostre incertezze e paure che “acting in concert” può dare voce a chi non ha voce.

Agire per il bene comune tramite rituali non imposti, azioni intraprese per svelare una dignità mancata e un riconoscimento di uguaglianza e comunalità, è auto-organizzato e va fatto “acting in concert”. “Acting in concert” significa anche scrivere e riflettere sui nomi scritti in bianco su delle piccole targhe, cosi come leggere parole da poesie o testimonianze per ridare dignità ad essere umani uguali senza voce.

***

La prima volta che ho messo piede nel cimitero dei migranti ad Armo (Rc), cominciai a capire che quei numeri letti sui social, sentiti in tv, erano tangibili! Erano lì davanti a me, su una terra arida e scura, tangibili come milioni di pensieri che presto avrebbero riempito la mia testa.

Era fine giugno, la vegetazione stava ricrescendo sul madido, il nome con cui viene chiamata quella terra scura dalle mie parti a Cataforio (Rc). Una terra su cui piccoli numeri rompevano la tranquillità dell’ambiente e nei miei pensieri prese forma una sensazione di angoscia. La stessa angoscia mi accompagna ancora adesso, mentre scrivo queste poche righe.

Quei numeri mi spinsero a creare qualcosa di plastico e leggero. Ho lavorato circa un mese in quel luogo e ogni giorno andavo al cimitero a lavorare e provavo le stesse sensazioni, poi tornavo a casa stanco e pieno di pensieri mentre la mia installazione prendeva forma.

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Elvira Lamanna, Sessione visiva e uditiva di {movimentomilc} ed Emigration zone di Luigi Scopelliti, Cimitero di Armo (Reggio Calabria), 15 ottobre 2016.

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Elvira Lamanna, Sessione visiva e uditiva di {movimentomilc} ed Emigration zone di Luigi Scopelliti, Cimitero di Armo (Reggio Calabria), 15 ottobre 2016.

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Elvira Lamanna, Sessione visiva e uditiva di {movimentomilc} ed Emigration zone di Luigi Scopelliti, Cimitero di Armo (Reggio Calabria), 15 ottobre 2016.

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Roberto Giriolo, Sessione visiva e uditiva di {movimentomilc} ed Emigration zone di Luigi Scopelliti, Cimitero di Armo (Reggio Calabria), 15 ottobre 2016.

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Roberto Giriolo, Sessione visiva e uditiva di {movimentomilc} ed Emigration zone di Luigi Scopelliti, Cimitero di Armo (Reggio Calabria), 15 ottobre 2016.

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Roberto Giriolo, Sessione visiva e uditiva di {movimentomilc} ed Emigration zone di Luigi Scopelliti, Cimitero di Armo (Reggio Calabria), 15 ottobre 2016.

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Roberto Giriolo, Sessione visiva e uditiva di {movimentomilc} ed Emigration zone di Luigi Scopelliti, Cimitero di Armo (Reggio Calabria), 15 ottobre 2016.

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Roberto Giriolo, Sessione visiva e uditiva di {movimentomilc} ed Emigration zone di Luigi Scopelliti, Cimitero di Armo (Reggio Calabria), 15 ottobre 2016.

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Roberto Giriolo, Sessione visiva e uditiva di {movimentomilc} ed Emigration zone di Luigi Scopelliti, Cimitero di Armo (Reggio Calabria), 15 ottobre 2016.

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Roberto Giriolo, Sessione visiva e uditiva di {movimentomilc} ed Emigration zone di Luigi Scopelliti, Cimitero di Armo (Reggio Calabria), 15 ottobre 2016.

Le 45 rondini, a cui legavo tutta l’angoscia del luogo, erano simbolo di una speranza per un mondo u-topico, in cui non siamo più testimoni di questi avvenimenti tragici, ma consapevoli di una ripartenza e di una meta al di là di un luogo specifico, oltre quelle stesse colline e quel mare che si scorgono dal cimitero. Molte mani si sono unite alle mie in questo percorso e avvertivo sempre un senso di impreparazione e sgomento negli occhi gonfi e una profonda rabbia, ma anche una grande voglia di dare e fare qualcosa.

Dopo una ricerca, venni a sapere dalla Capitaneria di Porto di Reggio Calabria alcuni nomi dei migranti del cimitero, la loro età, il paese di provenienza, e quei numeri si trasformarono piano piano in persone o un’idea di persona data solo dall’ immaginazione. Collocammo quei nomi su lamiere arrugginite (come alcuni barconi che solcano il Mediterraneo) scritti con smalto bianco, quasi a rimarcare quei nomi sulla freddezza del ferro. L’azione collettiva fu di stendere davanti a noi le targhe di ferro coi nomi e ognuno li collocava sul maddu (termine dialettale per madido) e quel maddu ritornava ad essere grembo, ad accogliere nuovamente quei suoi figli.  Le rondini pronte a spiccare il volo dirette a sud-est lanciano lo sguardo in fuga da quei nomi, verso l’infinito del cielo d’Africa.

***

Noi che viviamo sicuri nelle nostre tiepide case, noi che troviamo tornando a sera il cibo caldo e visi amici, consideriamo se questi sono uomini [e donne, e bambini].

L’emozione più terribile che provai davanti a quella distesa ordinata di cumuli di terra e numeri in targhette plastificate – qualche fiorellino pietoso qua e là –, fu quando aggiungemmo insieme i nomi di quelle persone morte in mare al rispettivo numero. Mi comparvero chiare nella mente le fisionomie d’ebano prezioso dei loro volti, ma era ebano sfregiato fradicio di pianto e di mare. Ed era spaventoso e tristissimo al tempo stesso. Perché dentro di me la responsabilità era anche nostra, di noi che in quel momento li stavamo piangendo e accogliendo da morti, ma non eravamo riusciti a salvarli da vivi. L’emozione più dolce che provai fu quando mi guardai intorno e i nostri sguardi si abbracciarono. Allora mi resi conto che qualcosa in noi era cambiato e che la consapevolezza e l’esperienza di quell’azione collettiva ci aveva intimamente uniti, tutti: senza più un noi e un loro.

Probabilmente, l’installazione artistica di Luigi e quel rituale di gesti e poesia non cambieranno le cose ma nella loro piccolezza hanno avvicinato le coscienze. Ad Armo, come in qualsiasi altro luogo su questa Terra, «bellissima, senza frontiere né confini» (come ci disse Michele citando il cosmonauta russo Gagarin che la osservò dallo spazio), la nostra battaglia contro i soprusi e le intolleranze (r)esiste attraverso la condivisione attiva e reattiva di atti scaturenti dall’amore e dalla bellezza. Che ci riportano “umani”. Proprio come quei disperati che continuano a morire nelle acque del nostro mar mediterraneo o, prima ancora, tra le sabbie del nostro deserto africano.

 Meditiamo che questo è stato, e che continua a essere.

***

Sono padre. Ho due figli. Molte volte mi sono chiesto cosa sarei stato disposto a fare se i miei figli o mia moglie fossero stati in pericolo. “Avrei attraversato a piedi il mare”, risposi una volta ad un amico. Non capisco come si possa non capire questo. Non capisco come ci si possa dimostrare insensibili alla richiesta d’aiuto e d’asilo di una persona. Secondo l’UNHCR, nel 2015 circa un milione di persone ha attraversato il mediterraneo.

Quanti di tutti noi metteremmo all’interno di un gommone, pieno di gente, un figlio di 6 mesi, di due o tre anni, e dalla Libia avventurarsi in mare? Sarà paradossale, ma non ho provato quasi mai un senso di compassione verso queste persone, invece, ho nutrito sempre un forte rispetto per il coraggio che dimostrano. Nutro rispetto per la voglia e la determinazione che hanno nel ricercare la felicità, per il profondo amore che provano per i loro figli, esponendo se stessi a pericoli tremendi e sofferenze atroci.

Non intendo celebrare nessuno. Né trovare nuovi martiri o eroi.

In questo piccolo cimitero di Armo, in provincia di Reggio Calabria, hanno trovato sepoltura questi 45 “viaggiatori”, come mi piace chiamare chi si affida al coraggio e all’amore per ricercare una vita migliore. Voglio solo commemorare il coraggio, la determinazione, il trionfo della vita che non si arrende alla sottomissione e all’oppressione, rifiutando la guerra o la discriminazione.

Tutto questo è una bellissima lezione d’amore e di coraggio per me. NIENTE DI PIU’.

Se un giorno anche io sarò costretto a fuggire o a lottare per salvare me stesso ed i miei cari e se anche io troverò la morte attraversando un mare, un deserto o scalando una montagna, inseguendo la salvezza, la pace e la felicità, vorrei essere ricordato come un uomo che ha avuto coraggio e che ha fatto di tutto per sentirsi “libero”.

A questo link potete trovare tutte le letture di quella giornata in un video “Abrish 1”:

https://www.youtube.com/watch?v=2zq-OmyNXZQ&feature=youtu.be

CatArTica Care

Michele Tarzia, Elvira Lamanna, Luigi Scopelliti, Valentina Tebala, Roberto Giriolo

Ringraziamenti: Camera237, Daniele Laro, Daniele Fera, Carmelo Manglaviti, Tiziana Sorgonà e tutte le persone che hanno preso parte a questa azione collettiva.

[1] Lettera di Adal al fratello Abraham, una delle vittime della strage del 3 ottobre 2013 a largo delle coste di Lampedusa, pubblicata il 7/10/2014 su www.archiviomemoriemigranti.net.

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Elvira Lamanna

She graduated in Art History at "La Sapienza" University of Rome, with a dissertation about art and institutional critique from the '60s to 2000s. She obtained a Master's degree in Educational Management for contemporary art in Turin. Art critic, she deals with contemporary art, in particular in relation to interdisciplinary practices, political activism and alternative pedagogy. She is undertaking a Master of Research among the Department of Visual Cultures at Goldsmiths College in London.

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