Eating the Forest. Una cena esperienziale alla Fabbrica del Vapore a Milano

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“Il mio lavoro spesso affronta la questione dell’arte senza sembrare arte. Mi chiedo continuamente: ‘Dov’è l’arte? Dove risiede?’ L’arte non è tangibile, non è qualcosa di misurabile, si può solo concepire.” [1]

Dopo sette mesi di lavoro a Expo Milano 2015, quotidianamente bombardata da dichiarazioni ed eventi riguardo al cibo e alla sua produzione sostenibile, l’esperienza che probabilmente rimarrà più impressa nella mia mente è una cena d’artista al DOCVA – Fabbrica del vapore, organizzata, in maniera indipendente dall’Esposizione Universale, da Karin Laansoo, Direttrice dell’Estonian Contemporary Art Development Center in New York.

Invitata, con piacevole sorpresa, al termine di una lunga giornata di lavoro, mi accoglie un lungo tavolo, apparecchiato in maniera non convenzionale e immerso nell’archivio del DOCVA, illuminato, per l’occasione, dalla sola luce delle candele. Nulla ricorda un normale ristorante e ogni cosa è un’opera d’arte: la tovaglia realizzata da Julia Heuer, i bicchieri a calza da Kris Lemsalu, i diversi piatti (utensili in legno di Malin Workshop, le ciotole di Adeline de Monseignat, i piatti da dessert in biancheria intima di Kris Lemsalu), il cibo stesso, ideato e cucinato dal collettivo Dilettantin Produktionsbüro  di Brema, Anneli Käsmayr in collaborazione con Marius Keller. Guidate dall’accogliente benvenuto di Karin, le ospiti – tutte donne, professioniste del mondo dell’arte – prendono posto intorno al tavolo, pronte a gustare questa speciale cena intitolata “Eating the Forest”, ispirata ai sapori e all’atmosfera della foresta estone. Ogni portata (sette in totale), accompagnata da una bevanda ad hoc, viene introdotta da Anneli e Marius, che ne presentano brevemente l’idea e gli ingredienti, prima che s’inizi a mangiarla, rigorosamente con le mani, perché le posate non sono previste. I piatti si susseguono, tra lo stupore e l’eccitazione generale: formaggio cremoso e ravanelli giovani; sgombro, panna acida e cavolo; zuppa di funghi, muschio e foglie; merluzzo, kama, lichene sapido e verza; alce, olivello spinoso, cerfoglio e tubero sono solo alcune delle composizioni che vengono servite. I cuochi lavorano a lato, utilizzando una cucina a vista, alla quale possiamo avvicinarci, guardando e facendo domande. Assomiglia di più all’affascinante laboratorio di una strega o di uno scienziato pazzo, piuttosto che alla cucina di un ristorante a cinque stelle, fucina per la creazione di qualcosa di assolutamente stupefacente: una combinazione tra ottimo cibo, gusto inusuale, trionfo della vista, dell’olfatto, dell’ immaginazione, di cervello e sensualità. Dopo alcune portate, ci viene chiesto di alzarci, lavare le mani e approcciarci alla cucina, dove una sensuale composizione di issopo, anice stellato, spuma con caviale, finocchio e briciole croccanti di pane ci viene servita sul dorso della mano, il tutto da mangiare in una volta, in un bacio piccante.

“Il gusto è sicuramente importante, ed è una componente fondamentale dei miei lavori. Mi attrae molto la possibilità di sedurre il corpo attraverso la stimolazione dei sensi, si potrebbe definire come l’apertura di un’interazione tra il corpo e la mente: sedurre, distogliere l’attenzione dall’intricata questione dell’intelletto: ‘Dov’è l’arte qui?” [2] In questi termini Anneli Käsmayr parlava del suo progetto dreijahre [tre anni], sviluppato a Brema dal 2007 al 2010: un ristornate concettuale che, basandosi sulla domanda “Può questo essere arte?”, esplorava i confini tra gastronomia, business, arte come servizio per i clienti, produzione e attività. [3] Coinvolta in tale esperienza a 360 gradi, mentre mangio con le mani i sapori della foresta estone e chiacchiero con le altre ospiti, sento che tutto ciò sfugge a una chiara definizione: è un evento per il networking tra donne dell’arte? Un’ esclusiva serata per la promozione della cultura estone e per la presentazione di nuove opere delle artiste partecipanti (non bisogna dimenticare che alcune opere di Adeline de Monseignat – splendide creazioni in vetro, presentatemi durante una chiacchierata informale dall’artista stessa – sono installate nella sala, e che alcuni degli utensili sul tavolo sono – a richiesta – in vendita)? È una cena, una performance o un’opera d’arte? Qual è il mio ruolo: visitatore, testimone, ospite o parte della produzione del lavoro?

Definita solo dalla sua durata – il tempo di una cena – e dall’atto condiviso del mangiare, la serata è riuscita con successo a mettere insieme tutte le situazioni sopra elencate, la linea di demarcazione tra l’estetica e l’esperienza, l’oggetto e l’intangibilità di un’attività rimane dunque porosa e permeabile. La domanda “dov’è l’arte qui?” si trasforma in una sapiente orchestrazione, nella quale ogni categoria e situazione influenza – per affinità o opposizione – la percezione dell’altra.

[1] Anneli Käsmayr in Spooning Away. René Block in Conversation with Anna Bromley and Anneli  Käsmayr in No ART Around. Über die (Un)Möglichkeit ein Restaurant als Kunst zu betreiben [No ART Around. About the (Im)possibility to Operate a Restaurant as Art], The Green Box, Berlin, 2012, p. 117, traduzione PB.
[2] Anneli Käsmayr in op. cit., p. 117, traduzione PB
[3] “La domanda non è tanto “Cos’è l’arte?”, quanto piuttosto ciò che viene dopo “Cosa oggi viene riconosciuto come arte e perchè?” a sua volta seguito da: “Quali effetti ci aspettiamo dall’arte e in quali condizioni ecologiche l’arte può essere create?” […] Anneli Käsmayr ha permesso all’arte di  trasformarsi da azione a attività (in contrasto alla creazione di un oggetto).” Elke Bippus, dreijahre. Dining Room Project. A Reflection of the Aesthetic Opposite: Formulation, Marginality and Possibility, in op.cit. p. 37, traduzione P.B.

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Eating the Forest, October, 24th 2015, DOCVA, Milan, photo: Angelo Becci. courtesy of Estonian Contemporary Art Development Center (ECADC)

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Eating the Forest, October, 24th 2015, DOCVA, Milan, photo: Angelo Becci. courtesy of Estonian Contemporary Art Development Center (ECADC)

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Eating the Forest, October, 24th 2015, DOCVA, Milan, photo: Mattia Borgioli. courtesy of Estonian Contemporary Art Development Center (ECADC)

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Eating the Forest, October, 24th 2015, DOCVA, Milan, photo: Angelo Becci. courtesy of Estonian Contemporary Art Development Center (ECADC)

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Paola Bonino

Paola Bonino ha studiato Lettere Moderne e Arti Visive e si è specializzata in pratica curatoriale presso l' École du Magasin (Grenoble), dove ha co-curato la mostra ‘From 199C to 199D’ Liam Gillick. Attualmente, fa parte della direzione artistica di Placentia Arte (Piacenza).

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