Eco resistenze al PAV. In conversazione con Marco Scotini

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Earthrise, foto scattata il 24 Dicembre del 1968 da William Anders, con la visione della terra dalla luna, crea una inversione nelle coscienze, un cambio di prospettiva nella visione umana. Non più qualcosa percepibile solo attraverso la quotidianità, ma qualcosa di comprensibile nella sua totalità. E fu come aprire gli occhi per la prima volta, comprendendone i limiti, i confini di un luogo vivo quindi deperibile. Un luogo da preservare, una nuova vita ecologica, nuove dinamiche di armonizzazione, di comunione. E l’arte stessa fu il mezzo principale di denuncia e reazione, necessario per attuare il cambiamento: una sorta di trasmissione di coscienza. E qui ritroviamo, così come accadde nel 1972 al MoMA di New York per la famosa esposizione Italy: The new Domestic Landscape, gli stessi artisti riuniti nel nome di quella rinascita della terra da cui tutto ha avuto avvio. “Earthrise”, infatti, è il titolo dell’esposizione curata presso gli spazi del PAV – Parco Arte Vivente di Torino da Marco Scotini, con opere di Gianfranco Baruchello, del gruppo di architetti fiorentini 9999, di Piero Gilardi e Ugo La Pietra. Opere ideologiche che intervengono difatti come denuncia, lavori che narrano conservazioni, ricicli e riutilizzi.

Il percorso presenta testimonianze fotografiche, progetti, documentazioni cartacee e materiche che, in un dialogo aperto, spiegano il punto di avvio di questi lavori e, in certi casi, il punto di arrivo come, per esempio, nel progetto realizzato dall’artista livornese Gianfranco Baruchello con la fondazione di Agricola Cornelia Spa (1973-1983). I documenti esposti tracciano la genesi e l’evoluzione di una vera e propria azienda agricola in espansione il cui scopo era quello di rivelare l’importanza della terra, dei suoi ritmi e della sua natura andando contro una brutale, sfrenata edificazione che, in quegli anni, andava diffondendosi nel territorio laziale. Il progetto risultò essere un costante happening artistico, in un certo modo, politicizzato, attraverso il quale Baruchello portava avanti il suo impegno civico, non solo come artista ma anche come individuo, dando all’ambiente circostante un nuovo valore. La natura, poi, entra dentro gli spazi domestici con Vegetable Garden House degli architetti fiorentini Giorgio Birelli, Fabrizio Fiumi, Paolo Galli e Carlo Caldini, che dal 1967 fondarono il collettivo 9999, i cui angoli ecologici si pongono al servizio umano senza mai subordinarvicisi, piuttosto, imponendo i loro ritmi biologici. L’arredo diventa naturale ed ecosostenibile ma tecnologicamente avanzato, un progetto pionieristico che, seppure di difficile attuazione, mirava a un rinnovo del legame essere umane-natura. Similmente Piero Gilardi, noto soprattutto per le sue ricerche espressive sul rapporto ambiente-uomo, per il suo impegno politico e per alcune partecipazioni al movimento della Land Art e dell’Arte Povera, traduce forme e materiali naturali attraverso l’uso del poliuretano come, ad esempio, i Tappeti Vegetali, oggetti di arredamento e capi di vestiario che salvaguardino e preservino la memoria di ciò che è perso. Nel progetto dell’artista torinese, si predeva in quegli anni, la possibilità d’indossare abiti fatti con riproduzioni di pietre come in Vestito Natura o di sedersi sul Sedilsasso: riprodurre, dunque, senza distruggere. Gli scarti assieme a spontanee coltivazioni, nel mezzo di una dilatata urbanizzazione divengono, invece, i simboli dell’eclettico architetto e artista pescarese Ugo La Pietra che, con soluzioni indirizzate al riutilizzo, recuperò e progettò numerosi orti spontanei come simbolo di una natura vincitrice ma anche capace d’integrarsi con il tessuto circostante. A tal proposito, abbiamo scambiato qualche riflessione con Marco Scotini:

“Earthrise” s’inserisce all’interno di un progetto curatoriale più ampio che focalizza l’attenzione sul rapporto tra arte ed ecologia, argomento che torna (o forse non è mai andato esaurendosi) di forte attualità, direi anche per il vertice di Parigi sul clima mondiale, le sue lotte, le repressioni… qual è stata la riflessione centrale che ha fatto nascere l’intero progetto?
M.S.: Ancora qualche anno fa c’era una frase di Ulrike Meinhof che recitava chiunque si sentiva impegnato. La frase è “Everybody talks about the Weather… We don’t”, e parlare del tempo voleva dire evadere le difficoltà che ci assediano, non dire nulla di compromettente, nascondere la realtà. Oggi chi potrebbe dire la stessa cosa? Siamo la prima generazione a scoprire che c’è “un’ingiustizia climatica”, che si può parlare di “clima di pace” in senso appropriato, che c’è un’economia politica del clima, ecc. Non si esce cioè da un ambiente che non sia ormai integralmente politicizzato: anzi sarebbe meglio dire – capitalizzato. Come può l’arte,che per secoli ha fatto del paesaggio il suo oggetto privilegiato, sottrarsi a questa situazione? Non è un caso che la pittura di paesaggio sia stata anche una risposta alla urbanizzazione e all’industrializzazione. Oggi le cose sono molto diverse e una istituzione come il PAV di Torino è sicuramente qualcosa in avanscoperta. Pensare dunque un programma curatoriale (espositivo ma anche operativo) per il PAV ha significato sviluppare la ricerca in due direzioni: una rivolta al presente e una al passato. La prima mostra che vi ho curato, poco più di un anno fa, aveva l’ambizione di restituire una storia politico sociale alle piante. Ecco, oggi, ciò che noi consideriamo naturale va ripensato alla luce di tutte le manipolazioni che vi abbiamo apportato.

Realizzate intorno agli anni Settanta, le opere qui esposte (da Gianfranco Baruchello, Ugo La Pietra, Piero Gilardi, sino al Collettivo 9999) avevano come scopo quello di sensibilizzare le coscienze sul delicato rapporto tra uomo e natura… in che modo questi artisti, da lei definiti pre-ecologici, e quindi, aggiungerei, dei pionieri del radicalismo, hanno contribuito a rendere attuabili, attraverso l’arte, nuove dinamiche politiche per la salvaguardia e la denuncia?
Mi interessava sottolineare un aspetto poco noto ma molto importante delle ricerche italiane tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70. La risposta che questi artisti danno alla conquista della luna è davvero premonitoria. Ma avremmo dovuto aspettare qualche decennio per capirlo. I lavori di Gilardi, Baruchello, La Pietra e 9999 non riguardano solo la natura ma soprattutto l’aspetto sociale della natura. E qui sta la novità anche in rapporto all’Arte Povera. Lo stesso rapporto tra Beuys e il movimento tedesco dei Verdi risale al 1979-80. In questo senso ho parlato di artisti pre-ecologisti. Oggi sappiamo che tutto questo rapporto con l’ambiente ha una realtà, è un fenomeno consistente, ha uno statuto, ma allora anche all’interno della società e della politica non c’era questa consapevolezza. Dunque parlare in questi termini della natura voleva dire fornire una lettura diversa e alternativa della modernità, incrinare l’idea di progresso e sviluppo.

A riguardare le opere che fanno parte di “Earthrise” oggi, confrontandole con il contemporaneo e l’evoluzione artistica degli ultimi quarant’anni, pensa che si sia fatto realmente un passo in avanti nell’arte verso la direzione segnata da questi artisti? Se si, in che modo?
Nell’arte esistono molte tendenze (con tempi di sviluppo diversi ma anche con diversi interessi). La parte che mi riguarda ha portato avanti le forze propulsive emerse in quella generazione della fine dei Sessanta su molteplici livelli. Sicuramente l’aspetto più interessante è quello relativo al superamento del concetto di autonomia dell’arte. Ecco, solo quando è attraversata da fasci di relazioni differenti, l’arte è realmente tale.

Come si è sviluppato il lavoro degli artisti presenti in esposizione? Potremmo, oggi, dare una definizione differente del loro lavoro?
Se penso a Piero Gilardi è chiara la traiettoria dai suoi Tappeti Natura fino alla realizzazione del PAV e non c’è bisogno di chiarimenti, nel caso di Baruchello lo stesso: il progetto dell’Agricola Cornelia è stato a lungo termine e lui non ha poi smesso di confrontarsi con questo tema come nella sua personale del 2009 da Michael Janssen di Berlino, dove costruisce un giardino. Se il gruppo 9999 si è disciolto nei ’70, La Pietra anche solo recentemente ha proposto un libro molto critico sull’ambiente come “Il Verde Risolve!”.

Ritrova in alcuni artisti contemporanei ideologie assimilabili a quelle di Baruchello, Gilardi, La Pietra e del Gruppo 9999? Se sì, quali?
Non è possibile fare confronti diretti o tanto meno rimanere nell’ambito italiano. Ci sono artisti emersi dagli anni ’90 in poi che hanno proposto forme di auto-organizzazione con ricadute nel sociale, nell’economia, nelle forme di produzione materiale. I nomi sono tanti, spesso lavorano in gruppo, in team interdisciplinari. Mi vengono in mente Superflex, Marjetica Potrc, Bert theis, Nils Norman, Atelier d’Architecture Autogérée, Ursula Biemann, Fernando Garcia-Dory,  Lois Weinberger, Apolonija Šušteršic, My Villages, ecc.

Pensa che gli artisti contemporanei, sensibili alla tematica ecologica (alla luce anche di differenti tecnologie in fieri) possano oggi riuscire a diffondere maggiormente l’ideologia di cambiamento?
Credo che il ruolo dell’arte in questi processi non sia quello di comunicare o diffondere. Per l’esercizio di questa funzione, nel bene o nel male, ci sono anche troppi strumenti deputati. Credo piuttosto che il compito dell’arte sia quello d’immaginare. Naturalmente penso a un’immaginazione messa al servizio di qualcosa. Perché allora non sperimentare in microscala forme alternative di produzione in grado di coesistere con l’ambiente naturale e sociale che abbiamo a disposizione? E con produzione intendo ogni livello di creazione e, cioè, non soltanto la produzione materiale. Di questo sono certo: non c’è cambiamento climatico senza che prima ci sia una mutazione delle soggettività e del nostro stesso modo di sentire, di stare al mondo.

Earthrise. Group Exhibition
PAV – Parco Arte Vivente, Torino. Curata da Marco Scotini
Fino al 21 Febbraio 2016 www.parcoartevivente.it

Piero Gilardi, Sedilsasso, sassi, 1968, Poliuretano espanso, vernice Guflac, 70x56x48 cm, 35x23x20 cm,19x12x11 cm, Prodotto da Gufram s.r.l., Courtesy Fondazione Centro Studi Piero Gilardi

Piero Gilardi, Sedilsasso, sassi, 1968, Poliuretano espanso, vernice Guflac, 70x56x48 cm, 35x23x20 cm,19x12x11 cm, Prodotto da Gufram s.r.l., Courtesy Fondazione Centro Studi Piero Gilardi

Ugo Lapietra, Recupero e reinvenzione (orti urbani), 1969, 60x60, tecnica mista e collage su carta, Courtesy Studio Ugo La Pietra

Ugo Lapietra, Recupero e reinvenzione (orti urbani), 1969, 60×60, tecnica mista e collage su carta, Courtesy Studio Ugo La Pietra

Earthrise, ingresso mostra, PAV

Earthrise, ingresso mostra, PAV

Ugo La Pietra, Campo Urbano. Photo Ugo mulas

Ugo La Pietra, Campo Urbano. Photo Ugo mulas

Installation view Italy The New Domestic Landscape, MoMA

Installation view Italy The New Domestic Landscape, MoMA

William Anders, Earthrise

William Anders, Earthrise

Ugo la Pietra, documentazione (libri, schizzi, quaderni)

Ugo la Pietra, documentazione (libri, schizzi, quaderni)

Gianfranco Baruchello, Giornali appesi all’albero, 1975, giornali, filo di ferro,Courtesy Fondazione Baruchello
Gianfranco Baruchello, Giornali appesi all’albero, 1975, giornali, filo di ferro,Courtesy Fondazione Baruchello 

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Alessia Cervelli

Laureata in Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Università di Roma La Sapienza, intraprende fin da subito un percorso multidisciplinare che la porta a svolgere attività curatoriali indipendenti e di critica, affiancate a ricerca e catalogazione in ambito istituzionale. Da sempre legata al mondo della scrittura, porta avanti la propria passione sia in campo “giornalistico” sia letterario, rivolgendo, inoltre, una particolare attenzione alla pittura e alla fotografia. Attualmente vive e lavora a Roma.

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