Eden, pianeti lontani. Marcello Lo Giudice in mostra al MAXXI

GLP-003-9061

MAXXI, Roma – Sono stati esposti fino al 12 giugno 2017 gli Eden di Marcello Lo Giudice (Taormina, 1957). Le grandi tele si aprono come finestre su mondi paralleli, pianeti lontani appunto, deserti costituiti da pigmenti puri e ispirati ai suoni invisibili dell’Universo. Lo Giudice restituisce, con la serie degli Eden, uno spazio vuoto e pieno allo stesso tempo: attraverso la luminescenza dei colori racconta di un territorio disabitato, che esiste grazie alla sua stessa essenza cromatica. I suoi quadri sono non-luoghi in cui tutto può succedere, un nulla prima dell’origine, prima della nascita, come il bianco esaltato da Kandinskij.

È proprio l’Astrattismo il punto di partenza dell’artista, che dichiara: «L’astrazione è il nulla più assoluto, come il buco nero dell’universo, non ci sono più confini, né forme della realtà ed è tutto un andare a dritta oltre alla realtà, è tutta un’esplorazione oltraggiosa per captare suoni e colori dell’universo, orizzonti di nebulose e confini tra il reale e l’irreale, insomma con l’astrazione si tocca il mistero dell’invisibile».

Ed è incredibile l’approdo raggiunto, che emerge specifico da ogni monocromo: nonostante i materiali impiegati restino gli stessi, ogni colore ha la sua personalità, la sua struttura e il suo peso, ognuno di essi è trattato come un individuo, e l’insieme dei singoli è un’esplosione di luce abbagliante, come nel giorno del Big Bang. Pittore gestuale, generoso nell’uso della materia, con la quale conserva un rapporto intimo, l’artista stende il colore con veemenza, in un atto creativo figlio dell’Informale: «L’informale per me ha un ruolo fondamentale — ha spiegato Lo Giudice — perché si abbandonano le forme e le figure, che con le loro linee e contorni ben definiti chiudono un po’ la fantasia creativa del pittore».

Ma a differenza dei maestri del passato come Dubuffet e Klein cui s’ispira, Lo Giudice torna figurativo quando, attraverso erosioni, abrasioni e tracce di luce, rende narrative le sue opere. Così il blu oltremare racconta delle dorsali oceaniche e di mari immensi, il giallo diventa terra arsa dal sole, e i rossi magmatici, insieme ai neri, ricordano le colate laviche e i crateri vulcanici. L’opera di Lo Giudice deve molto ai suoi studi in Geologia che lo hanno condotto alla scoperta di meravigliose cromie al microscopio. Questa competenza, unita alla tecnica artistica gli è valsa anche la nomina di artista della Croce Rossa Monegasca nel 2013.

La mostra, realizzata con il sostegno della Prince Albert Foundation, mette in risalto l’amore per il pianeta Terra e per i suoi giganti naturali, sottolineando la strenua lotta condotta dall’artista per la salvaguardia dell’ambiente. Da diversi anni, infatti, lo vediamo impegnato nel progetto Save Mediterrean Sea, insieme al Principe Alberto II Di Monaco, suo amico e grande estimatore. La traduzione in pittura dei remoti paesaggi geologici, e la passione per la materia, oltre che per la storia del pianeta azzurro, fa di Lo Giudice un grande artista “tellurico” secondo la definizione del critico Pierre Restany. Ma il grido di dolore per la progressiva perdita del colore blu, in luogo dell’avanzamento del grigiore, emerge anche dai Totem dedicati al tema della guerra. L’artista inizia a dedicarvisi tra la fine degli anni ’80 e i primi Novanta. L’approccio ai Totem è straziante: questi, infatti, sono dei materassi squarciati e svuotati di ogni morbidezza, che restituiscono l’orrore dei conflitti, come tracce di un’umanità sventrata e abbandonata.

L’angoscia per i bombardamenti sui civili, e per la violazione della dimensione domestica, ha spinto Lo Giudice a creare una testimonianza di questa barbarie, così, attraverso la sua arte, ha innalzato un altare per commemorare e nobilitare le vittime. Nell’opera in mostra, intitolata “Dal cantico delle creature” (2017) resistono solo le molle metalliche, ricoperte da migliaia di api dorate e dipinte secondo un gusto barocco, che riconduce alle origini insulari dell’artista. Accanto alla tragedia delle bombe, dello squallore e dell’impoverimento, gli Eden sono luoghi di pace e felicità. In una recente intervista l’artista racconta: «Io dipingo gli Eden perché viviamo oggi tra tante guerre e tanta distruzione e siamo tutti così feriti dalla vita, ma non reagiamo col dovuto coraggio. La società oggi è il frutto di un edonismo sfrenato, con pochi ideali e valori morali. Io dipingo gli eden perché con la pittura vorrei regalare pace e felicità e bellezza».

Tutto questo è la pittura di Marcello Lo Giudice.

Eden, pianeti lontani. Marcello Lo Giudice
11 maggio – 12 giugno 2017
Corner D, MAXXI – Museo Nazionale delle arti del XXI Secolo
Via Guido Reni, 4/a Roma
www.maxxi.art/

1.Marcello Lo Giudice, Eden Blu. (2017) Olio e pigmenti su tela. 200x230 cm

Marcello Lo Giudice, Eden Blu. (2017) Olio e pigmenti su tela. 200×230 cm

2.Marcello Lo Giudice, Yellow-Sole. (2017) Olio e pigmenti su tela. 100x100 cm

Marcello Lo Giudice, Yellow-Sole. (2017) Olio e pigmenti su tela. 100×100 cm

4.Marcello Lo Giudice, Red-Rosso (2017) Olio e pigmenti su tela. 200x230 cm

Marcello Lo Giudice, Red-Rosso (2017) Olio e pigmenti su tela. 200×230 cm

The following two tabs change content below.

Rispondi