Èdra. Connecting Landscapes

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Èdra. Connecting Landscapes, progetto realizzato a Roma e a cura di Carmen Stolfi, ha come obiettivo di creare legami tra le Accademie straniere e le organizzazioni culturali internazionali in collaborazione con Roma Art 2Nights, un network che coordina gli openings in diverse gallerie romane. Tra le varie istituzioni partecipanti al progetto ricordiamo l’Accademia Americana di Roma, l’ambasciata del Brasile e quella del Messico, e l’Istituto Polacco. Diversi anche gli artisti in mostra, noi ne abbiamo incontrati alcuni – Marco Basta, Marco Strappato, Giulio Delvé – per porre loro qualche domanda.

Marco Basta, il weekend tra il 24 e il 28 settembre, hai partecipato al progetto Èdra. Connecting Landscapes curato da Carmen Stolfi. Il titolo rimanda alla sua origine greca che significa lato, faccia, e che a sua volta evoca una dimensione di confine, di prossimità tra due realtà diverse ma possibilmente anche connesse. Nella tua ricerca mi sembra molto presente l’attenzione verso una sensibilità al limite, sospesa tra due ordini, per esempio in relazione allo spazio intimo e quello esterno (vedi Giardini) oppure alla percezione del tempo (come nella serie sulle piogge). In che modo quindi percepisci la presenza del limite nella tua vita quotidiana e nella tua ricerca, e da che prospettiva t’interessa avvicinarlo ?
Marco Basta : Il limite lo percepisco sempre come qualcosa che mettendo in contatto separa. Quel margine che può essere allo stesso tempo sia esterno che interno. La mia ricerca indaga quello spazio che l’uomo si costruisce, che l’uomo delimita, per poter al suo interno riconoscersi e quindi essere. Uno spazio che a volte è fisico e a volte per necessità deve rimanere solo mentale. Il mio lavoro sui giardini, di cui ho portano in mostra una parte, tenta di avvicinarsi a quel limite dandogli un’immagine e un’immaginario, cercando di comprendere quel bisogno che l’uomo ha di lasciare al di fuori delle sue abitazioni la foresta, il caos.

In riferimento anche alle opere presentate in occasione della mostra, in che modo i materiali o le tecniche che utilizzi partecipano alla stessa ricerca visiva che stai portando avanti ? ci sono dei limiti anche tecnici per te ?
Marco Basta : Utilizzo i materiali e le tecniche che mi permettono di arrivare a immagini dalla doppia natura. Sembrano arrivare da un sentire passato ma la loro radice è digitale, presente e contemporanea. Seguono una certa ambiguità pur avendo un identità visiva molto definita. È come camminare su quel confine di cui parlavo, puoi avere una visione sia esterna che interna, una sorta di oscillazione costante. In questo senso non mi sono mai dato dei limiti tecnici nel mio lavoro perché non credo che esistano, semmai esistono limiti più umani, intellettuali, esperienziali. Sicuramente, e questo può essere una limitazione,  cerco sempre di arrivare a toccare quella memoria collettiva alla quale tutti ci affidiamo nel momento in cui guardiamo un’immagine, un paesaggio, una persona.

Anche tu Marco Strappato hai partecipato al progetto Èdra. Connecting Landscapes. Potremmo in effetti trovare molte affinità anche tra il tuo lavoro e le sfumature evocate dal titolo, nel tuo caso Èdra ricorda la superficie dell’immagine, il suo significante e la possibilità di accoglierla nel ricordo o nella reinterpretazione oppure di dimenticarla. Come definisci l’immagine oggi e che tipo di rapporto intrattieni con essa ?
Marco Strappato : Viviamo in un flusso ininterrotto di immagini (il flusso è diverso dal ritmo, il ritmo presuppone delle pause, che abbiamo perso) e quello che mi interessa è cercare di attivare un processo di “riposizionamento” del senso e di “riattivazione” dello sguardo sull’enorme bacino di immagini che caratterizzano la vita del nostro tempo. Si tratta di scegliere fra ciò che va scartato e ciò che invece può essere salvato dall’oblio e a volte la semplice selezione o l’editing – adoperati sui materiali che incontriamo nel nostro quotidiano – sono più efficaci della creazione ex novo e ci permettono d’invertire la tendenza del guardare alle cose in modo passivo.

Puoi raccontarci del rapporto tra l’immagine e il paesaggio ? che tipo di montaggio sei diretto a fare nell’utilizzo di ambienti ampi e naturali ? e dove si situa l’uomo in questa ricerca ?
Marco Strappato : La nostra epoca è sicuramente quella della circolazione vertiginosa dell’immagine-paesaggio, (una sorta di sottocategoria, potremmo scrivere anche immagini/paesaggio, se volessimo utilizzare un linguaggio informatico) intesa come immagine del desiderio e della nostra necessità di evasione. Queste immagini possono essere lette quali esempi dell’esperienza estetica odierna tra l’autentico e il simulato, l’esotico e l’ordinario, l’artificiale e il naturale. Il risultato è una sorta di paesaggio immaginario, privo della presenza umana, un invito a riesplorare uno dei topoi dell’arte in chiave contemporanea.

Giulio Delvè, anche tu sei stato coinvolto in Èdra. Per quanto riguarda la tua ricerca, mi sembra che ti servi spesso di oggetti quasi come fossero dei simboli o dei feticci, rinviando a una dimensione in parte antropologica che si riferisce al rituale, alla necessità di scandire il passaggio del tempo, le sue varie fasi. Si tratta sempre di un passaggio, di un attraversamento, di che natura è il rapporto che cerchi di tessere tra gli oggetti e le storie che veicolano ?
Giulio Delvè : Vorrei consigliarvi questa lettura molto interessante intorno al nostro rapporto con gli oggetti, “Gli oggetti e la vita, Riflessioni di un rigattiere dell’anima sulle cose possedute, le emozioni, la memoria” di Giovanni Starace. Di seguito un passo estratto: «Ho scritto su di un quadernetto l’origine dei tanti oggetti che sono in casa mia. Cominciando dal divano. Lì ho raccontato a mio padre della scuola, degli amici, ho ascoltato con lui la radio, ho visto alternarsi gli zii seduti che erano in visita…
Ora quel divano ha trovato la sua sistemazione nel mio salotto e accoglie altre persone e ascolta voci molto diverse da quelle di un tempo. A stento la mia memoria ne ricorda alcune, ma è solo lui a ricordarle tutte. Un sottile senso di frustrazione mi pervade. Mentre lui sorride, perché ricorda molto di più, molto prima di me».
  Anche se gli oggetti sono parte integrante della nostra vita psichica ed emotiva individuale, e ciascuno di noi costruisce anche mediante loro la propria personale mitologia; c’è però da dire che, non sono interessato all’oggetto materiale, in quanto narratore di una dimensione intima e privata. La mia analisi è rivolta all’oggetto come testimonianza, documento, reperto concreto e frammento di una dinamica condivisa. Le mie opere traggono linfa da elementi metropolitani: da una fascinazione per una sorta di “archeologia urbana”, quale testimonianza dei nostri scambi sociali. Dettagli del contesto vissuto con i quali ci confrontiamo ogni giorno. Il rapporto tra gli oggetti e le storie è tautologico, d’altronde come quello che c’è tra gli oggetti e lo spazio. Prediligo un oggetto assolutamente in relazione alla storia a esso collegata, non sono interessato alla dimensione oggettuale, ma a tutto ciò che accade attorno a quel dato elemento, e spesso gli oggetti che scelgo, destrutturo o ri-assemblo sono prelevati da spazi pubblici, da contesti in cui è presente la dimensione collettiva.

Una volta hai definito la tua performance artistica quasi come un gioco, è interessante notare i rimandi tra la dimensione del rito e quella appunto del gioco. Potremmo dire che stai come sospendendo l’ordine vigente, le norme e i significati del senso comune, per ridefinire a nuovo i materiali di cui ti servi ?
Giulio Delvè : Si tratta semplicemente di riportare alla luce elementi, che per qualche motivo, spesso volutamente sono stati dimenticati, di ristabilire connessioni sia temporali che concettuali per arrivare a significati altri. Nel nostro periodo storico, un nuovo medioevo, in cui viviamo una sottomissione e una lenta assuefazione al peggio, più che gioco la vedo come una sorta di allenamento a non pensare a una direzione, è fondamentale sapere che ci sono prospettive diverse, infiniti altri punti di vista e pensiero, ma che giusto o sbagliato che sia, non appena interferisce con le logiche di potere, viene subito bollato. Divenendo bersaglio dei meccanismi di censura; tra l’altro oggi assistiamo alla difesa di questa per il “bene del popolo”, e si sa la censura è alla base delle trasformazioni silenziose; omettendo di far sapere si priva un popolo di essere presente negli avvenimenti, lo si priva della contemporaneità, propinandogli un unica realtà, l’unica possibile, la migliore (dicono), senza possibilità di scelta.

Puoi anche parlarci dell’importanza o del ruolo che ha il collettivo nella tua pratica ?
In Italia più che altrove in Europa, ci siamo ridotti a essere sempre più individualisti,  per sopravvivere ci costringono a una insana competitività e diffidenza che ci costringe a non condividere con l’altro; allo stato attuale delle cose in generale ognuno pensa solo a coltivare il suo orticello a discapito di una coscienza sociale. In un periodo di crisi infinita che stiamo vivendo invece, le cose più interessanti partono dal basso e da forme di autorganizzazione, la dimensione collettiva in questo senso è una vera forza!…Ecco  quant’è importante il collettivo nella mia pratica.

Marco Basta, Giardino (detail), 2010-2011, foto by Andrea Rossetti.

Marco Basta, Giardino (detail), 2010-2011, photo by Andrea Rossetti. 

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Marco Basta, Italian Summer’s exhibition view at Monica De Cardenas, photo by Andrea Rossetti. 

Untitled(Manifesto), 2014, framed C-Type print, plinth, Rosco Chroma Key paint, styrofoam, polystyrene, photo by Valerio Iacobini

Marco Strappato, Untitled (Manifesto), 2014, framed C-Type print, plinth, Rosco Chroma Key paint, styrofoam, polystyrene, photo by Valerio Iacobini

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Giulio Delvè, Utopistiche finestre d’Ambra, 2010. Courtesy l’artista

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Giulio Delvè, Enigma, 2014. Courtesy l’artista

Untitled(G), 2013, c-print, cm 22x33, photo by Giorgio Benni

Marco Strappato, Untitled(G), 2013, c-print, cm 22×33, photo by Giorgio Benni

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Giulia Bortoluzzi

graduated in contemporary philosophy/aesthetics, has been working in collaboration with various contemporary art galleries, theaters, private foundations, art centers in Italy and France. Is a regular art contributor for L’Officiel, editor assistant for TAR magazine, founder and editor for recto/verso and editor in chief for julietartmagazine.com

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