Edward Hopper a Bologna

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“Forse non sono troppo umano, ma il mio scopo è stato semplicemente
quello di dipingere la luce del sole sulla parete di una casa.”
Edward Hopper

Edward Hopper (1882-1967) è considerato da gran parte della critica il più importante pittore realista statunitense del XX secolo: le sue assolate campagne dove le case coloniali si stagliano contro un cielo immobile, le pompe di benzina che sembrano sorgere nel nulla, le solitarie stazioni ferroviarie di provincia o le scene d’interno sospese nell’incomunicabilità dei personaggi che le abitano si sono imposte nell’immaginario collettivo come uno dei più persistenti stereotipi della disillusione del sogno americano. Nel corso della sua lunga carriera l’artista si concentrò sulle infinite declinazioni atmosferiche e luminose di un numero relativamente ristretto di soggetti interpretando tutti i generi pittorici tranne la natura morta con un’inconfondibile cifra espressiva che trova nel silenzio e nella solitudine esistenziale le sue modalità dominanti.

La nuova mostra di Palazzo Fava, organizzata da Arthemisia Group e Genus Bononiae, porta per la prima volta a Bologna 60 opere del maestro americano provenienti dal Whitney Museum of American Art di New York che, grazie al lascito della vedova Josephine, ospita il più cospicuo nucleo dei suoi dipinti, disegni e incisioni. La retrospettiva documenta l’intero arco temporale della sua produzione ripercorrendo gli anni della formazione accademica, i soggiorni parigini, il periodo classico dagli anni ’30 ai ’50 e le intense immagini della maturità secondo un ordine tematico e cronologico che prende in esame tutte le tecniche da lui praticate con particolare attenzione al rapporto che lega i disegni preparatori ai dipinti. L’intento dei curatori è permettere ai visitatori d’immergere lo sguardo nelle ariose evocazioni dei leggendari spazi del Nuovo Mondo e di penetrare nei claustrofobici interni borghesi completando con l’immaginazione le storie che le azioni irrisolte dei personaggi sembrano suggerire. L’ininterrotto successo di pubblico di questi capolavori d’oltreoceano dimostra la straordinaria attualità della poetica di Hopper che per tutto il Novecento operò in una condizione di solitudine culturale scegliendo di rimanere fedele alla pittura figurativa in una congiuntura storica che decretava l’esplosione delle avanguardie di impronta astratta e gestuale. Il suo lavoro dimostra come fosse possibile fare ricerca anche utilizzando i procedimenti tradizionali della pittura nel suo sviluppo canonico dal bozzetto preparatorio, allo studio del dettaglio, all’opera compiuta presentata come immagine definitiva che non reca alcuna traccia del processo di realizzazione. L’apparente semplicità e l’efficacia delle sue immagini sono il risultato di una lenta sedimentazione di pennellate su un disegno impeccabile: l’assenza di pentimenti e la sovrapposizione di colori perfettamente calibrati determinano infatti l’ineguagliabile brillantezza della sua pittura che sembra lasciarsi attraversare dalla luce in ogni strato. Anche l’enigmatica qualità realistica delle composizioni ha origine dal disegno nella sua doppia valenza di catalogo della memoria dove i ricordi diventano spunto per la successiva rielaborazione minimale e atmosferica e di verifica dell’immaginazione negli studi che ritraggono la moglie mentre assume le fattezze dei personaggi che di volta in volta rappresentava nei quadri. Gli influssi del suo linguaggio, non immediatamente percepibili nelle opere dei suoi contemporanei, condizionarono profondamente gli approdi stilistici di altre discipline visive come il cinema e la fotografia, in cui le sue metafisiche ambientazioni metropolitane, la descrizione visiva del silenzio e la resa tridimensionale dell’attimo immobilizzato cominciarono a comparire come citazioni o fonti d’ispirazione. Lo sguardo freddo ed essenziale con cui esaminava la realtà per restituirla in modo immediato e privo di giudizio ha precorso inoltre importanti esiti di un iperrealismo crudo che trova la massima espressione nelle inquietanti sculture in poliestere dipinto di Duane Hanson o nel voyeurismo pittorico di Eric Fishl.

La mostra bolognese dunque fa emergere la cosiddetta “cifra hopperiana” risalendo alle origini della sua concezione, i dipinti di piccolo formato realizzati nel primo decennio del Novecento durante i ripetuti soggiorni parigini. L’iniziale tavolozza dai toni scuri fu sedotta dal fascino dei maestri dell’Impressionismo, soprattutto Manet e Degas, e si rischiarò progressivamente per evocare atmosfere dilatate e sospese abitate da caricaturali figure di stampo espressionista. Tornato definitivamente a New York nel 1910, il suo nuovo stile non venne apprezzato in patria perché reputato troppo esterofilo per una cultura conservatrice e nazionalista che attribuiva la principale causa di deriva sociale e morale alle ondate migratorie provenienti dall’Europa. Fu allora che iniziò a realizzare le immagini americane che lo resero celebre ibridando i suggerimenti impressionisti con una suspense di stampo cinematografico e con la descrizione oggettiva del paesaggio rurale e urbano del Paese che in quegli anni stava costruendo le basi politiche ed economiche della propria ascesa mondiale. Nell’incontro tra lo studio della luminosità atmosferica e il saldo impianto geometrico che pervade la composizione si precisò nel corso degli anni la sua inconfondibile prospettiva obliqua che, dividendo l’inquadratura in zone d’ombra e piani tagliati da una luce radente, trasforma la banalità quotidiana in visione surreale.

Edward Hopper.
a cura di Carter E. Foster e Luca Beatrice
25 marzo – 24 luglio 2016
Palazzo Fava – Palazzo delle Esposizioni. Via Manzoni, 2 Bologna

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Edward Hopper, Le Bistro or The Wine Shop,1909, Oil on canvas, 61x 73,3 cm Whitney Museum of American Art, New York; Josephine N. Hopper Bequest © Heirs of Josephine N. Hopper, Licensed by Whitney Museum of American Art

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Edward Hopper, Summer Interior,1909 Oil on canvas, 61,6×74,1 cm Whitney Museum of American Art, New York; Josephine N. Hopper Bequest © Heirs of Josephine N. Hopper, Licensed by Whitney Museum of American Art

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Edward Hopper, Cape Cod Sunset,1934 Oil on canvas, 74x 92,1 cm Whitney Museum of American Art, New York; Josephine N. Hopper Bequest © Heirs of Josephine N. Hopper, Licensed by Whitney Museum of American Art

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Edward Hopper, Two Trawlers,1923 1924 Watercolor and graphite pencil on paper, 35,2×50.6 cm Whitney Museum of American Art, New York; Josephine N. Hopper Bequest © Heirs of Josephine N. Hopper, Licensed by Whitney Museum of American Art

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Edward Hopper, Soir Bleu, 1914, Oil on canvas, 91,8×182,7 cm, Whitney Museum of American Art, New York; Josephine N. Hopper Bequest 70.1208 © Heirs of Josephine N. Hopper, licensed by Whitney Museum, N.Y. Digital Image © Whitney Museum, N.Y.

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Laureata in storia dell’arte al DAMS di Bologna, città dove ha continuato a vivere e lavorare, si specializza a Siena con Enrico Crispolti. Curiosa e attenta al divenire della contemporaneità, crede nel potere dell’arte di rendere più interessante la vita e ama esplorarne le ultime tendenze attraverso il dialogo con artisti, curatori e galleristi. Considera la scrittura una forma di ragionamento e analisi che ricostruisce il collegamento tra il percorso creativo dell’artista e il contesto che lo circonda.

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