Electronic Superhighway, ovvero che fine ha fatto l’arte dopo internet?

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In che modo internet sta cambiando l’arte? L’intera Electronic Superhighway, mostra recentemente inaugurata alla Whitechapel Gallery di Londra e che rimarrà aperta al pubblico fino al 15 maggio, ruota attorno a questa domanda, fulcro centrale del progetto. Il titolo della mostra allude a un’espressione coniata nel 1974 dal celebre artista coreano Nam June Paik, pioniere in fatto di utilizzo delle tecnologie nell’arte, il quale aveva intuito con largo anticipo la possibilità di scambio e connessione che lo sviluppo informatico avrebbe realizzato a livello globale.

Innegabile, in effetti, è la considerazione che la prorompente diffusione dell’Internet e lo sviluppo delle nuove tecnologie, parallelamente al ruolo che la rete è arrivata a rivestire nella vita di tutti i giorni, abbiano avuto effetti notevoli anche sulla produzione artistica dei decenni più recenti. Di riflesso, in ambito linguistico è stato coniato il termine ‘cybercultura’ (o ‘cultura di internet’) a delineare il fenomeno per il quale un numero sempre maggiore di persone utilizza la rete e i pc per interagire con gli altri o per svolgere attività quotidiane, siano esse lavoro o svago. Inoltre, secondo il critico Michael Connor, la crescita e lo sviluppo della cybercultura, con le sempre maggiori possibilità offerte da internet ai suoi fruitori, ha inevitabilmente portato gli artisti a rinegoziare in continuazione le proprie posizioni critiche. Connor infatti ritiene che fino ai tardi anni Novanta la funzione dell’artista nei confronti dell’Internet fosse quella del semplice osservatore, che ricerca, descrive e rappresenta il suo oggetto di studio da un punto di vista puramente esterno; da un certo momento in poi, invece, gli artisti avrebbero iniziato a fare un massiccio utilizzo della rete come parte integrante del processo di creazione delle opere, come mezzo privilegiato per sviluppare il proprio linguaggio, e mostrando a loro volta di essere totalmente immersi nella cultura di internet.

Tale ambivalenza, che coincide con l’inizio degli anni Duemila, ritorna anche nell’allestimento di Electronic Superhighway. La mostra raccoglie i lavori di oltre settanta artisti che hanno analizzato le possibili intersezioni tra tecnologia e arte, ma ha una suddivisione molto netta al suo interno: disposta su due piani diversi, essa presenta inizialmente le opere più recenti, quelle dal 2000 al 2016. Al piano superiore invece sono disposti i lavori e le sperimentazioni realizzate a partire dal 1966 fino a fine secolo, compresa l’installazione di cinquantadue monitor Internet Dreamdel ‘padre della video arte’ Nam June Paik, fiore all’occhiello dell’intera mostra. Il percorso va a ritroso, quindi, partendo dal ‘qui e ora’ dell’arte nell’era di internet fino a riscoprirne le radici più avanguardiste, come le performance del gruppo E.A.T. (Experiments in Art and Technology), attivo a New York nel 1966-67 e che aveva tra i sui membri nomi come John Cage e Robert Rauschenberg.

E quindi cosa sta avvenendo all’arte nell’era della Information Technology? Va detto, naturalmente, che da un lato internet ha effetti positivi sulla produzione artistica e sulla sua promozione, in quanto permette agli artisti una costante presenza in rete, una diffusione capillare e simultanea delle immagini, e una certa autonomia nel crearsi un proprio pubblico. Allo stesso tempo, però, internet ha radicalmente modificato il modo in cui avviene lo scambio d’informazioni tra gli individui. Secondo Omar Kholeif, curatore e critico, a partire soprattutto dall’inizio degli anni duemila si è verificato un fondamentale cambiamento nelle interazioni umane attraverso la rete, che sono caratterizzate da una forma sempre più diaristica, influenzata del crescente successo dei blog ed estremizzata all’eccesso dai social network. Come conseguenza del quotidiano utilizzo di social come Facebook, Twitter, Instagram, YouTube e molti altri, Kholeif parla di narcisismo esasperato, di un ‘superego’ che porta ciascun utente a condividere con gli altri una serie di dettagli personali con intenti autocelebrativi (basti pensare ai ‘selfie’), come se anche gli avvenimenti più banali e quotidiani potessero diventare oggetto di interesse.

Riflessioni sull’argomento hanno coinvolto diversi artisti in mostra, i quali hanno affrontato con esiti diversi le tematiche relative ai social media: Deep Face (2015) di Douglas Coupland, ad esempio, è una serie di ritratti in bianco e nero di grandi dimensioni nei quali i volti sono coperti da forme quadrate e rettangolari di diversi colori. Come dei giganteschi pixel, queste campiture censurano l’identità della persona ritratta e sono una critica diretta al sistema di riconoscimento automatico del viso operato da Facebook ogniqualvolta si pubblichi una fotografia. E, mentre Amalia Ulman svolge una performance sul suo profilo Instagram attraverso i selfie del suo Excellences & Perfections (2015), Cory Arcangel osserva i profili delle celebrità e riproduce su un grande schermo una fotografia presa dall’Instagram di Paris Hilton. L’installazione, intitolata Snowbunny/Lakes (2015), riproduce l’immagine come se l’osservatore la guardasse dallo smartphone di un suo ipotetico follower. L’artista egiziano Mahmoud Khaled in Do You Have Work Tomorrow? (2012) ricrea in trentadue screenshot, ciascuno sviluppato in camera oscura come una fotografia, una conversazione su Grindr (l’applicazione per incontri rivolta a utenti gay), inventata ma verosimile, tra due sconosciuti uniti dal desiderio d’incontrarsi per avere un rapporto sessuale. In mostra anche lo splendido video Grosse Fatigue (2013) di Camille Henrot, già premiato con il Leone d’Argento alla Biennale di Venezia del 2013, che si propone di raccontare una storia della creazione dell’universo che mescolando informazioni scientifiche con il credo di religioni come il Cristianesimo, il Buddhismo e l’Induismo, raccontate da una voce fuori campo che dà ritmo a una veloce successione di fotogrammi, aperte come dei file dal desktop di un pc.

Electronic Superhighway accompagna il visitatore lungo un percorso complesso, incalzante nel suo susseguirsi di nomi, immagini, suoni e contenuti, ma al contempo molto ben articolato e con tratti di eccellenza. Il tema centrale è sviluppato da più di cento menti, quelle degli artisti in esame, ma che a conti fatti convergono in un unico grande punto di vista unanimemente condiviso; questo è reso possibile proprio dal fatto che i lavori ora presenti alla Whitechapel Gallery mettono in mostra aspetti che stanno diventando sempre più quotidiani e propri di una cultura comune, virtualmente condivisibile a livello globale. Sempre più la cultura dell’Internet sta diventando cultura in senso generale, senza etichette di sorta.

Electronic Superhighway
29 gennaio – 15 maggio 2016
Whitechapel Gallery, Londra

Federica Cavazzuti

Lynn-Hershman-Leeson,-Seduction-of-a-Cyborg,-1994

Lynn Hershman Leeson, Seduction of a Cyborg, 1994

Addie-Wagenknecht,-Asymetric-Love,-2013

Addie Wagenknecht, Asymetric Love, 2013

Amalia-Ulman,-Excellences-&-Perfections-(Instagram-Update,-18th-June-2014),-2015

Amalia Ulman, Excellences & Perfections (Instagram Update, 18th June 2014), 2015

Douglas-Coupland,-Deep-Face,-2015

Douglas Coupland, Deep Face, 2015

Katja-Novitskova,-Innate-Disposition-2,-2012

Katja Novitskova, Innate Disposition 2, 2012

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